Angelo Savelli, 50 anni di teatro: dal Casentino ai palcoscenici internazionali di tutta Europa

Sembra che Marisa Fabbri abbia più volte affermato che il Casentino sia percorso nelle sue viscere da forze Ctonie e che per questo gli artisti nati su queste terre abbiano un carisma particolare. Visto che tu sei casentinese, esiste secondo te un legame fra il luogo in cui si nasce e lo sviluppo della propria arte?

«Innanzitutto voglio ricordare che proprio grazie a comuni legami con il Casentino, Marisa Fabbri ed io eravamo diventati negli anni sinceri amici e colleghi; ed è a lei che devo la conoscenza e la familiarità con Luca Ronconi, il più innovativo regista italiano del ‘900, che è stato per me fonte inesauribile di stimoli ed illuminazioni. Due eminenti studiosi, i professori Paolo Puppa e Siro Ferrone, parlando in varie occasioni del mio lavoro di regista ed autore teatrale, hanno spesso tirato in ballo le mie origini casentinesi per giustificare i lati cupi, sotterranei, funebri della mia poetica, controbilanciati dalla grande fuga nel Meridione, verso gli orizzonti più solari, ma sempre saturnini, di una ritrovata (o reinventata) materna cultura mediterranea. Sarà vero? Fatto sta che a Stia, stretta tra i monti, il sole sorgeva tardi e tramontava prestissimo e gli inverni erano davvero bui e nebbiosi; delle dolci sinuosità delle colline toscane non c’era traccia e non c’erano gli ulivi “a far di santità pallidi i clivi”. C’erano più castagne che ciliege e più rospi che mucche; senza contare che ogni sasso poteva nascondere una biscia o un aspide. Nella piazza del paese c’era una fontana con quattro leoni dalla cui bocca uscivano quattro sinuosi serpenti e dove, per bere, si era costretti ad accostare le labbra alle fauci spalancate e dentate degli orridi rettili. Il muschio per il presepio si andava a cercarlo all’Ommorto, dove, come un sinistro lamento, sibilava sempre il vento; il bagno al fiume si faceva in una pozza dal meduseo appellativo di Gorgone, che come una divinità ctonia ogni tanto s’inghiottiva – così dicevano le ansiose madri – qualche ragazzo, e le escursioni sul Falterona portavano sempre al Lago degli Idoli, nascosto nel fitto del bosco, dove si diceva che gli etruschi compissero sacrifici umani. Nel cimitero pieno di languide statue bianche, proprio al centro del paese, si potevano vedere i fuochi fatui e per rincuorarmi mi spiegavano che erano solo gli effetti gassosi della putrefazione dei cadaveri che spesso faceva cedere e sprofondare, dopo una lunga avvisaglia di sinistri cigolii, le tombe di marmo. Mia madre mi portava in austeri conventi/fortezze a visitare invisibili monache di clausura celate da grate massicce, che mi regalavano miracolosi cuoricini di stoffa rosso-sangue attraverso cigolanti sportelli a ruota dove si diceva che spesso venissero abbandonati dei poveri bambini in fasce. E come se tutto questo non bastasse ci si era messa anche la signora Perodi a riempirci di presenze inquietanti, morti ammazzati e gnomi nordici quel po’ di freschi anfratti e gorgoglianti ruscelli che ci erano rimasti.

Veri o falsi che fossero questi fantasmi, io avevo temuto davvero di sentir chiamare disperatamente il mio nome attardandomi la sera nei pressi del castello di Poppi, allora non certo illuminato come oggi. E quando a maggio andavamo a catturare lucciole per i campi perché ci “cacassero i soldini sotto il bicchiere” durante la notte, io temevo realmente di vedermi apparire da dietro qualche filare di granturco uno scheletro sgangherato o una sanguinante armatura vuota. E quanti lamenti e risatacce abbiamo creduto di udire dietro i castagni rientrando in paese dalla casa di qualche compagno di scuola, figlio di contadini. E quanti progetti abbiamo fatto, più grandicelli, quasi “giovani marmotte”, per identificare scientificamente il nascondiglio maledetto della campana d’oro fino.

