Da Stia a Santa Maria Delle Grazie
1Risalendo la storica Piazza Tanucci, si percorre la via del nord, che appena fuori del borgo si dirama per costeggiare con un ramo l’Arno, con l’altro lo Staggia, mentre il terzo conduce a Porciano. Degli ultimi edifici, tre hanno a che fare con Santa Maria delle Grazie.
I primi due sono palazzi appartenenti alla famiglia dei Basili: quello a sinistra risale al 1440, quello a destra è del Settecento. Originari di Firenze, i Basili si erano arricchiti con il commercio dei panni di lana. Dopo aver trattenuto intensi rapporti commerciali con il Casentino, la nobile famiglia decise di trasferirsi a Stia. Così molti degli Atti di donazione a favore di Santa Maria delle Grazie recano la firma dei Basili, che perciò vanno annoverati fra i primi benefattori del Santuario.
Appena giunti sulla provinciale 556, all’inizio della vecchia strada diretta a Porciano, si scorge la cappella nota come l’Oratorio della Pace. Nel 1817 il pievano Luigi Maria Simonetti, versificatore prolifico, fece scolpire sulla sua facciata il seguente distico latino:
Virgo quae dulci laetaris nomine Pacis,
da nobis aethera pace perenne frui
(O Vergine, che gioisci
per il lieto nome di Pace,
concedi a noi di godere sempre
della pace celeste)
Il viandante può far sua la preghiera, mentre marciando nella pittoresca valle dell’Arno e fraternizzando con i compagni si esercita a creare in tutte le direzioni rapporti di convivenza pacifica.
Dopo alcune centinaia di metri, a destra, in mezzo a un ciuffo di abeti, compare il casale di Campodonico. La sua antichità è fuori discussione. Il Lami ricorda l’Atto di vendita, stipulato nel 1017 da Grisulfo detto Teuzzone della Badia di Strumi. Il bene di cui si trattava la cessione è collocato «infra territorio de Plebe Sanctae Mariae sito Stagia in casale qui dicitur Campus Dominicus» («nel territorio della Pieve di Santa Maria in Stia presso il casale detto Campo Dominico [da cui Campodonico]»). Qui abitava Pietro, il pastore che vide da lontano il fulgore dell’apparizione, divenendo il primo testimone dell’evento. Per riprendere lena può tornare utile il motto scolpito in una pietra ben lavorata, sotto l’immagine di un paio di forbici: «Non dormir – 1832». Una frustata ai pigri, agli indifferenti, agli stanchi di professione. E un ammonimento a quanti non hanno ancora capito il valore rigenerante della potatura, ossia di una bella sforbiciata al superfluo.
Fra le attrattive della strada per Santa Maria delle Grazie spicca il continuo variare del paesaggio: a ognuna delle frequenti svolte un nuovo scorcio. Così, oltrepassato Campodonico, guardando in alto a destra, s’intravede la torre del castello di Porciano. Osservata dal basso la costruzione sembra incombere ancor più imponente sulle case che le fanno corona. E il pensiero corre al conte Neri, uno dei pochi Guidi che non si sono limitati a sfruttare i popoli dalle loro rocche arcigne.
Ancora pochi passi e, sullo stesso lato della strada ecco la Pescaia, un casale abitato da munifici mecenati di Santa Maria, come Bartolomeo di Tonio Venturucci, che nel 1456 lasciava al Santuario i suoi beni. Vicino sorge lo spedale dei Santi Filippo e Jacopo. Quanti pellegrini vi hanno trovato il sollievo di una zuppa, di un giaciglio, di un’ospitalità familiare. Dal 1542 a riceverli sotto il porticato trovarono le figure dei due apostoli, affrescate alla buona nella nicchia della facciata, ai lati della Madonna con Bambino. Una lapide ricorda: «Al tempo di don Agnolo de Morsi, spedalingo di Santa Maria Nuova, Paulo d’Agnolo da Porciano commesso di Santa Maria Nuova fece fare questa opera per sua devotione». In due righe la scritta ricorda la storia di Santa Maria delle Grazie detta presto Vallombrosella perché affidata ai monaci di S. Giovanni Gualberto. Don Agnolo de Morsi era appunto abate generale dei vallombrosani, quando, il 3 settembre 1531, fu eletto spedalingo di Santa Maria Nuova, quindi titolare del Santuario e delle sue proprietà. Ma il nome di Paulo d’Agnolo da Porciano è lì a ricordare il costante contributo dei casentinesi.
