Diventare grandi… o restare piccoli? Riflessioni sul referendum

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato sull’imminente referendum del 29 e 30 ottobre. Fusione sì o fusione no? La riflessione del circolo di Bibbiena e Poppi del Movimento Arturo:

A fine ottobre dovremmo andare a votare nel referendum per la fusione tra i comuni di Bibbiena, Chiusi della Verna e Ortignano Raggiolo.
Usiamo il condizionale non perché ci siano ancora dubbi ma solo perché il problema sembra non susciti alcun interesse tra i comuni mortali (e questo è un male). Tutto il dibattito sembra sia relegato ad uno scontro tra sindaci alla disperata ricerca di mantenersi una poltrona o impedendo la fusione (vedi Chiusi della Verna) o puntando sulla fusione per potersi candidare una terza volta (vedi Bernardini a Bibbiena). Questo modo di affrontare il problema sta snaturando il significato del referendum.
Eppure il problema è serio e sarebbe necessario uno sforzo di informazione razionale, di spiegare ai cittadini aspetti positivi e negativi delle due possibili opzioni (per complicare le cose i cittadini di Chiusi della Verna voteranno anche per una seconda opzione: la fusione con Chitignano e Castelfocognano).
Nei giorni scorsi la polemica è approdata addirittura sulla RAI nazionale, trasmissione Agorà di Rai3.
Siamo rimasti amareggiati per certe dichiarazioni ascoltate, dalle quali emergeva una rivalità irrazionale ed anche extra istituzionale preoccupante. Va bene che va di moda il populismo; ma sollecitare la pancia della gente minacciando perdite di identità, preconizzando catafasci da fine del mondo, non ci sembra un atteggiamento serio e accettabile e nemmeno rispettoso della intelligenza della gente.
A noi non interessa fare propaganda né per il sì né per il no.
Noi vorremmo tentare di dare un contributo il più possibile razionale ed equilibrato a capire i problemi, le possibili prospettive. Contributo per i cittadini, non per gli amministratori che hanno già fatto le loro scelte sulla base più di interessi personali che degli interessi della gente, checché ne voglian dire.
Da anni ormai si stanno scontrando due diverse teorie: chi sostiene che piccolo è bello, chi al contrario è convinto che grande sia bello|
Facciamo una premessa: nessuna ingegneria istituzionale è di per sé risolutiva dei problemi. Sarà sempre la qualità delle classi dirigenti a far funzionare bene o male un qualsiasi ente. Quindi nessuna delle due opzioni è di per sé garanzia di maggior successo.
Proviamo però ad analizzare le preoccupazioni e le prospettive delle due opzioni.
Chi si oppone alle fusioni predica la paura della perdita di identità delle loro comunità. Onestamente ci sembra questo un argomento da vetero populismo, che sicuramente fa presa nella toscana dei campanili. Ma ci sembra capzioso, non perché l’identità di una comunità non sia importante, ma perché nell’era della globalizzazione e di internet non sarà sicuramente il mantenimento di un “comunello” (usiamo un termine medievale) a difendere la identità di un paese. Per di più è difficile far coincidere l’identità con i confini amministrativi di un comune. Prendiamo l’esempio di Chiusi della Verna: Il Corsalone, dove risiede la maggior parte della popolazione del comune e che geograficamente è attaccato a Bibbiena, ha la stessa identità di Chiusi della Verna, o della Vallesanta? Nello stesso piccolo comune di Ortignano Raggiolo (quello più motivato alla fusione perché consapevole che le sue dimensioni non permettono di dare tante risposte ai cittadini. Anche se le giravolte di Bernardini hanno creato una crisi di rigetto!) vi sono identità diverse. Raggiolo ha sue specifiche caratteristiche non identificabili con Ortignano. E così potremmo continuare anche per la varie località d Bibbiena.
Se dovessimo seguire questa teoria anziché fare le fusioni dovremmo creare altri comuni, ritornando ai “comunelli” di tipo medievale. E’ questo che si vuole?
