L’U.S.D. Capolona vola verso il mezzo secolo di vita con rinnovato entusiasmo
e un settore giovanile che continua a essere un fiore all’occhiello
 
La storia della società sportiva cono
sciuta oggi come U.S.D. Capolona (ma che da sempre si è chiamata Unione Sportiva Capolona) ha inizio nel lontano 1961, praticamente insieme a quella del paese che attualmente è il capoluogo del comune omonimo. Una storia fatta di alti e bassi, come la maggior parte di quelle delle società sportive del nostro territorio, ma che negli ultimi anni ha conosciuto una nuova ventata di entusiasmo, dopo che si era dovuti ripartire dalla Terza categoria per varie vicissitudini che qui sarebbe complicato e forse anche poco opportuno raccontare in tutti i suoi risvolti.
 
Nel 1961, probabilmente, molte cose erano più facili: bastò una riunione al circolo ACLI del paese per fondare l’US Capolona, con l’aiuto determinante della famiglia Soldini, di molti cittadini appassionati di sport, e persino del parroco, per mettere in piedi la squadra amaranto. Che con la “sorella maggiore” Arezzo condivide anche il fatto di aver dovuto cambiare casa. Il primo campo da gioco del Capolona, infatti, sorgeva nella parte alta di Via Mecenate, dove attualmente sono state costruite delle case. Quella prima squadra nata all’inizio degli anni Sessanta ebbe una vita brevissima ma molto intensa e ricca di aneddoti degni del miglior Osvaldo Soriano. A rinforzare la squadra amaranto c’erano diversi giocatori provenienti dall’Arezzo, un paio dalle giovanili dell’Inter e anche qualcuno che aveva giocato in serie A. La promessa di un lavoro (ovviamente presso la fabbrica Soldini), unita al calore che dimostravano gli sportivi capolonesi, era evidentemente una prospettiva talmente allettante da convincere questi ragazzi a rinunciare ad altri più prestigiosi lidi.
La prima stagione dell’US Capolona, nell’allora Seconda categoria, si sarebbe subito potuta concludere nel migliore dei modi: all’ultima giornata, infatti, gli amaranto si presentavano in testa al proprio girone con un punto di vantaggio sulla seconda, l’Abbadia San Salvatore. L’ultima di campionato, guarda caso, era proprio Capolona-Abbadia San Salvatore. Una vittoria o un pareggio sarebbero stati sufficienti per ottenere il salto di categoria, e invece arrivò una sconfitta per 1-2, complice anche – si disse allora – la sbronza rimediata a un matrimonio dal portiere degli amaranto la sera precedente la partita. Come da copione, alla partita seguì una mega scazzottata, degna del miglior calcio fiorentino, più che del moderno football. La promozione, in ogni caso, arrivò comunque l’anno dopo.
In quel periodo, probabilmente per l’unica volta nella storia dei due paesi, il Capolona è stato più quotato dei “cugini” del Subbiano. In quegli anni le avversarie si chiamavano Sangiovannese e Bibbienese, Castelfiorentino e Certaldo. Proprio queste ultime due, però, fecero sì che il “miracolo” del Capolona avesse vita breve. Nel corso della sua terza stagione, infatti, il Capolona arriva a giocarsi la salvezza contro il Certaldo, che è dietro i casentinesi di un solo punto con una giornata al termine del campionato. Il Capolona era atteso a Castelfiorentino, e solo una vittoria avrebbe garantito la certezza matematica della permanenza in categoria. I timori della vigilia, però, non erano eccessivi, anche perché tra Castelfiorentino e Certaldo c’era un’acerrima rivalità, che lasciava pensare che gli avversari degli amaranto, già salvi, non si sarebbero dannati l’anima per batterli. Anche perché, a quanto racconta Aldo Buonavita, “memoria storica” dell’US Capolona nonché dirigente accompagnatore dell’epoca: «prima della partita fui avvicinato da un dirigente del Castelfiorentino in compagnia di un signore che non conoscevo, il quale mi disse che se noi avessimo accettato di dare i premi partita promessi ai nostri giocatori a quelli avversari, loro si sarebbero risparmiati dal dannarsi l’anima in campo. Io dissi solo che poteva andare bene. Solo che poi la partita andò diversamente: il Castelfiorentino giocò con un agonismo che ci sembrò da subito eccessivo, ci furono diverse espulsioni, fu quella che oggi si sarebbe definita una gara maschia. Alla fine, riuscimmo a vincere 1-0, e mentre tornavamo verso il pullman, il dirigente accompagnato dal signore di prima venne da me a reclamare il premio che avevamo più o meno pattuito. Dopo aver visto l’atteggiamento dei suoi in campo, però, l’unica cosa che mi sentii di dire fu che se lo poteva scordare. Solo mentre tornavamo in pullman verso casa cominciammo a realizzare che poteva essere stato un tranello. Detto fatto: quando in settimana uscirono i bollettini della Federcalcio, la partita ci era stata data persa per 3-0 per tentato illecito sportivo, eravamo retrocessi e saremmo dovuti partire nel campionato seguente con sette punti di penalizzazione. La persona che non conoscevo si era rivelata essere un dirigente federale. E quel comunicato mise la parola fine alla prima parte della storia sportiva dell’US Capolona».