Si può essere felici in un simile contesto? Sì, e anche molto. Perché la mia infanzia casentinese – come quella di tanti altri miei coetanei – è stata in fin dei conti un’infanzia felice, trascorsa a diretto contatto con la natura (materna o matrigna che fosse) ed imbevuta di quel genuino senso di “comunità” di cui – pur tra provincialismi limitanti e conformismi paesani – mi sono potuto nutrire all’ombra delle pievi e dei castelli: una disposizione all’impegno civico che non ho mai perso, anche se continuamente coniugata con le umbratili declinazioni della malinconia.

Diceva Cesare Pavese che ognuno di noi porta dentro di sé un paese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Credo che quel ‘paese’, con i suoi colori e le sue ombre, sia stato molto presente nello sviluppo della mia poetica e della mia carriera artistica.»

Quanto ha influito sulla tua adolescenza e giovinezza l’incontro con Tiezzi, Lombardi, Marion D’Amburgo, anche loro tuoi coetanei e nativi di queste terre, proiettati poi in un universo teatrale dei più prestigiosi?

«Ѐ stato un influsso decisivo. Anche se poi abbiamo preso strade diverse, gli anni trascorsi con loro al Liceo coincidono esattamente con il momento in cui ho maturato l’intima convinzione che sarei voluto diventare un regista. La loro parallela determinazione – ben più forte della mia – mi ha dato il coraggio di confessare a me stesso quali fossero le mie aspirazioni e di scommettere sul mio probabile talento. Ma la voglia di teatro non è nata con loro. C’era anche prima ed avevo cominciato a sperimentarla in ambito paesano, prima con l’impegno in prima persona nella gestione di ritualità religiose e di ricorrenze civili, poi mettendo insieme un po’ di coetanei e portandoli sul palcoscenico del Teatro Comunale a recitare Brecht.»

E quanto ha inciso, sia in negativo che in positivo, allontanarsi da questi luoghi per iniziare il grande lavoro teatrale che poi ha caratterizzato tutta la tua vita?

«Ѐ stato un passo inevitabile. Come ci si allontana dai genitori per diventare adulti, io dovevo allontanarmi da un luogo che non poteva corrispondere alle mie aspirazioni. Lo confesso: le mie aspirazioni sono sempre state – con un po’ di presunzione – abbastanza alte. E forse, anche grazie a questa presunzione, molte di quelle si sono realizzate. Se non fossi partito, probabilmente tutto ciò non sarebbe accaduto e non avrei incrociato le vie e le vite di artisti come Marisa Fabbri, Carlo Monni, Serra Yilmaz, Lucia Poli, Nicola Piovani, Roberto De Simone, Pippo Baudo, Toni Servillo e molti, molti altri ancora.»

Nella primavera del 1976, tu e Pino De Vittorio, giovane cantante pugliese passato poi con Roberto De Simone, decidete di fondare a Firenze la “Compagnia di musica e teatro popolare Pupi e Fresedde”. Quali letture e quali stimoli culturali avevano spinto la tua passione teatrale verso spettacoli che coniugavano folklore meridionale ed antropologia, mondo popolare e psicoanalisi, musica dal vivo, il canto, la danza, il dialetto meridionale?

«Il Piano A era fare il regista. Ma esisteva – realisticamente: non si sa mai, no?  – anche un Piano B: fare il professore di filosofia. Così ho portato avanti contemporaneamente gli studi teatrali e quelli filosofici, incrociando l’antropologia, la psicanalisi, la semiologia. Ma anche molto altro: la storia dell’Arte, la musica, la letteratura… Insomma il Piano B nutriva il Piano A, perché non può esistere un regista senza cultura, non è consentita l’ignoranza a chi deve guidare la complessa macchina della rappresentazione teatrale verso l’approdo sul palcoscenico. Poi è successo che, essendo nel frattempo entrato nel mondo del teatro agito, ed avendo conosciuto importanti attori, registi e compagnie che mi hanno consentito di crearmi una mia realtà professionale, tutto ciò ha reso superfluo il Piano B. Il quale però non è mai sparito. Prova ne è il mio esordio come regista e autore con uno spettacolo ispirato a “La terra del rimorso” di Ernesto De Martino, non un testo teatrale ma un saggio di antropologia sul fenomeno delle tarantolate salentine. E per poter compiere il passo fatale dall’astratta riflessione intellettuale alla reale fisicità del teatro, dovetti crearmi una mia compagnia ad hoc, composta di talentuosi artisti meridionali, a partire appunto dallo straordinario cantante e attore Pino De Vittorio.»

