Il casentinese Andrea Pancini e il suo incredibile viaggio nell’Islam

Non stiamo parlando di un viaggio reale. E neanche di un viaggio immaginario. Quello intrapreso da Andrea è un viaggio letterario. Perché, in effetti, stiamo parlando di un libro: “L’immigrante” (Fondazione Mario Luzi Editore). Un libro che potremmo definire un romanzo storico, ma anche un romanzo di formazione e poi un romanzo d’avventura e un saggio. Un’opera ambiziosa, un testo avvincente che Andrea, basandosi su fatti assolutamente storici, ha ambientato nel medioevo islamico (intorno al 700) e che ci regala un pezzo di storia poco conosciuto, ma non per questo meno importante. Il protagonista di questa storia è Abdul al-Rahman conosciuto, appunto, come L’Immigrante. La sua è una storia di riscatto e di rivincita che, chi vorrà, potrà conoscere meglio attraverso le parole di Andrea Pancini lo scrittore pontigiano (ma attualmente emigrato, anche lui -sic!-, in quel di Reggio Calabria) che abbiamo intervistato e con il quale abbiamo parlato di questa sua ultima fatica e di molto altro. Un colloquio particolare, divertente, a tratti surreale.

Andrea, cominciamo proprio dall’inizio: chi sei tu?
Francamente non me lo sono mai chiesto, forse perché lo do per scontato. Troveresti maggior fortuna chiedendo al casellario giudiziario, all’agenzia delle entrate, al catasto immobiliare, ad un qualche istituto bancario o all’anagrafe, ma dubito che la cosa possa suscitare un qualche interesse: senza dubbio non desta il mio.

Quindi dovrei girare la domanda ai tuoi familiari, agli amici e ai conoscenti?
Sarebbero tutte fonti sospette, presente incluso. Se vuoi circoscrivere i termini coi quali si può trattare d’identità, ti rimando a quanto detto.
Se devo essere sincero non ho ben capito quello che intendi dire.
Non ti biasimo. Facciamo così, se accetti un’interpretazione autentica, ti posso dire questo: Andrea Pancini era una palma destinata a germogliare altrove.

“Una palma sorge nel mezzo di Rusafa, nata nell’ovest, lontano dalla terra delle palme. Le ho detto: tu sei come me, esule e lontana, a lungo separata dalla famiglia e dagli amici. Sei spuntata da un suolo dove sei straniera ed io, come te, sono lontano da casa”. Queste parole non sono le tue: così s’esprime il protagonista del tuo romanzo.
Eppure rispondono alla tua domanda e a quella che m’attende.

Sarebbe?
Che cosa m’abbia trascinato a Reggio Calabria.

Ok, tanto te lo avrei chiesto dopo: che cosa ti ha portato a spiaggiarti lungo lo stretto di Messina?
Il mare, che altro?

Non saprei, sta a te rispondere. Per quanto risulta dal tuo romanzo, Abdul al-Rahman è stato un esule Siriano costretto alla fuga dalla rivoluzione Abbaside: vuoi forse suggerire che è stato così anche per te?

Un predestinato al califfato di Damasco che finisce per fare l’emiro in al-Andalus non ha niente della vittima, se non per invenzione. L’albero storto indica il cattivo terreno mentre le palme si elevano in altezza, ben dritte. Con questo, ogni palma, riscatta la terra: tanto quella che ha dato il via alla noce, quanto quella che l’ha fatta germogliare. Per il resto, la noce di cocco, è richiesta solo di resistere ai flutti: da qualche parte, prima o poi, arriva.

