“Buonaseeeera!”

“Allora sai che ti dico?”, urla lei alla cornetta: dall’altro capo del filo, il coniuge assente. “Adesso esco e vado col primo che capita”. La scena si chiude con lei che, varcata la soglia di casa, si ritrova l’inquilino del secondo piano sulle scale, in mise di guanti in lattice e pannuccia: “buonaseeera”, fa lui, ed il gioco è fatto. “Cogli l’attimo” (Carpe diem) chiosa la voce fuori campo, intenta a pubblicizzare l’occasione di comprarsi una Fiat, a rate, nel 2001.
L’abilità dell’inquilino, unica e primigenia, è quella di origliare: per il resto, è seducente quanto una scatoletta di tonno. Lei che “va col primo che capita”, il vicino che non si fa mai i fatti suoi e, se valesse la pena, potremmo aggiungere che “questa casa non è un albergo” quanto che “non c’è più la mezza stagione”: così, tanto per esaurire i luoghi comuni. Sul luogo comune, di solito, l’intelligenza naufraga.
Scorrendo il disegno di Legge Pillon, l’urgenza del preambolo invita l’adesione al provvedimento come un atto di “civiltà” (si cita, en passant, la joint physicall custody, l’esperienza Svedese, Belga e quella del Canada francofono): lo stesso perno sul quale l’articolo di Rossana Farini annuncia la propria resistenza (“salto indietro nella storia dei diritti e della dignità delle donne di oltre quarant’anni”).
La questione, ovviamente, non riguarda la “civiltà” che, dunque, è solo un argomento capzioso.
Non posso garantire per Pillon, ma m’immagino che Rossana (NDR: mi permetto il “tu” solo per conoscenza personale, stima ed economia nella scrittura) abbia presente la distanza fra cultura e civiltà che, a beneficio del lettore, m’appresto a ricordare. I Greci dell’Odissea erano “civili” (al pari di Tirreni e Fenici, per altro) perché solcavano i mari mentre gli “incivili” restavano sulla costa ad aspettarli: con le conseguenze “culturali” del caso. Di lì a poco, sono diventati “incivili” anche i Cartaginesi, i Pitti ed i Germani; più oltre gli Aztechi, i Maya e gli Aborigeni, passando per gli ultimi Romani (quelli di Bisanzio) per finire col Popolo degli Uomini. Per farla breve, dietro la “civiltà” si nasconde una qualche superiorità misurabile, di ordine tecnologico, che non riguarda né la Legge né la cultura: a fortiori non riguarda il genere.
Mentre tu, Rossana, pensi “al modo di cacciare, (…) di mettersi al pari della natura circostante, (…) alla loro libertà anche sociale, al modo di allevare i figli, a quello di sbrigare le faccende tra uomini e donne” di quelli che intendi come “Indiani d’America”, a me viene in mente la Conferenza di Pechino ed oscillo fra il riso ed il pianto.
Tu, Rossana, sai cos’è la Conferenza di Pechino per cui, ciò che segue, resta a beneficio del lettore.
Preceduta e seguita da altre importanti iniziative congressuali sulla condizione femminile (indette dall’O.N.U.), la Conferenza di Pechino (1995) si risolse con la dichiarazione omonima nella quale, tu m’insegni Rossana, veniva sancito il “diritto alle pari opportunità”. Il cascame della dichiarazione, nei paesi promotori (sostanzialmente i 12 paesi Europei, già progrediti e paritetici), si è risolta nel c.d. “femminismo di stato”, nelle “azioni positive” e nell’Art. 3 dello Statuto del Partito Democratico. Lasciamo il “femminismo di stato” in congedo temporaneo (fermo restante che ne possiamo parlare quando e quanto vuoi), le “azioni positive” al giuslavorismo e vediamo se lo Statuto del Partito Democratico c’illumina sulla crucialità del passaggio: ben inteso, culturale.
L’articolo citato, recita: “Il Partito Democratico si impegna a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla piena partecipazione politica delle donne. (…). Favorisce la parità fra i generi (…). Il Partito Democratico assicura le risorse finanziarie al fine di promuovere la partecipazione attiva delle donne alla politica”. Ora. Se avessi un coraggio che non ho, affiancherei all’articolato in questione lo stesso articolo (il III) della Costituzione Italiana al quale, il passo statutario, pretende di fare il verso. Anche lì si cita la dignità, si sottolinea la partecipazione, s’invita i governi all’azione e si prescrive l’uguaglianza: … dei cittadini! Messo giù così, il testo del PD segna il passaggio dalla lotta di classe a quella di genere che, mi si conceda il sorriso, sembra un po’ la litania dei maiali nella Fattoria: entro la quale c’è qualcuno di più uguale degl’altri.