La compagnia teatrale Pupi e Fresedde, inizialmente senza una fissa dimora, ma acclamata in grandi avventure internazionali e lunghissime tournées, si esibisce in vari spazi della città di Firenze, tra cui il cortile di Palazzo Strozzi, i chiostri di Santa Croce ed i bastioni di Forte Belvedere, il delizioso Rondò di Bacco. Afferma poi la sua stanzialità sul territorio con la sede nel piccolo teatro di Settignano e dopo, nel 1986, con il trasferimento della sede presso i locali della storica Società di Mutuo Soccorso di Rifredi, nasce il nuovo ente “Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi”, tutt’ora operante che acquista una decisa spinta propulsiva sul piano gestionale grazie all’arrivo di Giancarlo Mordini. Un teatro quindi che sfida il tempo e si appropria dei luoghi, allaccia collaborazioni con teatri e artisti internazionali, crea sinergie e spunti di riflessione. Se tu dovessi riassumere l’evoluzione e le trasformazioni avvenute nel corso di tanti anni in “Pupi e Fresedde” grazie al tuo lavoro di regista e traduttore, che cosa diresti?

«Tra poco festeggerò i miei cinquanta anni di teatro professionale. Se mi guardo indietro, mi gira la testa. Non riesco a contenere in una sola immagine tutti gli spettacoli – più di 170 – che ho realizzato, gli artisti che ho incontrato, i teatri che mi hanno ospitato, le avventure in cui mi sono imbarcato… alcune di piccolo respiro locale ma molte altre di indiscusso prestigio internazionale. Se tutto questo è stato possibile, è perché ho saputo mantenere saldo il timone della mia ispirazione teatrale, il mio modo di approcciarmi al teatro, ai teatranti e soprattutto al pubblico, e al tempo stesso capire quando era il momento di rigenerarsi, di trasportare questa eredità in contesti diversi e con diverse modalità organizzative. Così da una semplice compagnia di amici – che si era però imposta, per la sua originalità, nel panorama nazionale – siamo passati ad una cooperativa che viveva di tournèes soprattutto internazionali, poi alla gestione diretta di una sala teatrale, poi ad un Centro Nazionale di Produzione ed infine – recentemente – al Teatro Nazionale, che è il massimo a cui si può aspirare nel nostro settore. Da qualche anno il mio principale centro d’interesse creativo è diventato la nuova drammaturgia contemporanea internazionale. Ma ad un occhio attento non sfuggirà che anche in questi miei ultimi spettacoli di pura prosa sopravvive ancora – debitamente aggiornata – la stessa scintilla poetica e antropologica dei miei inizi.»

Il Teatro di Rifredi dal 1994 avvia per la prima volta un’originale attività per i bambini, inaugurata con il fortunatissimo “Il giornalino di Gian Burrasca” e dedicata alle storie toscane per l’infanzia, da Boccaccio a Collodi. Parallelamente prendono il via una serie d’innovativi progetti specificatamente pensati, sia sul piano didattico che su quello della comunicazione, per gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori. Il teatro quindi come luogo per fare didattica. Quali sono i progetti per il futuro che si muovono in questa direzione?

«Nel futuro del Teatro di Rifredi – oggi parte integrante del Teatro della Toscana – Teatro Nazionale –  ci sarà ancora molta attenzione per i progetti per le scuole, perché da vent’anni questi costituiscono una parte integrante dell’identità di questa sala e continuano ad avere un eccezionale riscontro tra i professori e gli studenti. Negli anni abbiamo accumulato un validissimo repertorio di opere specificatamente pensate per la didattica scolastica (Dante, Boccaccio, Ariosto, Pirandello, tematiche scientifiche, ambientali e sociali, ecc…) che continuiamo a proporre con immutato successo. Ogni paio d’anni c’inventiamo qualcosa di nuovo: adesso stiamo pensando a Goldoni, Eduardo e Shakespeare. Inoltre a varie riprese imbarchiamo in questi progetti alcuni nuovi giovani attori professionisti per garantire la freschezza comunicativa e l’empatia con il giovane pubblico.»