E quindi, fammi capire, palmi te stesso ed il tuo personaggio a maggior gloria del Casentino, o della Siria, e della Calabria come l’Andalusia?
Niente di più distante. L’Immigrante, che poi sarebbe il laqab (Nell’onomastica Araba, il laqab è il soprannome quanto il titolo onorario che qualifica un soggetto alla comunità che lo ospita. Ndr) guadagnato per strada dal protagonista, è un romanzo di formazione che sottende, oltre l’inquadramento storico, una qualche etica. L’etica della vittima non esiste: la vittima avrebbe solo voluto essere altrove. Il protagonista e l’antagonista invece, seppur inclusi in una situazione, pur sempre decidono tra il bene ed il male: chi seminando il futuro e chi lavorando per l’eternità.
Immagino che il tuo personaggio semini futuro, o mi sbaglio?
A nessuno piace lavorare per l’eternità anche se molti la spacciano senza cautela. Preferisco credere che alla semina segua il raccolto, anche se so che non finisce sempre così: si chiama giustizia; qualche volta capita. Quando capita vale la pena scriverne, o almeno io la penso così.
E quando non capita vale il silenzio?
Quando non capita vale il mio silenzio: non mi sentirei in agio, inseguito da un coro Greco. Voglio credere dipenda da questioni di stile.
E il tuo quale sarebbe?
Non inclina alla tragedia, non ancora.
E cioè?
Entro la tragedia, tutto ciò che dev’essere, sarà. Il futuro di Edipo, Oreste quanto Macbeth è già inscritto nel presagio, che apre il sipario ed incombe nel futuro, a prescindere dall’azione. Tant’è vero che Amleto si permette persino la lucida follia.
Si tratta di rendersi conto, nel caso di Amleto e di Macbeth, o di dar conto agli altri. Tu a chi vorresti dar conto?
Spero a nessuno, ma questo è già l’adagio della prossima pubblicazione. Titolo?
Svignarsela!
Con tanto d’esclamativo?
Sì.
Piuttosto eloquente ma torniamo a L’Immigrante. Cosa regge l’azione dei suoi personaggi?
Abū Jaʿfar, “il vincitore”, è guidato da una qualche geometria intellettiva e per questo finisce per coltivare deserti: a lui si deve la fondazione di Bagdad. Abdul al-Rahman, invece, si muove per difetto d’aridità. Entrambi sono figli dello stesso deserto ma il primo ci sta meglio del secondo.

Quindi è l’aridità il tema centrale delL’Immigrante?
Senza dubbio. La miseria del presente, checché se ne dica si scrive sempre al presente, non è l’aridità del territorio ma il piacere della desertificazione, comune ai molti.

Chi sono questi molti?
Sono quelli che non provvedono un argine, un limite, all’altrimenti inesorabile avanzata delle sabbie. Per esempio: le palme hanno protetto l’oasi di Damasco per millenni. Piantate dagli Aramei sono state ravvivate dagli Assiri, dai Babilonesi, dai Persiani come i Macedoni, passando per i Romani, gli Arabi ed i Turchi che, oggi, sono tutti, indistintamente e solo ombre. In cinquant’anni, alle palme della Profumata, s’è sostituito il cemento armato che, per l’appunto, non dura neppure mezzo secolo.

Che poi, se non vado errato, è il tempo che s’attende, a chi semina una palma da dattero, per gustarne i frutti: non è così?
Nel Maghreb si suole ricordare, per l’appunto, che chi pianta la palma non ne vedrà mai i frutti. C’è ancora chi s’ostina a farlo ma dubito che ne faccia impresa: nessuna banca, comunque, disporrebbe un finanziamento.

Perché tu lo faresti?
Se fossi un operatore economico no, non lo farei. Ma io non mi sento un operatore economico: non a caso, mi occupo di scrittura. In letteratura, per uomini così, il credito è cospicuo.

Perché lavorano per il futuro?
Perché il futuro lo desiderano invece di specularlo.

E tu?
Io? Il futuro che desidero non lo vedrò mai ma tu te la senti d’escluderlo?

Non sia mai!
Ecco, auguro lo stesso a te.

A volte mi chiedo perché ti intervisto.
Per intrattenimento, perché c’è altro? A me è piaciuto e spero sia stato così per te. Per lo meno non ci siamo scontrati come carrelli della spesa in un supermercato: ti par poco, coi tempi che corrono?

Non ti so dire, del mio operato ne daranno conto i lettori.
Che coincidenza! Fanno così anche con me.

L’autore: Andrea Pancini