I sogni di Penelope

Di Andrea Pancini

Non capita spesso e di certo non a tutti, di cogliere la dimensione epocale di ciò che si va scrivendo: a Sigmund Freud capitava con inquietante ricorrenza. Il primo episodio di questa insolita indole risale, che io ricordi, alla pubblicazione di Die Traumdeutung (L’interpretazione dei Sogni) avvenuta nel 1899 ma spacciata dall’autore come l’alba del nuovo secolo: si tratterebbe del 1900, tondo, tondo. La versione Freudiana, ovviamente, non è vera ma dispone d’un certo senso: almeno entro la realtà soggettiva dello scrittore.
Ecco, la missione epocale dell’Interpretazione dei Sogni è il “lavoro” (arbeit) oltre il quale “ci accorgiamo che il sogno è la soddisfazione di un desiderio”. Per questo, chiosa l’autore, “l’antica credenza che il sogno ci mostra il futuro, non è completamente priva di un fondamento di verità” se intesa come profezia auto-avverante. Il sogno, in ultima analisi, sarebbe un repertorio valido “per la conoscenza del passato” del sognatore che, se si trova lì, da qualche parte precedente al sogno dev’esser pur arrivato. Concesso tutto il concedibile all’evidente, è l’idea di “lavorare” sul sogno e che questo sia legato al “desiderio” (wunsch) che segna tutto il ‘900.
Il “lavoro” cui accenna Freud, naturalmente, è l’interpretazione ma sarebbe meglio chiamarla decifrazione visto che, nel famoso capitolo II di Die Traumdeutung, non s’intende ricorrere alla registrazione autonoma, alla synaesthesis, ma all’intervento d’un qualche aruspice che guarda i riflessi d’un fegato, e vaticina, od un sacerdote che ascolta il delirio della Pizia, inventandosi un senso. I sogni a cui accenna Freud, è evidente, sono quelli “imperscrutabili e dal linguaggio oscuro” (Odissea XIX vv. 685/90).
Che i sogni parlino l’idioma (il logos) del sognatore, non l’ha certo inventato Freud. Freud ha solo precisato l’argomento a cui si riferiscono: il “desiderio”. Il primo incontro clinico fra Freud ed il “desiderio” avviene a Parigi, alla corte di Charcot, dove si sussurrava che l’isteria (malattia, allora, solo femminile) procedesse dal conflitto fra precetto morale (metafisico) ed appetito (la “volontà” di Schopenhauer) nel senso di censura del primo sul secondo. La cura si risolveva nell’allontanamento dell’isterica dall’elemento patogeno (padri, madri, mariti e fratelli) per regalarle l’internamento: a volte funzionava. In Inghilterra invece, già allora, l’isterica veniva curata con “massaggi vaginali”, che eludevano il precetto e consentivano il manifestarsi della volontà; come se in scena andasse la Mandragola: non adulterio, quindi, ma “cura”! In spiccioli, Il Valzer degli Adii di Milan Kundera; entro il quale il ginecologo della clinica termale “curava” la sterilità femminile delle pazienti, ingravidandole personalmente: giacché sterili non erano queste ma i mariti. Soluzione elastica, occorre ammetterlo, ma funzionale alla specie.
Il colpo di genio del Traumdeutung è quello di capire il gioco simulatorio, diurno, e dissimulatore, notturno, della buona e brava Penelope che di notte, oltre a dipanare la tela, sogna. Di cosa sogni Penelope c’informa lei stessa nel XIX capitolo dell’Odissea, in una psicanalisi ante litteram.
Fino al XIX canto dell’Odissea, l’apparato onirico prevedeva l’intervento divino: Zeus per l’Iliade, Geova per la Bibbia ed Atena Glaucopide nell’Odissea. In poche parole era il Dio che suggeriva le proprie ragioni, il proprio logos, al sognatore da una posizione d’alterità con annessi e connessi (ascolto per il Giudaismo e diffidenza Greca) che qui non interessano. Il sogno di Penelope nel XIX canto, invece, è tutta farina del suo sacco.
Penelope si dichiara ad uno sconosciuto, come se fosse la cosa più scontata per una regina (invece di un topos dell’erotismo femminile), mendicando l’interpretazione di un sogno che le è apparso “oscuro”. Lo sconosciuto, al quale la regina decide di confessarsi, sarebbe un “mendicante”, già identificato come Ulisse dalla nutrice e dal cane ma “non” dalla moglie: per evidente economia del discorso piuttosto che demenza dell’autore. Il discorso della regina, nella sua chiarezza, suona così: “venti oche in casa mi mangiano il grano, uscendo dall’acqua, e io vedendole me ne rallegro. Ma, scendendo da un monte, un’aquila grande, dal becco adunco, spezzò a tutte il collo e le uccise; quelle riverse giacevano insieme dentro la casa; l’altra al cielo sereno volò. E io piangevo e singhiozzavo nel sogno (…) che triste piangevo perché l’aquila mi aveva ucciso le oche. Ma subito, tornando, quella si posava sul tetto sporgente, e con parola umana mi tratteneva e disse: ‘Coraggio, figlia del nobile Icario; non è sogno, ma visione reale che si avvererà: le oche tuoi pretendenti e io ero aquila prima, ma ora come tuo sposo legittimo sono tornato e a tutti i pretendenti darò morte ignobile’” (ibidem – Odissea).