Percorse alcune centinaia di metri, la valle dell’Arno improvvisamente si allarga. Affacciandosi a sinistra verso il fiume, che qui scorre allegro fra l’intenso verde degli alberi (un tempo erano in prevalenza castagni), si scorgono le case delle Molina. è a questo punto che l’Arno veniva scavalcato dal ponte su cui passava l’antica strada per Campolombardo, per Castel Castagnaio (il profilo del castello domina in cima al colle di fronte al viandante), quindi per Firenze. Le Molina dunque rappresentavano un nodo nevralgico nel sistema viario antico. A fare buona guardia sorgeva una torre, di cui oggi non restano neppure le fondamenta. E proprio qui abitava monna Giovanna con la sua famiglia: il marito Tommaso e il figlio Domenico. La terra circostante dunque è stata fecondata anche dalle sue fatiche di umile e generosa contadina.
Una volta l’ultimo tratto della strada che portava a Santa Maria delle Grazie era segnato sul lato destro da alcune grandi croci di legno poste a uguale distanza l’una dall’altra. In questo modo i pellegrini erano come sollecitati a ripercorrere l’altra via: la via dolorosa che aveva condotto il figlio di Maria al sacrificio del Calvario. Proprio nel posto dove iniziava l’ultimo strappo verso i 600 m del piazzale del Santuario, al centro di una spianata, erano state innalzate tre croci. L’homo viator sentiva ormai prossima la meta del suo cammino e doveva disporsi alla visione della Madre di Dio, «la faccia che a Cristo – più si somiglia» (Paradiso, XXXII, 85-86).
Il viandante odierno deve ancora proseguire per la provinciale. Uscito da questa, dopo un ultimo tornante su una stradina sterrata, giunge finalmente al piazzale. Ad accoglierlo trova alcuni cipressi secolari, due vecchi gelsi che incorniciano una grande fontana (oggi asciutta), la torre del seccatoio a destra, la colombaia accanto all’orto sopraelevato a sinistra.
Non gli rimane che entrare nella Chiesa. Con quale spirito? Per vedere che cosa?
Notizie artistiche e storiche
La chiesa come si presenta oggi è stata costruita dopo il disastroso incendio del 14 settembre 1474, che – testimonia il contemporaneo Girolamo da Raggiolo – «stritolò e ridusse in polvere le pietre» del primo oratorio. I lavori di rifacimento durarono per tutti gli anni ’80 del secolo XV e furono impostati seguendo il modello delle costruzioni rinascimentali fiorentine. L’inaugurazione della chiesa completamente rifatta ebbe luogo il 14 settembre 1490. Officiante fu la «reverendissima Signoria di Mons. Ruberto de’ Folchi, Vescovo Fiesolano».
La facciata, in bozze di pietra, è preceduta da un portico. Al centro del timpano si annuncia, scolpito in un tondo di grandi proporzioni, il motivo ricorrente nel Santuario e negli edifici della fattoria da esso dipendente: lo stemma dell’Ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova con la tipica gruccia stilizzata. Sulla parte sinistra della facciata poggia un elegante campanile a vela, anch’esso in conci di arenaria. A destra, sotto uno dei travi che sorreggono il tetto del portico, si distingue una bozza, sulla quale è scolpita in rilievo su quattro righe la scritta, che ricorda l’apparizione:
mccccxxv
iii a di xx di
magio apario
la vergine
L’interno della Chiesa presenta una navata, culminante nell’armonioso presbiterio sopraelevato. Sull’intonaco delle pareti laterali risaltano due altari e un pulpito in pietra lavorata con grande maestria. L’abside quadrangolare racchiude i tesori più preziosi del Santuario, a cominciare dal sasso su cui Maria si sarebbe fermata per intrattenersi familiarmente con monna Giovanna. Non sorprende perciò che sia proprio il presbiterio la parte dell’edificio più ricca di forme e di colori, benché il suo impianto architettonico rimanga fedele alla semplicità delle linee, rimarcate dal contrasto fra il grigio della pietra e il bianco dell’intonaco. Colpisce in particolare la bellezza solenne dei due pilastri e dell’arco: con le loro rigogliose decorazioni vegetali richiamano il paesaggio esterno ricco di erbe, di fiori campestri, di alberi. La volta del presbiterio poggia su un cornicione, dal quale occhieggiano trenta teste di cherubini in terracotta smaltata, intercalate da cinque stemmi di Santa Maria Nuova. I pennacchi offrono uno spazio ideale per i tondi dei quattro evangelisti, raffigurati sempre in terracotta smaltata insieme ai loro tradizionali simboli.
