Abbiamo deciso di dedicare una rubrica a voi casentinesi; a chi ama questa vallata così tanto da dedicarle una storia, una poesia, un racconto. Brevi o lunghi testi che inseriremo tra i nostri articoli online (o nella rivista) e che contribuiranno a elogiarne la bellezza, così come la cultura, la storia e le figure importanti che l’hanno vissuta e che la vivono ancora. Nomi, luoghi, aneddoti, storie vere o inventate che coloreranno le nostre pagine e doneranno un qualcosa in più alla nostra valle. Scriveteci, dunque, fateci leggere e apprezzare le vostre parole e noi saremo contenti di pubblicarle.

Ecco il racconto che ci ha inviato Daniela Tani…

Al canto alla rana

Di Daniela Tani

Non avevo scelta. Se volevo sedere sulle pietre vicino all’acqua, dovevo farlo in mezzo alle centinaia di girini che non intendevano spostarsi per fare posto a me. Se ne stavano fitti fitti a tappezzare di nero quelle pietre rugose che si allungavano in acqua. Non avevo mai nemmeno immaginato che potessero stare tutti insieme ad aspettare di diventare rane. La pozza fredda e immobile sussultava sotto lo scroscio della cascatella che si abbatteva su due grandi sassi. Arretrai verso una pietra piatta più lontana dall’acqua, stesi l’asciugamano e mi sdraiai al sole sapendo già che il caldo di mezzogiorno, mi avrebbe spinto di nuovo a bagnarmi. Stavo immobile con gli occhi chiusi sotto gli occhiali scuri e non riuscivo a distogliere il pensiero da quel tappeto nero in continuo movimento. Mi chiedevo perché non avessi mai visto un girino prima di allora. Vivo, intendo. La mia memoria risaliva alle immagini del libro di scienze di terza media ma non ricordavo di aver mai letto che stessero tutti stretti e tremolanti ad aspettare la trasformazione. La verità era che non avevo mai avuto confidenza con l’acqua del fiume.
Da bambina, durante l’estate, abitavo in campagna e quando mia nonna mi portava a fare merenda sull’Arno, l’ordine era quello di restare sull’argine e di non scendere vicino all’acqua perché il figlio di un nostro vicino di casa era scivolato ed era affogato. Mia nonna prima di uscire controllava che non avessi messo sotto il costume per paura che a una sua piccola distrazione io mi buttassi in acqua e mi ripeteva che nessuno ormai poteva fare il bagno in quell’acqua grigio-verde popolata da topi. Così, guardavo da lontano il luccichio dell’acqua che imprigionava il sole delle cinque e sentivo il sudore attaccato ai pantaloni e alla maglietta.
Ai tempi in cui era viva mia nonna, andare sull’Arno per me era un ripiego, un mare marrone stretto e lungo con qualche barchetta ancorata alla melma e una fila di pescatori immobili davanti alla canna che ributtavano in acqua il pesce appena pescato. Ma avrei dato chissà che cosa per potermi bagnare.
Il mare era lontano per noi che non avevamo la macchina. O meglio, una macchina c’era, ma mia nonna la lasciava arrugginire in garage dopo che mio nonno era stato investito da un camion e trascinato per diversi metri. Non voleva disfarsene e nemmeno la sfiorava l’idea di prendere la patente. L’estate abitavo da lei, in quella casa nei campi, vicino a una cartiera abbandonata a pochi chilometri da Santa Croce. Uno zio di mio padre mi aveva portato a Bocca d’Arno e mi aveva spiegato che in quel punto il fiume si buttava in mare. Diceva proprio così: si butta in mare, e io non capivo il perché della parola “bocca”, pensavo più ad un grande secchio pieno d’acqua grigia scaraventato verso la distesa azzurra e cercavo di localizzare il punto esatto in cui avveniva l’incontro dei due colori. L’Arno era sporco come l’aria puzzolente che ci avvolgeva dalla mattina alla sera. Lo zio, proprietario di una conceria, ogni tanto ripeteva che a lui quel puzzo non faceva né caldo, né freddo.
A settembre, quando ricominciavano le scuole, a malincuore tornavo a Milano, con mio padre e mia madre, farmacisti nella loro farmacia, e per settimane, l’odore acido del fiume, continuava a seguirmi come un’ombra ostinata.
Adesso, stesa sull’asciugamano, a pochi chilometri dalla sorgente, intontita dal sole caldo di luglio, non riuscivo a spiegarmi perché io da bambina non avessi mai visto un girino. Scavavo nella memoria e non compariva nessuna una rana. E’ vero che non giocavo mai insieme ai maschi che sguaiati gridavano e facevano a pugni vicino ai fossi, chiudevano gli insetti nei barattoli e minacciavano sempre di lanciarmi un ranocchio quando cercavo di passare inosservata per mano a mia nonna. Lei li cacciava lontano, non voleva averli intorno a casa. Ero la bambina di città che non poteva mischiarsi con quelle ciurme.
Ascoltavo il rumore della cascata e speravo che la folla di girini avesse lasciato un varco per scendere all’acqua. Avrei potuto anche cambiare posto, attraversare quella specie di ponticello che portava sull’altra sponda e poi salire su, camminare per un tratto sotto i grandi abeti, annusare il profumo della terra umida e sedermi sulla riva del fiume che prima di scendere giù nella pozza si allargava a formare un lago basso e terroso. All’ombra, mi sarei seduta sull’erba fresca e facendomi coraggio sarei potuta entrare nell’acqua gelida. Lassù, non avevo ancora visto i girini. Forse a loro, come a me, piaceva crogiolarsi al caldo della pietra.