C’è da chiedersi quanto, i Proci, infastidissero effettivamente Penelope: se non per l’evidente depauperamento del granaio che urtava, per altro, anche Telemaco. Lo stesso dicasi della millantata “oscurità” del sogno che, addirittura, contiene il prontuario. Non è un caso, quindi, che “l’astuto Odisseo” (ibidem – Odissea) morda la foglia e chiosi il tutto come merita: “donna, non si può interpretare il sogno” (ibidem – Odissea).
In effetti, se c’è qualcosa da interpretare, queste sono le intenzioni di Ulisse. L’idea che per vent’anni, Penelope, si sia lasciata andare alla sola tessitura è plausibile ma poco credibile. Vanno bene le oche quanto l’aquila ma l’eliminazione fisica dei pretendenti, senza la prova dell’adulterio, è un omicidio e come tale punito dalla Legge Attica: Penelope lo sa bene. “Psicanalizzate” le intenzioni del coniuge, con l’espediente del sogno (perché il sogno di Penelope è solo uno stratagemma e non la sceneggiatura della Chiave), la “saggia” (ibidem – Odissea) Penelope provvede il suo monito: “Due son le porte dei sogni evanescenti: una ha battenti di corno, l’altra d’avorio: quelli che escono dal candido avorio, avvolgono d’inganni la mente, vane parole portando; ma quelli che vengono dal lucido corno, verità li incorona, se un mortale li vede”.
L’argomento, l’avrete capito, rimane l’adulterio che, se cesellato dalla mente (l’avorio veniva lavorato dai Greci che lo rendevano plastico inzuppandolo d’aceto) è solo ingannevole ma qualora si dimostrasse vero (NDR: qui l’Odissea è seta. L’autore gioca col lettore contrapponendo la solidità del corno all’avorio, in superficie, mentre ricorda il gesto con cui i Cretesi salutavano Minosse a causa del figlio-Minotauro, regalatogli dalla pazza Pasifae: le corna del toro!), legittimerebbe le intenzioni dello sposo a prescindere dal gradimento di Penelope per le oche. Qualunque cosa abbia compiuto Penelope, che l’Odissea non ci narra, non avendo generato altri figli oltre a Telemaco e non essendo mai stata colta in flagranza, è innocente per insufficienza di prove.
La “psicoterapia” di Penelope si conclude fondando la sua innocenza nella mente dello sposo. È il passo, famoso, legato al riconoscimento d’Ulisse da parte della sposa. Penelope, che poteva benissimo accorgersi della ferita da cinghiale del marito, accenna, invece, al talamo che solo Ulisse conosce: l’Odioso lo descrive con dovizia di particolari e lei gli si butta fra le braccia. Non è chiaro se Penelope simuli emotivamente o meno ma di certo, se così intende provare che chi conosce quel letto sia l’unico ad esservi entrato, è fuori dalla grazia di dio: ovviamente c’è di più. Secondo la Legge Attica, è colpevole d’adulterio la moglie che viola l’òikos (la famiglia, intesa come stirpe) legittimando altri dallo sposo, nel proprio letto: fuori dal talamo, per la Legge dei Danai, si tratterebbe di violenza carnale (altro topos dell’erotismo femminile).
L’Inception (l’innesco) è compiuto ed a questo punto non importa più se la trottola continui a girare: nella realtà soggettiva d’Ulisse, Penelope ha il candore della mammola. La sentenza sui pretendenti, che per Penelope sarebbe una “gioia” (ibidem – Odissea), si realizza l’indomani: venuti meno i Proci e silenziate le ancelle, del tradimento di Penelope non c’è possibilità di prova alcuna. Non a caso Ulisse, prima d’eseguire la volontà altrui (quella innescata dalla moglie con lo stratagemma del sogno), ricorda ai Proci di aver violato in ogni modo l’òikos, tranne che aver usato violenza alla moglie od aver commesso adulterio. Eseguito il monito del sogno, “finalmente potremo dormire di un dolce sonno a nostro piacere” (ibidem – Odissea), sussurra Ulisse alla sposa: terminata la terapia di Penelope, il paziente è guarito.
Peccato che il soggetto che interpreta il sogno di Penelope non è un Dio ma un mortale, come tanti altri, desiderante ed interessato. Sembra poco ma è strategico, soprattutto perché Penelope, essa stessa, non è andata mai in terapia o, forse, semplicemente non funziona così. Il procedimento con cui Penelope organizza il soggetto narrativo, in modo da svolgere nei confronti d’Ulisse un’opera di persuasione, non è nuovo alla letteratura: è la letteratura. Il piacere del lettore di vivere il sogno di qualcun altro: nella speranza che siano bei sogni, chiunque ne sia l’interprete.