A maggio 2022 sono terminati i lavori di riqualificazione e messa in sicurezza dello storico teatro comunale di Stia inaugurato il primo maggio con il concerto della Filarmonica Gaetano Trapani. Pensi che sarebbe possibile sviluppare sul territorio casentinese un progetto didattico con le scuole sulla falsariga del Teatro di Rifredi?

«Intanto voglio dire che sono molto felice per la rinnovata vita del Teatro Comunale di Stia. Mi piace ricordare che è lì che ho visto il mio primo vero spettacolo teatrale. Era il 1964. Io avevo 13 anni e sedevo, solo e affascinato, in una delle cigolanti sedie di legno delle ultime file della platea. Sulla scena si rappresentava “I fucili di madre Carrar” di Bertolt Brecht. In scena c’erano Gian Maria Volontè e Carlo Cecchi. Che battesimo! Dieci anni dopo, proprio Cecchi sarebbe diventato il mio mentore e maestro, introducendomi al professionismo teatrale. Quanto al progetto per le scuole sullo stile di Rifredi, penso che sia una questione di bacino d’utenza. Produrre degli appositi spettacoli – come facciamo noi – che poi però si esauriscono in sole due o tre repliche non è economicamente sostenibile. Si possono quindi ospitare – semmai in maniera organica e continuativa – delle produzioni esterne. Oppure incentivare quelle realtà produttive presenti sul territorio ma in un’ottica quantomeno casentinese se non addirittura provinciale.»

Ѐ uscito da poco un piccolo volume edito da “Casentinopiù” che si intitola “I luoghi del cuore”, in cui i collaboratori della rivista hanno raccontato i luoghi in Casentino meno visitati e più nascosti. Esiste un posto in Casentino che ti fa pensare a un ipotetico “ritorno a casa”?

«Sì, esiste. Ma è ormai irraggiungibile. Ѐ il Bar Savelli… come era negli anni ’50 e ’60.»

Hai mai pensato di mettere in scena le novelle un po’ gotiche e spettrali di Emma Perodi?

«Certo. E l’ho anche fatto. La prima edizione del mio spettacolo “Le novelle della nonna” risale al lontano 1994 in concomitanza con un convegno su Emma Perodi che si tenne al castello di Poppi. Grazie al successo ottenuto, lo spettacolo è stato poi replicato innumerevoli volte in vari teatri e recentemente ne ho approntata una nuova versione con nuovi attori.»

Ti faccio un’ultima domanda a cui si può anche non rispondere vista l’immensità dell’argomento: che cosa è per te la felicità?

«Mi verrebbe da citare quello che Federico Fellini fa dire a Marcello Mastroianni nel film “8 e mezzo”: felicità è poter dire la verità senza far male a nessuno. Ma più prosaicamente posso dire che per me la felicità è aver fatto il lavoro che avevo sempre desiderato fare, aver trovato il compagno della mia vita e adesso pensare serenamente a “un futuro senza di me”, guardando il sorriso innocente e solare del mio meraviglioso nipotino Ettore.»

 

 

Daniela Tani
Daniela Tani
Laureata in Lettere moderne, insegna Lingua e letteratura italiana. Ha pubblicato: L'ospite cinese, Del Bucchia Editore, 2013. Kebab per due, Autodafè, 2015. D'amore e d'altro, Alter Ego, 2017 recensito da Valerio Aiolli su Il Corriere della sera di domenica 4 agosto 2019. L'amico di lei, Smith Edizioni, 2020. Ha frequentato in varie sessioni i corsi e e le Full immersion della Scuola di scrittura Omero di Roma. Collabora alla rivista “Accademia Casentinese” “Giornale di Lettere, Arti, Scienze ed economia” con articoli riguardanti le scrittrici italiane del '900. Per “Achab” è in uscita il suo articolo su Pier Paolo Pasolini “Al cuor non si comanda”. Conduce corsi di scrittura creativa patrocinati da Enti pubblici e associazioni, in particolare Fondazione Circolo Rosselli, Comune di Pratovecchio-Stia (AR). Vive tra Firenze e le Foreste Casentinesi.

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