Cronache marziane

È di uso comune cassare un ragionamento delirante come “logica lunare”.

L’efficacia dell’assunto si regge sull’acquisito che esista un mondo sub-lunare, fatto di dinamiche accessibili all’umano, ed il moto astrale: galleggiante nell’etere, eterno ed immutabile. Un assunto che, dopo Newton, non ha più asilo se è vero, com’è vero, che la luna si comporta esattamente come ogni grave: sottoposta alla medesima legge che, per ciò stesso, è da intendersi universale. Da allora, la “logica lunare”, appare sprovvista d’ogni criterio.

Ora. La cronaca della ri-elezione di Sergio Mattarella al Quirinale sembra l’epilogo d’una logica lunare ma conto, con ciò che segue, di convincervi che si tratta di Cronache Marziane.

La corsa al Quirinale si apre il 22 dicembre del 2021 quando, Mario Draghi, conferma che il governo “ha fatto tutto (o comunque molto) di quello che era stato chiamato per fare”. “Fondamentale”, conferma Draghi, “è stato il sostegno delle forze politiche”: quelle che, teoricamente, dovrebbero eleggere il Capo dello stato. Per parte sua si definisce un “nonno al servizio delle istituzioni” (…) “chiamato dal Presidente della Repubblica”. Ebbene, anche per i non udenti, Mario Draghi si segnala disponibile al mandato presidenziale: rimettendosi alla volontà delle forze politiche. In soldoni il discorso suona così: “Qui ho esaurito, con successo, il mio mandato. Visto che si apre lo spazio per la Presidenza della Repubblica se, chi mi ha sostenuto, lo vuole: io sono disponibile per il Quirinale”.

La logica, in effetti, è schiacciante. Il governo Draghi gode, in Parlamento, della maggioranza assoluta. Oltre la IV votazione, al Presidente della Repubblica, basta la maggioranza assoluta per insediarsi. Ergo, se le forze che sostengono convintamente il governo vogliono eleggere Draghi al Colle, hanno la piena legittimità per farlo: discorso chiuso. Nella logica del Presidente del Consiglio, la corsa al Quirinale si trasforma in un plebiscito da sottoporre alla classe politica di questo paese: “Volete, Voi, Mario Draghi come Presidente della Repubblica?”.

Le cose, naturalmente, sarebbero molto più complesse: ma non sono io che ho messo, così, le cose. Semmai, io, ho avuto modo di descrivere quest’aria da ultima spiaggia della politica: in un articolo che richiamava l’idea della zattera per gli “eletti” (intesi come parlamentari e salvati, contemporaneamente). Dei molti chiamati, come dimostrano i comportamenti tenuti durante la campagna quirinalizia, gli “eletti” che hanno risposto alla vocazione sono stati, fra gli altri: Giancarlo Giorgetti e Luigi Di Maio. Ma, prima d’arrivare in aula, è successo qualcos’altro.

Il 14 gennaio scorso, Silvio Berlusconi, ha fatto valere la sua candidatura come rappresentante della coalizione di centrodestra: quella al potere nelle regioni ed al governo; al governo un po’ sì (Lega, Forza Italia e vari arbusti) ed un po’ no (Fratelli d’Italia). Un totale complessivo di 480 grandi elettori: solo 25 grandi elettori al di sotto del quorum per la IV votazione. La strategia di Berlusconi, descritta come “strategia dello scoiattolo”, contava di trovare i 25 voti necessari con una trattativa diretta, e “riservata”, fra i parlamentari. Una missione, ovviamente, impossibile.

Impossibile non già perché è “divisivo” colui che raccoglie la maggioranza assoluta (alla IV votazione) degli elettori ma per il fatto ovvio che, un candidato che raccoglie e s’impone con i voti dell’opposizione (Fratelli d’Italia e gruppo misto), implica il venir meno del sostegno parlamentare al governo. Capite bene che, dopo aver provato con un governo “sovranista”, seguito da un governo di centrosinistra, poi, precipitato in un governo di solidarietà nazionale, il venir meno di quest’ultimo presuppone lo scioglimento delle camere. Magari Silvio Berlusconi si sarà pur ripromesso di non farlo ma, nella grammatica parlamentare (e posto che ancora esista), l’elezione di un Presidente della Repubblica presuppone una maggioranza politica che si palma di qualche voto dell’opposizione. la maggioranza assoluta per la IV votazione significa questo e non altro per cui, l’eventuale elezione di Silvio Berlusconi, avrebbe costituito una nuova maggioranza parlamentare: in questo caso di centrodestra.

L’idea della “spallata” al governo nasce così e non s’estingue, di certo, con la rinuncia di Silvio Berlusconi alla propria candidatura. Ci vorrà un passaggio parlamentare: segnatamente la catastrofe del voto sul Presidente del Senato che, vorrete concordare con me, se non disponeva di un passato politico, di certo non ha mai avuto un futuro. Non l’ha presa neppure male, Elisabetta Alberti Casellati, che spogliava la propria margherita (“Casellati”; “qualcun altro”, “bianca”, “qualcun altro”, “qualcun altro” …) mentre si baloccava col telefonino: come se, quel che stava accadendo quel giorno, non stesse accadendo lì e, comunque, non a lei.