Aprii gli occhi e intravidi qualcuno che stava scendendo. Mi guardai intorno con disappunto, la pietra più comoda per sdraiarsi l’avevo occupata io, il mio zaino, i miei vestiti, erano sparsi qua e là, avrei dovuto alzarmi e raccogliere tutto, sperando tuttavia di non trovarmi distesa accanto ad uno sconosciuto. Ancora peggio sarebbe stato, se questa persona, si fosse messa a fumare o avesse acceso una radio: consideravo le pietre della pozza e il silenzio che la circondava, come un salotto personale che ripulivo ogni giorno da cicche e cartacce, mi sentivo invasa se qualcuno veniva a sedersi vicino a me. Tirai un sospiro di sollievo quando vidi il ragazzo che si stava avviando verso il ponticino. Avrei avuto ancora un po’ di tempo per stare da sola. Alle due sarei tornata a casa, avrei cucinato qualcosa e poi avrei acceso il mio computer portatile.
All’ora di pranzo il paese si svuotava. Tutti a casa a mangiare e nessuno si sarebbe mai sognato di scendere al fiume. Alle quattro, però, arrivavano orde di bambini e mamme con borsoni pieni di merende.
– Il “Canto alla rana” – mi aveva detto la signora del panificio – è il nostro mare, qui a due passi, e poi la sera siamo a casa nostra -. E la cosa a cui tenevano di più, mi sembrava fosse quella di tornare a casa loro. Io non ero a casa mia.
Avevo affittato un appartamento le cui finestre davano sulla piazza antica dalla forma ovale che si restringeva in salita, con i negozi sotto i portici e i vicoli stretti che si diramavano verso il basso. La mattina mi affacciavo e vedevo dalle finestre spalancate, l’interno delle altre case con i soffitti di legno a cassettone, i davanzali in pietra serena, i portoni con le borchie di ferro secolari. Guardavo le travi massicce del mio salotto, i travicelli irregolari, il cotto consumato del pavimento e mi sembrava di abitare in un pezzo di storia.
Avevo scoperto l’esistenza di quel paese a marzo, quando ancora c’era la neve e stavo andando a Camaldoli con la cartina del Casentino aperta sul sedile di fianco. Guidavo lentamente sulla strada principale stringendo il volante per paura che la macchina mi scappasse via, poi mi ero fermata al bar “Il ponte” per prendere un caffè. Con il naso schiacciato alla vetrata e la tazzina in mano, ascoltavo il fragore della cascata che spumeggiava di sotto mentre sospesa su quella veranda, mi chiedevo come si potesse vivere lì senza la paura di essere spazzati via.
– È lo Staggia – mi aveva detto un vecchietto – intrufolandosi nei miei pensieri – è lo Staggia che poi finisce nell’Arno… ci sono certe trote dentro che sono più vecchie di me, qui non si pesca…
Mi ero voltata grata di quell’intrusione e gli avevo chiesto dove fosse l’Arno.
– Se sta arrivando da Firenze, c’è passata sopra, è quello di là dal borgo vecchio.
Avevo visto, passando, un fiumiciattolo, ma non avrei mai creduto si trattasse dell’Arno. Stupidamente l’avevo immaginato uguale in tutto il suo percorso: disteso largo fra due sponde.
– A valle, l’Arno, si ingrossa, ma qui vicino alla sorgente è un torrentello – aveva detto ancora l’uomo indovinando i miei pensieri.
Ero uscita salutando e mi ero avviata, camminando con prudenza sulla neve scalpicciata, verso una stradina che portava al borgo. Il rumore della cascata mi aveva seguito finché non ero arrivata alla piazza e poi ero discesa verso l’altro ponte. Un corso d’acqua saltellante fra sassi e arbusti, scendeva in mezzo ad abeti innevati. Sul cartello bianco attaccato al ponte c’era scritto: fiume Arno. Sembrava quasi uno scherzo. Se non ricordavo male, anche Dante, in un canto del Purgatorio chiamava l’Arno “fiumicel che nasce in Falterona”.
Il ghiaccio sotto le scarpe e l’umido che mi entrava nelle maniche troppo larghe del cappotto, mi avevano impedito di gustare quel borgo polveroso profumato dal fumo dei legni bruciati nei camini.
Ero ripartita ma non ero arrivata mai a Camaldoli. Infreddolita e scoraggiata dal ghiaccio sulla strada, ero tornata indietro non appena la strada aveva cominciato ad inerpicarsi timorosa nelle foreste casentinesi. Sarei tornata con il tempo bello dell’estate. Avevo telefonato al monaco a cui avrei dovuto fare l’intervista (che poi avrei trascritto e avrei inserito come appendice alla mia tesi di laurea sull’importanza della selvicoltura nella “Sancta Regula” benedettina) e gli avevo comunicato la mia decisione. Avrei rimandato di qualche mese la discussione della mia tesi. Del resto, anche il professore di Storia Medioevale mi aveva consigliato di rivedere alcuni capitoli. Laurearmi a luglio o a settembre, non avrebbe fatto una grande differenza.

Mi alzai, decisa ad entrare in acqua a costo di calpestare qualche girino. Tirai fuori dallo zaino le mie scarpette di gomma per camminare sui sassi. Se dovevo calpestarli, non volevo certo sentire il viscido vivo sotto i piedi. Avanzai piano sperando che si fosse aperto un varco. L’acqua era limpida e verde. La massa dei girini sembrava diradata. Dalle caviglie, brividi di freddo mi salirono su alle gambe, sentii una sferzata di gelo sui glutei e poi allo stomaco. Infilai la testa sotto e cominciai a nuotare.