Una riflessione sulla tragedia di Castelfranco (AR) e la bimba dimenticata in auto

di Rossana Farini

La tragedia della bimba morta nell’auto della mamma che l’avrebbe dovuta portare all’asilo, ci ha travolto e turbato. Una piccola vita spezzata e una madre, anch’essa innocente, che dovrà portarsi un fardello troppo grande per chiunque.
Questo è il mio pensiero, arrabbiato e netto, reso arroventato dagli eventi e dai commenti che si sono accatastati addosso alla notizia, ma anche scagliati contro la madre della piccina.
A proposito di questi, fa male il cuore leggere che la maggioranza di questi giudizi provengono da donne e madri.
Nessuno può giudicare senza sapere. Nessuno ha il diritto di inchiodare su una croce senza informarsi su tutto, senza capire nel profondo. Troppo facile condannare e basta, facendo appello al senso materno, alla cura. Ma non voglio addentrarmi troppo su questo territorio. Lo farei solo di pancia e anch’esso sarebbe un azzardo privo di senso.
La riflessione che vorrei fare è invece su un altro fronte, che è quello della maternità o meglio della conciliazione dei tempi familiari e quelli lavorativi. Qualcuno, nei commenti, ha detto che la mamma, se si era accorta di non farcela, doveva mollare, che è come dire “le donne devono pensare alla famiglia”. Punto e basta. Certamente esistono delle priorità. E la maternità è una di queste. Ma dobbiamo iniziare a ragionare sul fatto che tutto questo non può essere una priorità solo privata. Deve essere una priorità che si impone la società, la comunità educante, lo stato. E in questo il nostro è completamente assente, deficitario al massimo. I tempi nel nostro “mondo del lavoro” sono tempi maschili, orari maschili, ritmi maschili. E in questo non c’è nessuna condanna, piuttosto un’amara considerazione. Le madri, in ogni posto di lavoro, sono esseri “diversi” a cui si impongono dilatazioni irraggiungibili. Basti pensare agli orari delle riunioni. Chi si alza per andare a ritirare i figli da scuola è guardato in tralice e si allontana portandosi dietro uno strascico di sguardi interlocutori e di commenti che oscillano tra il sarcasmo e la pura cattiveria. E deve pure giustificarsi. Inutilmente. Pateticamente.
A decidere, purtroppo, sono sempre coloro che con la maternità hanno poco a che fare. Le donne che decidono, anche in alto, sono poche e proprio per i motivi sopra ricordati: anche i tempi della politica hanno il fiocco azzurro. Chi ha famiglia non può condividere o in modo molto difficoltoso.
Considerazioni opinabili, certo. Non orientate, però. Anche a queste verrà data una targa sicura e molto liberatoria. E va bene ugualmente.
Ciò che mi preme condividere in modo molto rispettoso verso chiunque, è, invece, il concetto che dovremmo guardare alla comunità come ad un corpo pensante, unico e corretto dove ognuno ha il suo posto e dove la solidarietà tra le parti possa diventare il motore di ogni nostro incedere.
Se manca questa visione, il nostro avanzare sarà sempre contrassegnato da un interessamento lacunoso e malato nei confronti degli altri che non va oltre la chiacchiera da piazza, l’intrusione cattiva nel privato.
Solidarietà deve diventare una parola d’ordine della politica a qualsiasi livello e non solo uno slogan da tirare fuori quando fa comodo.
Solidarietà sono le politiche forti sulla maternità; solidarietà le azioni corpose che in una comunità si mettono in campo affinché tutti possano realizzarsi come individui per il bene comune.
Questo per dire che le madri vanno sostenute, aiutate con ogni mezzo, perché sono delle eroine vere, perché hanno deciso di dare la vita al futuro. Lasciarle sole ci condanna a tutti, nessuno escluso.
Io sono con Ilaria, io sono con quella bambina, che abbiamo perduto come comunità.