Per farla breve: le forze politiche, preposte dai numeri ad eleggere il Presidente della Repubblica, s’incontrano Lunedì 28 Gennaio con qualche certezza. Prim’ancora della querelle plebiscitaria richiesta da Draghi (o forse scatenata proprio per questo), è dall’Ottobre scorso che Enrico Letta sostiene che “se Draghi restasse a Palazzo Chigi sarebbe positivo”: di fatto sbarrando il Quirinale ai desiderata di Super Mario che, in qualche modo, erano all’attenzione delle forze politiche. Su questa linea, poi, si sono accodati tanto Salvini, che si sentirebbe “più tranquillo se (Mario Draghi) andasse avanti a fare il Presidente del Consiglio”, che Conte, per il quale “non ci sono le condizioni perché si possa cambiare equipaggio (NDR: il rimpasto di governo preteso come ticket da Salvini per candidare Draghi), perché si possa chiedere al timoniere un nuovo incarico (NDR: candidare Draghi al Quirinale)”: accodati in corso d’opera, beninteso.

Matteo Salvini è all’ultimo giro di giostra: ma sarebbe meglio dire di trottola, “giro di trottola”. Nella campagna per il Quirinale, che ha preteso dirigere quale uomo solo al comando, si presenta alla resa dei conti semplicemente solo. Se Letta e Conte gli avessero proposto la candidatura di Andrea Pancini, avrebbe accettato senza indugio: per poi lanciarsi a rivendicare la brillante trovata.

Letta e Conte si presentano con un manipolo di candidati su cui si staglia, come un diamante, il nome di Elisabetta Belloni: naturalmente non c’è quello di Pierferdinando Casini ma c’è Sergio Mattarella. Matteo Salvini comunica con Giorgia Meloni ed ottiene il placet sul nome sponsorizzato dal Movimento 5 Stelle. Alle 8 della sera, contento come una pasqua, Matteo Salvini annuncia: “Sto lavorando perché ci sia un Presidente donna”. Poi s’affretta a precisare che non si tratta di Casellati: “in gamba”, sostiene Salvini. Poco dopo, a reti unificate, anche Giuseppe Conte s’intesta la brillante operazione: da lì a poco esce anche un hashtag di Beppe Grillo col fatidico nome di donna. Enrico Letta, invece, rimane sulle dichiarazioni pomeridiane (“Abbiamo cominciato a parlarci ma non sarà semplice”) ma non smentisce.

Sembra l’epilogo d’un copione confusionario ma istituzionalmente ineccepibile: Elisabetta Belloni candidata dalla maggioranza parlamentare assoluta (PD, Lega e 5Stelle) e dal partito d’opposizione più rappresentativo (Fratelli d’Italia). Una base elettorale così ampia da scongiurare l’azzardo di qualunque franco tiratore: con buona pace per le spaccature che solcano le rappresentanze politiche, accartocciate nella maggioranza di governo.

Un’ora dopo era già saltato tutto.

Ecco: non è strano che l’intesa informale d’un hung parliament, voluto così da una legge elettorale dedicata ed aggravatosi nel tempo, si areni. È strano che l’indomani si trovi la formula giusta! Di più: viene spacciata la favola di Mattarella “candidato dal basso”, con annessa sceneggiata dei gruppi parlamentari allineati per la questua al Capo dello stato. Una coperta troppo corta per essere credibile: non credo nelle convergenze casuali quanto alla mente collettiva.

Più credibile, invece, che dietro una manovra politica ci sia una mente raffinata ed una precisa strategia. Il quadro programmatico, della mente raffinata, è la riforma del patto di stabilità; la trasformazione della UE da “matrigna” a “madre” o, se vi piacciono le litanie, da “ce lo chiede l’Europa” a “ce lo dà l’Europa”. Il tutto, naturalmente, a classi dirigenti invariate e senza sussulti; proprio come nel libro che gli piace citare: il Gattopardo (il cui contesto, comunque, è ben più d’un sussulto). I dettagli sono contenuti in una lettera aperta pubblicata sul Financial Times (https://www.ft.com/content/ecbdd1ad-fcb0-4908-a29a-5a3e14185966): per cui basta saper leggere … l’inglese, of course.

Chi vi scrive, ovviamente, crede più nell’emancipazione dalle madri che nella sudditanza; per il fatto ovvio che lo decide la madre se atteggiarsi in un modo o nell’altro: non certo il figlio. Fermo restante che la lotta per l’emancipazione, da cui deriva la responsabilità nell’agire, qualche sussulto, ancorché adolescenziale, lo produce: i movimenti storici, di più! Ma non importa cosa pensi io.

Resta pacifico che, per portare avanti il programma, c’è bisogno di una classe dirigente da far crescere nei palazzi che contano, fra Strasburgo e Bruxelles. Esattamente ciò che l’Italia non ha saputo fare, preferendo parcheggiarci qualche leader decotto o qualche assessore dal forte accento regionale: “turisti della politica” ebbe modo di definirli Berlusconi. Questa compagine esiste già, governa e sono quelli che avrebbero voluto Mario Draghi al Quirinale: Luigi Di Maio, Primo Di Nicola e Giancarlo Giorgetti, per dirne solo alcuni. Nel mio immaginifico sono i Draghi Boys; trasformisti, trasversali, disaffettivi e, soprattutto, adatti ad un ambiente velenoso: in una parola, dei perfetti cortigiani.