Queste decorazioni, come del resto il fregio invetriato, predispongono l’occhio alle grandi terracotte policrome, che, uscite probabilmente dalla bottega di Benedetto Buglioni, emulo dei Della Robbia, decorano, dal primo decennio del secolo XVI, le pareti ai lati dell’altar maggiore.
La prima, a sinistra dell’osservatore, ha soppiantato le pitture distrutte dall’incendio, ma attestate dai memorialisti del Quattrocento. Con grande fedeltà alla tradizione orale e scritta, vi si narra l’episodio dell’apparizione. Il centro della scena è occupato dalla Madonna, che, contornata da dieci serafini disposti a forma di mandorla, si appoggia sul masso. Grande rilievo hanno i due oggetti a lei strettamente collegati dalle memorie più antiche: il libro in mano alla Signora e, sullo sfondo, il luogo dell’apparizione cioè un rudimentale capanno. Gli occhi di Maria si posano amorevolmente sulla vecchia Giovanna, chiusa nelle vesti da contadina, con la zappa tenuta stretta come un oggetto prezioso. Dalla parte opposta, piuttosto defilato, quasi si trovasse lì per sbaglio, un uomo molto elegante. Guardando attentamente monna Giovanna, egli finisce per assumere lo stesso suo atteggiamento di orante. Si tratta sicuramente di uno spedalingo, con ogni probabilità di Leonardo Buonafede, che, come rettore di Santa Maria Nuova dal 1500 al 1527, commissionò le terracotte. In lontananza, fra gli alberi, si intravede un pastore. Facendosi scudo con la mano, egli osserva l’esplosione di luce che si sprigionò dalla bianca Signora. La figura rappresenta evidentemente Pietro da Campodonico, il testimone dell’apparizione accreditato dalla Madonna stessa.
La seconda terracotta, a destra dell’altare, raffigura la Natività. Se escludiamo il bambino Gesù, deposto sulla paglia, e san Giuseppe collocato in un angolo come lo spedalingo di cui sopra, i personaggi e gli oggetti della composizione sono quelli stessi che animano la scena della terracotta di fronte. La Madonna occupa, qui pure, il centro della scena: è raffigurata completamente assorta nella contemplazione del figlio, la «Parola fatta carne». Insieme agli alberi fa da sfondo una rudimentale capanna con il bue e l’asinello. Grande rilievo hanno, in prima fila, due pastori, anche loro testimoni privilegiati dell’inizio della storia di salvezza. L’insieme trasmette l’impressione della vita semplice immersa nella natura, che tocca ai campagnoli di tutti i tempi.
Sotto le due terracotte policrome corre un monumentale sedile di legno intarsiato risalente all’epoca in cui fu edificata la Chiesa attuale, cioè al secolo XV.
Il Santuario è (anzi “era”) impreziosito da eccellenti pitture. Sulla parete dietro l’altar maggiore, troneggiava dalla sua splendida cornice la Madonna che allatta il Bambino e ai lati Angeli e Santi. Opera del fiorentino Lorenzo Gerini, discepolo del camaldolese Lorenzo Monaco, risale all’ultimo decennio del ’300, quindi a prima dell’apparizione. Presumibilmente fu il dono di uno spedalingo di Santa Maria Nuova. Nonostante la sua forma gotica, per il soggetto raffigurato a tempera su sfondo in oro, lì aveva trovato la sua collocazione ideale. Purtroppo l’originale non illumina più il presbiterio. La tavola è stata rubata la notte del 22 maggio 1985.
Per fortuna sul muro sopra la porta di sagrestia è stato recuperato un bell’affresco, attribuito a un pittore toscano che deve aver risentito dell’arte del Ghirlandaio. Rappresenta la Vergine seduta in trono e il Bambino ritto sulle sue ginocchia. Ai lati angeli dalle sembianze giovanilmente splendide. In basso, a sinistra, un omino nero e goffo. Nonostante l’atteggiamento composto del fedele in preghiera, sembra anche lui piovuto lì per sbaglio. Ma una scritta spiega: Questa figura ha fatto fare Antonio di Francesco di Basca, / contado di Arezzo, per l’anima sua e de’ suoi passati come sono / nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, / A dì ventiquattro di novembre 1485. Tutto allora diventa chiaro. L’oscuro Antonio di Francesco si trova nell’invidiabile compagnia della Madonna, del Bambino e degli angeli come donatore dell’affresco. La data ci permette di concludere che nel 1485 i lavori di ricostruzione della Chiesa dovevano essere un pezzo avanti, perché senza le pareti e il tetto un affresco non è proprio il caso di dipingerlo.