Un’interruzione lunga 11 anni, con la riconversione nel frattempo del campo da calcio in terreno edificabile, nonostante proprio lì si fossero tenuti i primi tornei in notturna di tutta la vallata del Casentino, con migliaia di persone che venivano a vedere queste partite disputate in orario “insolito”, con gente arrampicata anche sulle colline adiacenti al campo da gioco. Una pausa lunghissima, che trovava la sua motivazione anche e soprattutto nei contrasti che inevitabilmente sorsero dopo il “fattaccio” di Castelfiorentino tra i fondatori della squadra. Una pausa che sembrava non dover finire mai, nonostante la passione dei sostenitori capolonesi fosse stata talmente accesa che un derby Capolona-Subbiano, per la precisione quello del 1963, venne fatto disputare al Comunale di Arezzo perché il pubblico sarebbe stato troppo numeroso per il campo sportivo di allora. Ma si sa, nello sport come nella vita non sempre le cose vanno come si vorrebbe. E allora si dovette aspettare il 1975 per riveder giocare la squadra del Capolona, ospitata per la bellezza di sei anni nel campo del Castelluccio, fino a quando venne costruito l’attuale stadio in Via Dante.
Nel palmarès di questa seconda vita del Capolona, oltre ad alcuni campionati in Promozione, ci sono una Coppa Toscana vinta dalle giovanili in una memorabile finale per 2-1 contro la Pistoiese (che quest’anno è inserita nel girone di Eccellenza dove militano i “cugini” del Subbiano, corsi e ricorsi storici) e una Coppa Toscana di Prima categoria, nel 2001, che valse il salto in Promozione, al termine di una doppia sfida contro i grossetani dell’Alberese che, dopo aver strappato un pareggio a Capolona si videro sconfitti per 1-5 sul proprio terreno. Quella che ne seguì fu appunto l’ultima stagione di Promozione della seconda vita amaranto, con gli ultimi derby ufficiali col Subbiano (per la cronaca, finirono 1-1 a Subbiano con pareggio capolonese in pieno recupero e 3-1 per i gialloblù a Capolona), a cui seguì un altro, doloroso declino sportivo, culminato con la stagione in cui il titolo sportivo venne gestito a metà col Quarata, facendo assumere alla squadra la denominazione di “Quarata Capolona”, una compagine mai sentita come appartenente al territorio, che giocava a volte di qua e a volte di là, tanto che l’anno successivo si decise di abbandonare l’idea e ripartire in proprio dalla Terza categoria.
Terza categoria abbandonata quest’estate, quando il ripescaggio per meriti sportivi ha consentito agli amaranto di anticipare di un anno i piani societari: lo scorso anno la promozione era stata mancata nella doppia finale dei playoff contro l’Indicatore, così quest’anno la società aveva deciso di allestire una squadra in grado di provare a vincere la Terza senza passare dagli spareggi. Così la campagna acquisti amaranto è risultata utile anche per la categoria superiore, anche perché è articolata su un progetto ben preciso: quello di riportare i capolonesi allo stadio. Così gli acquisti messi a segno in estate sono quelli di Simone Lucani, Magnani, Buricchi, tutti ragazzi del territorio in grado anche di dare un ottimo contributo alla causa. Senza dimenticare l’altro ex amaranto Amatucci, attaccante solido e di grande esperienza. Alla guida della squadra c’è poi un altro “cavallo di ritorno”, Luciano Romani, lo scorso anno a Salutio, ma con un passato alla guida della prima squadra del Capolona.
Una squadra che si identifichi col territorio, insomma, una squadra in cui i capolonesi possano riconoscersi: questa è l’idea attorno alla quale sta crescendo questa terza versione dell’US Capolona, che di diverso dalle altre ha la “D” aggiunta alla denominazione societaria, ma in comune con le prime due ha la voglia di fare innamorare di sé gli sportivi capolonesi. Perché in fondo, in questi anni di digitale terrestre, di serie A in HD, di tessere del tifoso e di soldi facili che oggi ci sono e domani non ci sono più, il calcio più vero e genuino è proprio questo qua. E il prossimo anno sarà il cinquantesimo anniversario dalla nascita della Prima squadra di calcio a Capolona: chissà che non ci siano altre sorprese in serbo...
Gli obiettivi stagionali dichiarati dalla dirigenza amaranto non vanno al di là di una tranquilla salvezza. Ma sognare non è mai stato vietato, e questo, in fondo, è il bello del calcio che sta al di sotto dei teatri dorati della massima serie. Quelli a cui la dirigenza amaranto spera di riportare il maggior numero possibile di appassionati e semplici simpatizzanti.
 
Il vivaio 
Attualmente il settore giovanile è il risultato di una “fusione” con le giovanili di Arezzo Nord e Ceciliano. È stata, infatti, creata la società sportiva “Etruria 2009”, di cui è presidente Sergio Vanneschi e segretario Daniele Buonavita. Attualmente, la nuova società conta 200 ragazzi, dei quali circa 130 provenienti dall’USD Capolona e va dai Piccoli Amici (nati negli anni 2003-2004) ai Giovanissimi (1995). È un numero consistente di ragazzi, oltre a essere una risorsa importantissima per il futuro della squadra amaranto. Un “fiore all’occhiello”, insomma, per una società che vuole ritornare ai livelli che gli competono, anche grazie al contributo che questi giovani saranno in grado di dare in futuro alla Prima squadra. Questa gestione associata del vivaio termina però di fatto con i Giovanissimi. Dagli Allievi in poi ogni società gestisce il settore giovanile per conto proprio.