Nel diritto di famiglia corrente, intriso di paternalismo, si suppone un patrimonio (un dovere di padre, dal sintagma Latino di pater e munus) ed un matrimonio (il dovere speculare di ch’intende dar la luce ad un figlio, dal sintagma mater e munus) entro il quale, venuto meno il secondo, la parte “soccombente” si rivale sul primo: è ancora così? È questo il valore dell’affectio all’alba delle unioni civili? Tutto suggerisce di no, perfino la cornice paternalistica, di cui sopra, che ne ha suggerito l’inquadramento giuridico. Al netto dei casi di violenza familiare, che riguardano il Codice Penale, e del comprovato abuso strumentale dell’istituto da parte dei praticanti di diritto (NDR: gli avvocati), nessun normodotato che frequenti le aule di tribunale potrà mai negare il trattamento di maggior favore riservato alle madri di figli minori. Per carità, a me va benissimo che sia così ma, da qui a lamentarsene, ce ne corre. Sarebbe come se Silvio Berlusconi, dall’alto della villa di Arcore, si denunciasse perseguitato, lui e prole, come gli Ebrei dai nazisti. Risibile ma poco credibile.
Discutibile, in oltre, è che “sul corpo delle donne” siano “state combattute tutte le battaglie”: magari, dico io! Personalmente ero rimasto alla dialettica oppressi ed oppressori, insita nella società, che la “comunità” (tali i “comunisti”) avrebbe provveduto a superare: evidentemente sono rimasto indietro. I fatti sui destini delle comunità, anche quelle fondamentali, parlano coi numeri: peggio di così solo il Popolo degli Uomini ed in questo ti do ragione. Sono irrimediabilmente superato, soprattutto, in termini retorici perché il rifermento immaginifico del discorso passa dal lavoro alla Passione; dalla fabbrica al Calvario: dalla fatica al supplizio. Ovvio che non sarei pronto a giurare che le battaglie (sociali-ste, presumo) si siano tutte svolte sul corpo femminile forse perché l’emancipazione, per me, è dal bisogno e non da qualcuno. Quanto la libertà, naturalmente, non è “dal male” ma dallo stesso bisogno.
Ecco, se s’accetta che le battaglie si consumano sui corpi, non vorrei che il cerino si spostasse nelle mani dei figli: magari in nome della maggior tutela sulle madri (“rendere quasi impossibile il divorzio, indebolire le donne, mortificare le conquiste sociali ottenute in anni di battaglie parlamentari”). Sono sicuro, Rossana, d’averti frainteso perché, se così non fosse, in queste suggestioni non potrei seguirti. Sono sicuro, invece, che tu da madre, quanto io da padre e prescindendo che non siamo reciprocamente sposati, abbiamo la forza di manlevare i “nostri” figli da questioni che non li riguardano. Se così non fosse, bada bene, interverrebbe il tribunale e la resistenza, te lo posso assicurare, sarebbe inutile; ovviamente ed a patto che provvediamo un divorzio: da coniugi, sembra, sia ammesso diffamarsi reciprocamente coi figli.
Con questo, sia chiaro, non ho nessuna intenzione di sposare il disegno di Legge Pillon: tanto meno Pillon! Ma da qui a negare qualsiasi asilo alla Parental Alienation Syndrome, in territorio letterario, quanto alla Joint Physicall Custody, in quello giuridico, è pretestuoso e non perseguibile. In primis, con riguardo alla P.A.S., perché i letterati del DSM-5 ne stanno parlando e tu sai bene chi questi siano: sono quelli che, nel DSM-3, avevano accertato l’omosessualità come malattia (sic!). Poscia, riferendomi al diritto di Common Law ed alla J.P.C., perché ci sono stati (già da tempo) sentenze favorevoli e conseguente creazione di prassi giurisprudenziale che, sapendo come gira il mondo, finirà per imporsi anche nel diritto positivo: prima Statunitense e poi Italiano. Ricordati che ormai, mutandogli la pelle, dagli Americani importiamo anche i J.O.B.S. acts (acronimo di Jumpstart Our Business Startups che in Italiano suona come “rilancio dei nostri avviamenti aziendali”) spacciandoli per riforme del lavoro (Sic!).
In soldoni. Negare la paternità per affermare la maternità, squalificare la questione della co-genitorialità come barbarie, è un regresso culturale: tanto perché ci consegna ad Achille, che si costruisce il proprio destino sulla pelle di Ettore, quanto perché ci riporta al giudizio dei coloni Americani nei riguardi dei “pellerossa”: ciò a dire, ben oltre un regresso di pochi lustri. Cosa mi rammarica di più, però, è questo clima da Aspettando i Barbari: lo smarrimento ansioso di chi, senza questi, non saprebbe più cosa sarà di sé.
Ché i barbari, dopotutto, sono sempre una soluzione a quanto non è stato considerato.