L’altare di sinistra, un gioiello di scultura su pietra serena, era arricchito da una terracotta di scuola robbiana, risalente al secolo XVI. Rievoca l’Annunciazione: sullo sfondo azzurro emergono le bianche figure di Gabriele e di Maria, una di fronte all’altra. Tra i due personaggi, a spartire sapientemente la scena, l’alto leggio su cui è aperto un grande lezionario che ricorda il libro tenuto in mano dalla Signora nella sua apparizione a monna Giovanna. Coincidenze tanto numerose non possono considerarsi casuali: vogliono rimarcare l’importanza della Parola di Dio nella storia della salvezza. Tanto più che qui la Madonna sta sfogliando il grande libro, evidentemente tutta presa dalla sua lettura. In uno dei rifacimenti la terracotta robbiana venne sistemata nella lunetta dove ora si trova. Sul sottostante paliotto fu collocato un dipinto a olio di scuola fiorentina, eseguito nel secolo XVI. Rappresentava la Madonna e il Bambino nudo, familiarmente seduto sulle sue ginocchia. A sinistra emergeva dallo sfondo oscuro la figura del piccolo Giovanni, il Battista. All’orizzonte, appena schiarito da una debole luce, si stagliava il profilo nero di un castello, che richiamava i tanti manieri costruiti in cima ai colli casentinesi per presidiare il territorio. Purtroppo anche questo dipinto è stato trafugato con il quadro principale nel 1985.
Dalla parte opposta, sull’altare addossato alla parete, richiama l’attenzione la grande tavola della Crocifissione. Gesù agonizza fra due angeli librati a raccogliere il sangue che sgorga dalle ferite del costato e delle mani. A sinistra sta la Madonna, ritratta nelle sembianze dell’Addolorata. A destra san Giovanni si torce in un gesto di estremo sconforto. In ginocchio, la Maddalena, (i lunghi capelli simbolo del suo amore sciolti sulle spalle) abbraccia il legno della croce. Il dipinto, opera del fiorentino Paolo di Stefano Badaloni, detto Paolo Schiavo (1397-1478) è di grande interesse. I gesti delle figure non risentono più delle maniere del gotico: le movenze pacate e il portamento naturale denotano nell’artista una sensibilità umana propria dei pittori rinascimentali.
Ancora più vicino alla perfezione artistica del periodo d’oro della pittura toscana doveva essere la piccola tavola centinata (70 cm circa per 50) attribuita a Filippo Lippi. Per un periodo troppo breve è rimasta appesa sopra la porta laterale. Lì poté ammirarla il Beni che ne parla con ammirazione nella sua Guida. Il dipinto raffigurava la Madonna e san Giovanni in adorazione di Gesù Bambino posto a giacere nudo sulla nuda terra. Faceva da sfondo un ampio paesaggio formato dal cielo appena increspato, da monti aguzzi, da specchi d’acqua, da verdi campi ben lavorati. L’accostamento ai paesaggi toscani cari a Leonardo sorge spontaneo. Purtroppo – ci ha raccontato qualche anno fa don Riccardo Bergamaschi – in un mattino dei primi giorni di settembre del 1944 un ufficiale tedesco armato di tutto punto giunse nella piazza del Santuario. Domandò con voce arrogante una scala. Avutala, entrò in chiesa e si diresse senza incertezze verso la Madonna di Filippo Lippi. Dopo poco la tavola era su una camionetta militare giunta nel frattempo come mezzo di trasporto per un viaggio forzato verso destinazione ignota. Per il suo ritrovamento sarebbe importante segnalare ai Carabinieri, incaricati del recupero delle nostre opere d’arte trafugate, quale fosse il comando tedesco che all’epoca risiedeva a Stia.
Per fortuna Santa Maria delle Grazie conserva alcuni simboli che non è facile asportare. Nella loro semplicità indicano, a chi si sente nel profondo dell’animo un pellegrino, la via per giungere alla «religione pura e senza macchia» (Gc 1, 26):
il sasso della Madonna, segno dell’essenzialità contraria alla retorica e al superfluo;
la zappa, tenuta stretta da monna Giovanna, come strumento del lavoro primario capace di assicurare il sostentamento, ma anche la dignità e l’autonomia;
la stampella di Santa Maria Nuova, gloriosa insegna dell’etica del prendersi cura;
il libro in mano alla fanciulla di Nazaret, mezzo insostituibile di comunicazione.


