Casentinese è… (By i’ Marioni)

Alberto Marioni

Di Alberto Marioni

Casentinese è… Chi in Casentino è nato. Non per sua scelta: nessuno decide quando venire al mondo, e neanche dove. Anche perché altrimenti paesi come Borselli e Rigutino sarebbero disabitati. Il casentinese una volta iniziava la sua vita a Bibbiena, ora probabilmente a Arezzo, però senza dire “alo’”. Le sue prime parole, mentre piange, sono: “Ostia, ma dove so capitato?”. Pian piano le lacrime lasciano spazio a sorrisi e sospiri di sollievo. Poteva anda’ peggio. Il casentinese cresce, tra omogeneizzati e tortelli, tra plasmon e ravioli, tra biberon e costoliccio. Inizia a guardarsi intorno, e a scoprire il suo mondo: l’Arno, Camaldoli, la Verna. E capisce subito che i guanti e le papale saranno più utili delle ciabattine infradito. Tra raffreddori che durano dall’ultima settimana d’agosto alla prima di giugno dell’anno successivo, impara a sciare alla Burraia, a nuotare alla Rana o al Ponte Rosso, a correre alla Pista Ciclabile Soci-Partina, a giocare a calcio in squadre dove non si evince proprio il senso d’appartenenza alla terra, come Archiano e Falterona. Col pallone c’è da sempre una passione particolare, che ha portato a sviluppare tattiche rudimentali ma sempre efficaci come “o palla o gamba” o, perché no, “o una gamba o quell’altra”.

Poi l’infanzia lascia spazio all’adolescenza. Il periodo più caotico e travagliato dell’esistenza umana, anche tra le nostre colline. Si formano le prime amicizie scolastiche intercontinentali: tra stiani e poppesi, tra pratovecchini e capibugi, tra stradini e badiani. Si vengono a scoprire novità importanti: a Montemignaio e Chiusi della Verna ci sono anche esseri umani, esiste un paese che si chiama Rassina. Qualcuno compra il motorino, altri, decisamente più autoctoni nella fenomenologia, optano per l’ape. E raccontano con immenso gaudio di essere baltati, anzi, “bartati” in sedicenti greppi. Comunque le temperature rigide invernali non permettono di andare a scuola col ciclomotore. Tocca ricorrere a mezzi di trasporto rapidi nonché efficaci: il cetaceo blu noto come Sita, ed il Trenino del Casentino. A tal proposito pare che i miei coetanei iscritti al liceo in terra aretina, i quali a settembre 2004 avrebbero dovuto presentarsi al primo giorno di scuola, oggi siano finalmente arrivati a Borgo a Giovi.

In questo periodo si sviluppa nei ragazzi un dialetto ai limiti tra lo sconvolgente e lo sconcertante, che include capolavori come gnapure, oté, bugigattolo, rimbuzzarsi, pantomimma, cincibillocchi. Ma è tutto normale, tranne per chi viene da fuori e prova a capirci qualcosa. Soprattutto, però, l’adolescenza è il tempo dei primi amori. A quei tempi, “in Bibbiena”, il sabato sera si può ammirare una fila interminabile di ragazzini alle Carceri, seguita da quella all’entrata del River Piper, che sotto la pioggia pare una pista da motocross, o al Palagio, anche se i giovini esploratori sanno sempre trovare un nuovo pertugio per scavalcare l’ingresso indenni.

Tra scontri agguerriti nei campi della categoria Juniores, qualche debito a matematica a giugno e le “rocchiate” (incontri a base di salsicce nostrane, per chi non sapesse) al fiume, si fa presto a compiere i fatidici 18 anni. Questo è il periodo dove il casentinese prende la patente e inizia a conoscere bene la sua patria, un po’ per interesse naturalistico e un po’ per imboscarsi. Arriverà ben presto a sapere una frazione della vallata per lettera alfabetica: Asqua, Becarino, Campupoli, Doccione, Eremo di Camaldoli, Freggina, Gressa, Il Tiro, Larniano, Moggiona, Notteto, Ornina, Pieve a Socana, Quorle, Rimbocchi, Salutio, Terrossola, Valgianni, Zenna. Chi cerca il paese che inizia per U, sappia che… Un c’è.

