Coronavirus in Casentino, la caccia al nome…

Foto di iXimus da Pixabay

Il coronavirus ci lascia spazi di riflessione interessanti. Ci ha aperto una finestra sulla natura umana che non conoscevamo.

Mi correggo,  la conoscevamo, ma la maggior parte di noi forse solo dai libri, da quella storia che ci impone un continuo sforzo di memoria personale e collettiva. Questo sconosciuto chiamato covid-19 che, inaspettatamente, si è presentato alle porte del mondo sconvolgendone i piani, ci ha portato anche questo. Non torno sui disastri nazionali, la follia collettiva, le esternazioni sui topi e via discorrendo. No, metto a fuoco la situazione nostrana, quella del Casentino.

Sì perché anche da noi è arrivato il piccolo e malefico covid. Onestamente abbiamo sperato fino all’ultimo che il miracolo fatto dalla Madonna con la peste del 1347, che risparmiò Bibbiena e dintorni, si ripetesse anche nel 2020. Ma evidentemente questa volta non era possibile. Infatti eccoti il primo caso vero. La notizia è iniziata a circolare ieri mattina, ma molti, chissà come, l’avevano appresa dalla sera precedente. A questo punto è accaduta una cosa che non avrei mai immaginato: la caccia al nome. E ovviamente al cognome che, ad un certo punto della giornata, ha causato non poche confusioni visto che in Casentino siamo pochi e i cognomi, ohi noi, sono quelli. Ecco allora scatenarsi i gruppi whatsApp, sì i lontani parenti del covid-19, ma che agiscono su un’altra sfera umana.

No, non c’è da ridere. Non voglio ridere. Riflettevo su un paio di parole.

La prima è rispetto. Questa parolina magica deriva dal nostro amatissimo latino respectus-respìcere che significa avere riguardo, prendersi cura. Mi vengono le vertigini se sbircio dentro a questa parola. Rispetto significa che io riconosco l’individuo a me simile, ne riconosco il valore, rivedo nell’altro la mia umanità. Insomma rispetto come un principio di reciprocità, ovvero ravvisare il valore irriducibile dell’esistenza degli altri. Ecco, andando a caccia di un nome, andiamo a caccia di una persona, perché il nome lo identifica e lo sostanzia. Con questo gesto ci prendiamo una libertà che non abbiamo, ovvero quella di trattare l’altro, come entità inferiore in virtù di una nostra ipotetica superiorità. Ma di cosa? Perché per ora non siamo stati scelti come la casa del piccolo e malefico covid-19? Insomma ci dimentichiamo che l’altro ha i nostri stessi diritti, e tra questi vi è proprio quello di essere tutelato nella sua integrità e persona.

C’è un’altra parola che questa “caccia al nome” mi ha fatto venire in mente ed è pudore. Insomma quel tenere qualcosa per noi soli per non esporsi completamente allo sguardo sfacciato del mondo, che pone sul mercato e pubblicizza tutto, senza più fare distinguo. I modelli che ci circondano vanno in tutt’altra direzione. Tutto deve essere messo “in piazza”. Una corsa compulsiva a mostrare anche quella cosa sacra e intoccabile che è il dolore privato sia fisico che morale. Portati da questi modelli che oggi sembrano vincenti, pretendiamo che tutti facciano lo stesso.

Ecco allora la caccia al nome.

Non so come concludere questa riflessione da covid-19. Forse la degna conclusione la potrei trovare in “L’amore ai tempi del colera” del mio amatissimo Gabo.

Voglio riprenderlo oggi stesso quel libro, perché mi serve assaporare di nuovo la poesia che c’è dentro, una poesia che resiste alle miserie del mondo, di ieri e di oggi. E alla poesia i nomi non servono, servono le parole, quelle giuste, e la musica.

Rossana Farini