Altro argomento, più serio, dei contrari alla fusione è la preoccupazione dello smantellamento dei servizi sul territorio. Giusta preoccupazione che i sostenitori delle fusioni non aiutano a dissipare. Ma anche qui il problema non è se i vari territori saranno gestiti da un solo comune o da più, ma che progetto di gestione di un territorio hanno in mente i futuri amministratori. Se chi sostiene le fusioni pensasse ad una accentramento dei servizi, farebbe un grave errore e provocherebbe danni ai cittadini. Ci sono funzioni che si possono accentrare e servizi che devono rimanere nel territori vicino ai cittadini. E qui c’è purtroppo un limite dei sostenitori delle fusioni che ad oggi non ci sembra abbiano mai presentato un preciso progetto di gestione del futuro comune unificato, per spiegare ai cittadini come intendono farlo funzionare, con quali servizi garantiti nelle diverse parti del territorio. E tra questi noi vorremmo metterci anche dei presidi politico amministrativi. Per esempio, ci piacerebbe che i futuri sindaci di un ipotetico comune unificato mettessero chiaramente nei loro programmi che ogni ex comune avrà un suo prosindaco (o comunque lo si voglia chiamare) che garantirà il rapporto con i cittadini presso le vecchie sedi comunali. Insomma un’idea concreta di quello che una volta si sarebbe chiamato decentramento e strumenti di partecipazione.
Se non hanno chiaro e non esplicitano la loro idea delle modalità di gestione del futuro comune daranno argomenti agli oppositori delle fusioni, anche perché daranno l’impressione di una concezione puramente accentratrice.
Altro aspetto che vorremmo fosse approfondito: il mutato quadro istituzionale.
Fino a poco fa noi avevamo oltre ai comuni, il Parco nazionale, la Comunità Montana, la provincia come enti intermedi. Ci siamo spesso lamentati di troppi inutili carrozzoni; ma ora che le Comunità Montane non ci sono più e che le province esistono solo come una specie di unioni dei comuni, private di risorse finanziarie e ridotte alla impotenza, è opportuno mantenere tanti piccoli comuni? Che potere contrattuale queste microscopiche entità possono avere nei confronti della regione o del governo, quando si tratta di accedere a finanziamenti regionali, nazionali o europei? Finanziamenti che richiedono capacità progettuali avanzate, staff di tecnici che non sono presenti di fatto in nessun comune del Casentino (e le conseguenze si vedono).
Lo stesso problema si pone per la difesa della sanità territoriale (le polemiche impazzano) o per lo sviluppo economico del Casentino.
Il problema delle fusioni non può essere affrontato senza tener conto di questa nuova organizzazione istituzionale. Con tutto il male che ne abbiamo detto, in fondo le comunità Montane ed anche le province erano un punto di riferimento per i piccoli comuni ed anche un supporto, che ora non esiste più.
E’ possibile avere lo stesso risultato con altri strumenti che non siano le fusioni?
Sulla carta sì. Le Unioni dei Comuni dovrebbero o avrebbero dovuto servire a questo. Se funzionassero non si sarebbe nemmeno posto il problema delle fusioni. Purtroppo sono pochi i casi di funzionamento delle Unioni dei Comuni e quella del Casentino non ci sembra eccellere.
Ed ora lo scontro tra fusionisti e identitari rischia di invelenire il clima dei rapporti e di rendere ancora più difficile un equilibrato e sereno lavoro comune.
Il rischio è che il referendum, comunque vada, sia un’occasione sprecata e produca un peggioramento della situazione, irrigidendo i sindaci su posizioni di convenienza che non guardano al futuro della vallata e non esercitano un ruolo educativo nei confronti dei propri cittadini. Anziché fare informazione, si fa propaganda su posizioni pregiudiziali, e questo non fa sperare bene per la nostra realtà territoriale, che ha problemi seri che richiederebbero dalla politica altro senso di responsabilità.
Movimento Arturo, Circolo Bibbiena e Poppi