Coronavirus, la testimonianza di un casentinese che vive a ridosso della “zona rossa”

Marco Bigiarini

Sono giornate dure queste. Anzi, più strane che dure. Il coronavirus sembra aver preso le sembianze di un folletto malvagio che è arrivato per testare la nostra “tenuta sociale”. Se non ci fossero morti, città bloccate ed un’economia a picco ci sarebbe da ridere. Qualcuno in Casentino ci ha provato, ma non ha capito che ci sono cose su cui è meglio non scherzare troppo. Ieri sera sono arrivate anche le indicazioni delle Regione Toscana dopo una riunione fiume che il Presidente ha tenuto con tutti i sindaci. In Toscana non c’è emergenza coronavirus. Quindi scuole aperte e manifestazioni senza prescrizioni particolari. Nonostante le corse ai supermercati – che anche da noi si sono viste  – nonostante la caccia all’ultima bottiglietta di disinfettante gel, per noi la vita non è cambiata molto.

Ma c’è chi vive in un’atmosfera tutt’altro che normale, paragonabile ai postumi di un brutto sogno notturno da cui emergi tutto sudato e quasi dolorante. A darcene testimonianza viva è Marco Bigiarini. Padre casentinese, madre milanese doc, ha frequentato le scuole superiori nella nostra valle dove ha abitato con la famiglia fino a poco tempo fa per poi ritornare in Lombardia per lavoro. Da qualche tempo vive a pochi chilometri da Codogno con la compagna Alessandra pur avendo in Casentino il padre, il fratello, due nipoti e una cognata (la sottoscritta). “Qui la situazione è surreale. Non puoi immaginare. Senza viverle queste circostanze non si possono capire” sono state le sue parole dopo il saluto nella nostra ultima telefonata di oggi.

C’era anche Alessandra con lui, visto che in questi giorni non possono andare a Milano a lavorare e cercano di farlo da casa per quanto possono. La loro zona non è quella “transennata” per intendersi, ma è a ridosso della stessa, ma la condizione è la stessa di Codogno: una sorta di coprifuoco perenne e strade vuote. Questo quello che ci riporta Marco nelle sue telefonate che sembrano arrivare da qualche zona colpita da cataclisma : “Qui è dura. Dopo le 18 bar chiusi, strade deserte, la gente sta serrata in casa o quasi. I vicini dei genitori della Ale, che stanno poco distante da noi, sono sotto controllo per sospetto contagio. Quindi ti lascio immaginare come stiamo vivendo queste ore. Da venerdì scorso all’improvviso siamo piombati in un incubo. Le direttive sono chiare, ma se provi a chiamare qualche numero trovi perennemente occupato. Speriamo solo di non avere bisogno. Le scuole continuano a rimanere chiuse e noi lo stesso. Chiusi anche in un silenzio nostro, personale. Aspettiamo. Di fatto si vive molto in casa, perché c’è paura”.

Chi conosce i ritmi della gente del Nord Italia da questo racconto, sicuramente,  resterà ancora più colpito. Lì è frenesia perenne dalla mattina a tarda notte. E’ come se un’auto che va a 200 all’ora si sia dovuta arrestare all’improvviso dietro una curva. L’effetto è quello. E la voce di Marco, rallentata, quasi stanca, mi riporta proprio a quell’immagine. Ma poi la vita ci dà sempre nuovi modi per riflettere. Non finisce mai di stupirci, nel bene… e purtroppo nel male.

Ieri è venuto a mancare il nonno di Marco e di mio marito Dario. Si chiama Aldo Marconi, 98 anni, un omone di 1 metro e 85, convocato nel Milan quando ancora non c’erano le star ma con un cuore nero azzurro, stampatore del Corriere della Sera nella storica sede di Via Solferino fino alla pensione, sempre giacca e cravatta e una parlata milanese stretta stretta da cui ho imparato tanti modi di dire. Il loro nonno sarà cremato senza di loro. Lui si trova vicino ad Erba nel comasco. E nessuno adesso può andare a cuor leggero in giro per la Lombardia. Tutti a casa. Tutti lontani. Tutti divisi. Il coronavirus si è portato via anche questo, la tenerezza di un ultimo saluto. Marco non nasconde questo dolore: “Era anziano e sapevamo che non aveva molto tempo. E’ la vita. Ma il fatto di non poterlo salutare mi rattrista tanto. Passerà anche questa”. Certo che passerà. Nel frattempo la speranza è quella che le cose, anche nel Nord, possano ritornare presto ad una parvenza di normalità. Meglio il traffico, i ritmi incalzanti, il lavoro ad oltranza. Sì, meglio così.

Vi lascio un detto milanese che Aldo ci diceva sempre e che mi fa ridere a crepapelle ogni volta che me lo ripeto in testa … ma non ve lo traduco: cò e cu al fa cum’è vor lù.