Angiolo Cardini, il centenario di Carda e i suoi incredibili racconti

È il 16 agosto del 2022.

A Carda, suggestivo borgo situato a 15 chilometri da Rassina nel comune di Castel Focognano, un uomo festeggia il suo centesimo compleanno. Gli affanni del tempo non hanno scalfito la lucidità di Angiolo Cardini, soprannominato “Cangio” dai suoi compaesani e familiari, e il cui cognome ben evidenzia l’origine di chi è nato in un luogo dove ha vissuto quasi ininterrottamente per un secolo. Angiolo, con una dialettica scorrevole e sorprendentemente fluida a dispetto dell’età, rivela che fu creduto defunto addirittura da bambino: a soli sette anni, fu trovato in stato d’incoscienza dai genitori, e per 48 ore non aprì gli occhi. Tuttavia, quando il parroco del paese giunse nell’abitazione per recuperare la presunta salma del piccolo, si accorse assieme ai genitori che ancora respirava. Tale vicenda dell’infanzia fu il preludio di altre situazioni in cui Cangio accarezzò la morte riuscendo a schivarla quasi miracolosamente. Durante la seconda guerra mondiale dovette partire, neanche ventenne, per la sconfinata Russia, e da giovanissimo e inesperto soldato, un giorno dimenticò il fucile e incrociò un tedesco che, anziché considerarlo disertore e di conseguenza giustiziarlo, decise di risparmiargli la vita. Dopo la ritirata successiva alla battaglia di Stalingrado, Angiolo  raggiunse a piedi la Romania e vi rimase per alcuni mesi, e poi, attraversando la Yugoslavia, dove assistette a efferate stragi, gli fu possibile il ritorno a Carda.

Una volta rientrato in Casentino, la guerra non era ancora terminata e in numerosi villaggi della valle, nella primavera del 1944, si verificarono alcuni tra i più tragici eccidi nazifascisti. I racconti relativi a quei giorni così drammatici per la storia locale sono narrati con straordinaria precisione nei dettagli, al punto che tali episodi sembrano attuali o recenti. L’intervistato si commuove quando si sofferma sulla scomparsa del “poro Licio”, ossia il  comandante partigiano Licio Nencetti che, ad appena 18 anni, pur essendo stato avvisato dell’arrivo delle truppe naziste, decise di non fuggire ma affrontarle e fu fucilato davanti alla chiesa di Talla. Particolarmente drammatica e struggente è la storia di un ragazzo cardese, Emanuele “dell’Olga”, il quale salutò benevolmente alcuni amici compaesani che avevano aderito al fascismo e questi, anziché ricambiare, non esitarono ad ucciderlo.

Sempre nel ’44, a seguito di uno dei tanti rastrellamenti avvenuti nell’entroterra casentinese, quasi tutti i giovani della zona furono catturati, e ancora una volta la sorte fu incredibilmente benevola con Cangio. Infatti incontrò lo stesso soldato tedesco che l’aveva graziato in Russia e questi, memore dell’episodio, volle aiutarlo di nuovo, inviandolo non in un campo di sterminio ma come agricoltore presso una famiglia in Germania. A seguito dell’armistizio, finalmente l’Italia conobbe tempi di pace e Angiolo iniziò a svolgere l’attività che mai interruppe fino al pensionamento, ossia quella di boscaiolo e carbonaio o, come lui stesso preferisce definirsi, “lavoratore della macchia”. Proprio durante una trasferta lavorativa in Sardegna, conobbe colei che sarebbe diventata ben presto sua consorte, la signora Mariangela. Nel remoto comune montano di Gadoni, non distante da Nuoro, la coppia si sposò nel 1955 e lì trascorse il primo dei 59 anni di matrimonio. Una volta tornato definitivamente a Carda, Cangio è diventato prima padre, poi nonno e nel 2013 bisnonno di Glauco. Il bisnipote è considerato il primo segreto di tanta longevità, perché gli ha permesso di mantenersi attivo anche dopo la scomparsa della moglie.

Oggi Angiolo Cardini trascorre le sue giornate riposandosi sulla poltrona della cucina, senza aver  perso né la voglia di divulgare aneddoti, talvolta anche sotto forma di canzone, né la memoria fotografica di luoghi del Casentino che oggi risultano in parte molto diversi, in parte identici rispetto al secolo scorso. Gli acciacchi legati alla salute non sembrano spaventare un uomo che, superata la soglia dei cent’anni, possiede un bagaglio unico di esperienze e storie di vita. La guerra ha portato con sé la cicatrice profonda della parziale perdita dell’udito, dovuta ad una bomba che esplose in prossimità dello stesso Cangio ed altri commilitoni italiani. Negli ultimi anni non sono mancati gli interventi chirurgici, anche molto delicati, che hanno preoccupato non poco i familiari: l’ultima operazione, subita a novantacinque anni compiuti, ha riguardato il fegato e gli stessi medici avevano dichiarato che il rischio di non sopravvivere non era trascurabile. Tuttavia, le nipoti Maya, Veronica, Arianna e Aurora, oltre alla figlia Rosalba, garantiscono che il loro nonno ritornò dall’ospedale più pimpante ed energico di prima. L’inevitabile sedentarietà quotidiana non ha tolto l’appetito ad Angiolo, che pur avendo ancora un fisico integro, asciutto e longilineo – è difficile, a prima vista, dedurre che sia un centenario – è un insaziabile appassionato di “maccheroni sodi e topini”.

Oltre all’immancabile affetto dei cari, un altro particolare rilevante che ha influito positivamente sulla straordinaria capacità di resistere al tempo è aver condotto una vita salutare. Ciò si evince proprio dai racconti relativi alla guerra: “Quando eravamo in Russia scambiavo le sigarette per ricevere il pane: io sono ancora qui mentre chi faceva il contrario, è morto prima di me”.

La festa del centesimo compleanno ha rappresentato un momento di gioia collettiva per tutta Carda. Il sindaco di Castel Focognano Lorenzo Ricci ha omaggiato l’uomo ormai più anziano del paese consegnandogli di persona una targa. La domanda più naturale da rivolgere a Cangio è se sia soddisfatto della sua lunga esistenza secolare e se sia felice di essere arrivato ad un traguardo assai difficile per un essere umano. Il diretto interessato, a tal proposito, non ha esitato a dare una risposta tanto ironica quanto chiara: “Sono contento di aver vissuto così tanto e non me l’aspettavo, ma se fossi più giovane sarebbe meglio”.

Tanti auguri, e cento di questi anni.

Alberto Marioni
Alberto Marioni
Sono cresciuto a Stia prima di trasferirmi a Firenze, dove ho studiato all’università e oggi lavoro. Ho una laurea in Economia, ma non tratto mai il PIL e lo spread: mi trovo più a mio agio a scrivere sul mio amato Casentino, in cui ho lasciato il cuore. Mi piace il calcio, dalla Champions League ai campi fangosi di periferia, il nuoto in piscina, in mare e nell’Arno, e anche il teatro. Ho scritto qualche monologo e alcuni testi, per lo più comici. Preferisco una risata che fa riflettere a discorsi articolati privi di sostanza: "chi non ride mai non è una persona seria." (Foto di Federico Ghelli)

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