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Tra le presenze camaldolesi nel mondo, la realtá dei due vicini monasteri a Mogi Das Cruzes, in Brasile, a 40 km circa da San Paolo, ha tanti motivi per essere considerata un segno dei tempi che vive la nostra congregazione e forse la nostra stessa Chiesa. Certamente lo è per la storia travagliata della prima presenza camaldolese in questa terra: iniziata con molte speranze nei primi anni del ‘900 a Caxias do Sul, una regione piú a sud di quella attuale, per 25 anni realizzó un felice insediamento tra la popolazione di origini prevalentemente italiane. Un bella realtá di condivisione, amicizia e dedizione da parte dei nostri confratelli, ancora oggi omaggiata dal ricordo della gente che non ha dimenticato i “frati bianchi”. Un’esperienza che tuttavia non venne compresa e accettata, per tante ragioni, dalla casa madre toscana che ottenne il rimpatrio dei pionieri camaldolesi grazie anche all´intervento formale della Santa Sede. Poi nella seconda metá degli anni ‘70, inizió gradualmente il secondo movimento che portó in terra brasiliana altri monaci, sempre di Camaldoli. Negli anni del post concilio e del fiorire della contrastata Teologia della Liberazione, che proprio in Brasile ebbe il proprio centro nevralgico, fu a loro che il vescovo di questa cittadina tra le più popolose della cosiddetta “Grande San Paolo” offrì un terreno tutto da disboscare per costruire il monastero: nel 1988 venne inaugurato con la prima messa il mosteiro da Transfiguração, al quale seguì, pochi anni dopo, l’insediamento di quello femminile, che fu chiamato mosteiro da Encarnação. Questo è già uno dei segni dei tempi della nostra storia di cristiani e cristiane che cercano di vivere la propria “sequela Christi” nella fedeltà monastica al carisma camaldolese. Mentre il dibattito ecclesiale vive infatti momenti di altalenante attualità e fortuna sui modelli possibili di convivenza tra uomini e donne nella stessa Chiesa, ecco che qui in Brasile, è la realtà a superare gli sforzi di immaginazione ideologica o le tentazioni programmatiche. Le monache e i monaci camaldolesi a Mogi Das Cruzes, sono vicini di casa, vivono una prossimità rispettosa delle reciproche differenze, pregano tutti i giorni assieme, si invitano a pranzo e a cena, si sostengono come possono nei reciproci bisogni e difficoltá. A volte anche, come capita nei veri rapporti di amicizia, si deve discutere per uscire assieme da incomprensioni reciproche. Ma a nessuno di noi sfugge la portata di questo dono che è la nostra convivenza, che appare unica nel panorama camaldolese: un vero dono del Signore che merita ancora di essere fecondato e nutrito, perchè continui a portare i suoi frutti per il Brasile stesso e per le rispettive case madri di Camaldoli e di Sant Antonio in Roma. C’è un dato da considerare che appare come un altro segno dei tempi: tra i monaci quattro sono italiani, uno è statunitense, uno è brasiliano e brasiliani sono anche i due postulanti. di cui uno di origini rumene; tra le monache, tre sono tanzaniane, due brasiliane e brasiliana è anche la postulante. Veramente, per dirla in portogehse: todo o mundo misturado!! Qui vivono insieme culture e storie diverse, basti pensare solo al cammino delle monache tanzaniane che sono quelle che hanno camminato piú di tutti noi, passando per Roma e finendo in un terzo continente!! Anche solo se contiamo le lingue che siamo in grado di parlare qui a Mogi das Cruzes, possiamo veramente dire che siamo un vero laboratorio monastico di umanità globalizzata!! Forse non è un caso che questo avvenga proprio in Brasile, una terra che per tradizione ha saputo far convivere culture e razze diverse tra loro con sapiente tolleranza e capacità di integrazione (proprio qui a Mogi Das Cruzes è per esempio molto consistente la presenza di una comunità giapponese). Si tratta per noi di saper mettere in gioco e condividere queste diverse radici culturali, nel voler proporre agli ospiti e alle future candidate e candidati alla vita monastica il volto di una vita umana possibile, sobria e ricca di sapienza, vissuta nella fedeltà alla luce semplice e vivificante del Vangelo, capace di unire davvero i cuori di tutti gli uomini e le donne del mondo. Forse la realtà del Brasile in questo è parecchio diversa dalla nostra Europa, almeno dalla sua parte più prospera nella quale i nostri monasteri italiani sono insediati. San Paolo, ad esempio, è certamente tra le città del mondo con il più alto numero di ricconi planetari. Vedi i loro elicotteri volteggiare, atterreranno direttamente sui grattacieli della megalopoli, per evitare il pesantissimo traffico che blocca per ore milioni di persone sulla strada del ritorno. Solo all’ingresso della stessa città, incontri le baracche delle favelas, strade sterrate, senza luce, cani randagi e bambini per strada. Oppure, non è per niente scontato che chi desidererebbe venire in monastero per qualche giorno, abbia anche i soldi per pagarsi il pulman e affrontare tranquillamente un giorno o più di viaggio. Qualcuno scrive al priore per farsi mandare un libro su San Romualdo che vorrebbe acquistare ma proprio non può permetterselo. Sono solo esempi che vogliono far capire come in Brasile la diseguaglianza economica e la mancanza di mezzi e opportunità sociali sia ancora per tante persone la realtà di tutti i giorni, capace di far cadere i giovani o in un fatalismo di classe, o semplicemente in una mancanza di un proprio orizzonte esistenziale. Per molti giovani quindi la rassegnazione può essere l’ unica spiaggia. Ma c’è anche un possibile risvolto fecondo in questa dinamica sociale: quando infatti le aspettative esistenziali delle persone appaiono autentiche, messe di fronte all’impatto duro della vita tendono di fatto a farsi più essenziali, in qualche modo piú aperte alla vita. E allora proprio la vita del monastero, semplice e accogliente la dignità di ogni persona, senza infingimenti e facili rifugi sociali, può diventare una casa concreta e possibile dove perlomeno provare a vivere le dimensione più profonde della propria esistenza. Anche perchè non mancano davvero i giovani e le giovani che ci tengono al proprio impegno ecclesiale. Molti, ad esempio, lavorano durante il giorno e contemporanamente seguono corsi notturni e settimanali di formazione teologica, con sacrificio e disponibilità interiore, nella assoluta normalità della vita quotidiana. L’impegno generoso dei giovani brasiliani chiama, interroga e coinvolge tutti noi qui a Mogi Das Cruzes, dalle monache e Don Luigi che superano già i dieci anni di permanenza in questo continente, ai neo arrivati da Fonte Avellana come Gianni e Giovanni, che iniziano ora a familiarizzare con il portoghese. è tutto qui il senso del nostro impegno in terra brasiliana: rispondere ad un appello semplice, discreto e vitale, rivolto proprio a noi che aspiriamo ad un cuore altrettanto semplice, (Sap,1,3) vorremmo dire, propriamente monastico. Entrare in questo dialogo vivendo la vita ordinaria, delineando un volto comunitario amichevole, fedele e accogliente, ai fratelli e al mondo. Se il Signore ci renderà capaci, brasiliani, italiani, tanzaniani, statunitensi di permanere nelle gioie e nelle fatiche della reciproca obbedienza che ci fa godere tutti dei Suoi doni, allora avremo in dono la vita, non rimarrà delusa la nostra speranza. è in questa luce che leggiamo il dono di aver celebrato il 7 giugno la professione monastica semplice del nostro fratello Bruno Bonifacio. |