L’entusiasmo della Fiesta nuova di zecca e della possibilità di firmare i propri libretti di giustificazioni in assoluta autonomia dura ben poco. Il maggiorenne dell’appennino toscoromagnolo scopre un potere magico, mistico, indescrivibile nella sua spregiudicata manifestazione: il potere supremo del Lamentarsi. È qui che comincia a sbadigliare, talvolta pronunciando affermazioni blasfeme, alternate ai soliti discorsi come “ma qui un c’è mai nulla” o “che noia, si va sempre negli stessi posti”. Ma non appena viene inaugurato un nuovo evento o un locale, incredibilmente, non ci va.

Emerge dunque l’esigenza di cambiamento, di fuga, di scoperta del mondo e di rotonde il cui diametro sia superiore ai 15 centimetri più un pacchetto di Vigorsol. Non resta che partire: per l’estero, per il nord Italia o, come spesso avviene, verso l’Universita’ degli studi di Firenze. Nei primi mesi, l’astinenza da Casentino è liberatoria, salvifica. Finalmente si respira una mentalità aperta, si inquadrano volti mai visti, si inizia ad avere la sensazione di cosmopolitismo che prima poteva esser soltanto sognata. Il Monte Falco e il Monte Penna sono sempre più lontani. Un giorno, però, subentra uno strano richiamo. Il casentinese si inserisce in un discorso a caso, inerente ai castelli della Transilvania, e inconsciamente afferma: “Anche quello di Poppi l’e’ bello”. Sarà il primo intervento di una lunga serie. Esemplificherò per rendere l’idea. Archeologia: “ma al lago degli idoli vu ci siete stati?Botanica: “ecco una foto dei pisciacani che c’ho in giardino.” Faunistica: “le trote di Papiano e i tritoni del laghetto di Metaleto son spettacolari”. Perfino fotografia: “a Bibbiena ci s’ha un museo famoso in tutto il mondo!!!”. In tutto il mondo tranne che a Bibbiena. La nostalgia si fa talmente forte che diventa impossibile non far ritorno a casa. La casa prima offesa e poi ricercata. Prima regno del nulla, ora oasi del tutto. Prima incompresa, quindi odiata, alla fine amata. Il casentinese qui diviene AlfaCasentinese, effondendosi nella totalità del suo piccolo paradiso. Si diletta nei boschi riempendo panieri, si scatta selfie in cima alla croce del Pratomagno, va a mangiare il panino col salame a Scarpaccia e la schiacciata alla Consuma, ma rigorosamente senza oltrepassare il cartello che segna la fine della provincia d’Arezzo, nonché della sua valle. Durante il tempo di neve, poi, si addentra nelle bufere del passo della Calla dilettandosi in pericolosi freni a mano, d’autunno s’insinua nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi per sentire il bramito del cervo. Eppure, di cervi, ne avremmo tanti anche nei certi abitati, e lo sanno tutti.

Il casentinese, mai domo, astemio o vegano, ogni domenica non può inoltre esimersi dal rifocillarsi di prelibatezze locali, rischiando la sincope tuffandosi alla Steccaia o al Gorgone senza aver digerito il pranzo, e nel frattempo, in un batter d’ali passano i giorni, i mesi, le stagioni, gli anni.

Ed è felice, nel suo habitat. Anche se continua a lamentarsi. Prima allo stadio, successivamente al bar, e infine davanti ai cantieri. Dove c’è sempre gente, ad ogni ora, alla faccia di chi dice che nella nostra vallata non c’è nessuno. Poi, purtroppo o per fortuna, ogni storia ha un epilogo, anche se il Casentino ha la memoria lunga, se non imperitura, per chi gli ha voluto bene. E dove poseranno le spoglie del casentinese non crescerà un palazzo, e neppure un fiore, ma molto, molto di più:

un fungo porcino.