Marina e la sua storia di vita vissuta…

“Quei fatti mi toccano da vicino, sì… perché quella ragazzina sono io”. Così mi ha risposto Marina Martinelli in occasione della presentazione del suo ultimo libro “Occhi cattivi” avvenuta in occasione della Mostra del Libro per Ragazzi di Bibbiena. Dopo le raccolte di novelle, questo suo ultimo romanzo – che ha come protagonista una ragazzina di tredici anni di nome Rita – parla in modo delicato ma coraggioso degli orchi, di quegli occhi cattivi che si nascondono tra tanti occhi buoni o spesso dietro agli stessi.

Rita che subisce le attenzioni viscide di questo uomo adulto è Marina, Marina è stata Rita tanti anni fa.

La rivelazione è uscita di getto dalla bocca di Marina, come fosse un corpo estraneo. La platea l’ha accolta con stupore, ma insieme con generosità e un silenzio fatto di abbracci e solidarietà. La scaletta delle domande è saltata come il tappo di una bottiglia di champagne a due minuti dalla Mezzanotte. Il resto della presentazione ha varcato tante soglie, ha toccato tanti cuori, è stata una lezione di vita e una celebrazione unica della forza delle donne. Un bel regalo nell’imminenza di un 8 Marzo sempre più sbiadito. La rivelazione che “Occhi cattivi” è un libro ritrovato nell’inconscio – in quello strato della nostra coscienza dove si sedimentano tutte le cose brutte – è stata capace di smuovere coscienze e di far riflettere anche nel nostro angolo di provincia dove sembra che tutto sia bello e pulito come in una pubblicità.

Marina ha risposto alla mia ammissione alla platea di non sapere nulla prima di quel momento con un candido “anch’io non sapevo nulla, nel senso che non ricordavo prima di iniziare a scrivere”. Un allontanamento dalla realtà voluto per difendere se stessa, per “continuare a vivere” – ammette Marina – “oltre quegli occhi cattivi mischiati a quelli buoni di un paesino casentinese come tanti, dove tutti si vogliono bene e si aiutano, dove c’è una comunità educante, una rete di protezione”.

Così Marina squarcia il velo dell’ipocrisia e ammette che il male si annida proprio là dove splende il bene, si insinua tra lo stesso.

Marina decide alla fine per un lieto fine, perché “volevo che quell’uomo, che vive ancora, potesse capire che non ha mai vinto su di me, che in fondo c’è un lieto fine per tutte coloro che sono state colpite dalla violenza , che la forza delle donne sta proprio nel rialzarsi e continuare non “nonostante tutto”, ma “contro tutto” in un gesto di coraggio estremo che ci appartiene per definizione”.

Alla Mostra del Libro per Ragazzi di Bibbiena, domenica scorsa, si è creata una strana magia: la platea di uditori si è trasformata in una comunità empatica di condivisione del dolore. Una sensazione capace di farti sentire meglio in un mondo che ogni giorno sacrifica il corpo delle donne in qualche altare sempre più alto e sempre più grande. Allora scopri che non c’è setta o fede o parte del mondo immune da tutto questo, ma che su questo corpo si combattono guerre, piccole e grandi. E scopri che il silenzio avvolge tutto: il silenzio forzato, il silenzio imposto, il silenzio cautamente suggerito. Un silenzio che spacca i timpani, però.

Ma Marina ha parlato, dolcemente, onestamente spiegando anche ai bambini e alle bambine di sempre cosa significa violenza, cosa significa pedofilia.

La tragica vicenda della Piccola Fortuna Loffredo (la bimba di 6 anni morta il 24 giugno del 2014 dopo esser stata violentata e gettata giù da un palazzo del Parco Verde di Caivano, ndr), da cui Marina ha scritto e detto di aver tratto la spinta per raccontare certe vicende seppur in forma di romanzo, è una delle tante, troppe storie di abuso a cui la nostra memoria volatile è sottoposta giorno dopo giorno in questi anni di grandi conquiste umane e di tragici scivoloni verso la barbarie più cieca. Un uomo in doppia veste che si costruisce tra gli estremi, lasciando tanti spazi all’indifferenza.

Domenica Marina ha dato voce a tutte quelle donne che sono state costrette al silenzio, dalle donne siriane costrette a rapporti sessuali in cambio di pane, alle 150 donne uccise per mano dei loro compagni o ex compagni nell’anno appena trascorso, alle bambine che ogni 5 minuti muoiono nel mondo a seguito della violenza, ai 9 milioni di italiane che almeno una volta nella loro vita, hanno dovuto subire attenzioni malate al lavoro come in casa.

Non c’è medicina più bella della giusta parola e dove questa manca si crea il vuoto. Quando il resto tace, c’è sempre una parola che salva, che guarisce. Quella di Marina ci è stata di grande conforto.