La strategia era quella di crescerli all’ombra del Colle per 7 anni; all’interno del più folle semipresidenzialismo (di fatto) del mondo: quello in cui l’esecutivo non passa mai per elezione! I fatti recenti hanno dimostrato che non c’è emancipazione senza lotta ma qualcosa devo concedere a Draghi: ha dimostrato che si può fare senza scossoni. La tattica sul Quirinale è un capolavoro.

Si è esposto in prima persona, per primo ed in tempi prematuri a qualunque partita: ma ha aperto il Mar Rosso! Salvini s’è subito presentato a riscuotere il suo ticket e così Berlusconi: Meloni, un ticket, non l’avrà mai e lo sa. Il PD, che non si occupa di povertà, scuola, sanità e lavoro ben prima di Draghi, pullula di Draghi Boys all’incanto ed è una perfetta pezza d’appoggio per l’europeismo. Giuseppe Conte, prodotto squisitamente italiano (nel bene e nel male), è semplicemente alternativo alla mente raffinata come il caciocavallo è alternativo all’emmenthal. Conte, da solo, non può sbarrare la strada a Draghi ma Salvini, Meloni, Berlusconi e Conte, sì! Di più. Se le cose vanno come annunciano i sondaggi, la destra unita (Lega, FI e FI) può vincere le prossime elezioni nonostante il rosatellum! La Legge elettorale (il rosatellum), concepito per sbarrare la strada ad un governo 5Stelle e regalarci un parlamento impiccato, consente un risultato del tutto simile ad un maggioritario se una coalizione supera la soglia del 40%. Badate bene che non lo dico io ma i modelli statistici. Ora. Capite bene che, votando l’anno prossimo, l’eventuale governo semi-sovranista (Meloni-Salvini) è più d’una possibilità: per questo Draghi correva volentieri verso il Colle.

Se non il Colle, meglio giocarsi la partita adesso che tra un anno. Polarizzato il campo politico, si è rapidamente defilato: lasciando che la coalizione di destra s’incartasse. Un parlamento balcanizzato dal IV gruppo parlamentare (il gruppo misto) non è sensibile solo alla corruzione (la famosa tattica dello scoiattolo): è più sensibile alla pensione. L’elezione d’un candidato di destra, cambiando la maggioranza, determina le dimissioni del governo e, quindi, lo scioglimento delle camere e l’addio alla pensione. Per la palude democristiana, Salvini e Meloni, non possono semplicemente passare: per cui, alla fine, dovranno accettare un candidato condiviso. Condiviso, non certo suggerito dal PD!

Così si fanno muovere i gruppi parlamentari: segnatamente i deputati vicini ad Orfini ed a Di Maio. Si scrive nella scheda Mattarella, si prende a far girare santini (con la faccia del Presidente) ed a coalizzare proseliti. Quando la destra dà seguito alla spallata (col voto su Casellati), si contano i 43 voti per Mastella che si segnalano dove trama la Democrazia Cristiana (che vorrebbe giocare la carta Casini). Quindi, 163 voti certificati a sinistra, alla IV votazione quando la destra si è astenuta, ed altri 43 fuoriusciti, quando la destra s’è contata con il voto su Casellati. Abbastanza per essere presentato come papabile per l’ultima spiaggia.

Alla sesta votazione non c’era nessuna fretta: la sesta votazione, di forze che accettano il compromesso da un giorno, non è per niente l’ultima spiaggia: “Ho trovato Salvini in forma, ci stiamo parlando”, conferma Enrico Letta. La delegazione Letta-Conte presenta a Salvini (e Meloni, perché FI si era già defilata) un ventaglio di nomi, fra cui Mattarella, ed una mela avvelenata. Una mela rossa, bella e succosa che, guarda caso, era girata (anche) in ambienti di Fratelli d’Italia: Elisabetta Belloni. Una candidatura sospetta, quella di Conte, visto che proprio Elisabetta Belloni (poi nominata da Draghi) ha sostituito Giampiero Massolo ai servizi, dopo la campagna Renzi-Conte. Ma tant’è: Salvini la spaccia a Meloni e questa abbocca.

In televisione s’affaccia il leader dei quarantaquattro gatti (tanti grandi elettori conta Italia Viva, con proiezioni al forte ribasso) e di seguito Di Maio ma, ed è questo il punto, a ritirare l’offerta è quello che ha le carte per giocare: Enrico Letta. Finita nel ludibrio Elisabetta Belloni, non resta che Sergio Mattarella: game, set, match. Si dice che sia stato lo stesso Draghi a richiamare il Presidente della Repubblica alle proprie responsabilità: simul stabunt, simul cadent.

L’assetto costituzionale, la politeia, alle ortiche.

Ora.

Spero, ma neanche più di tanto, di aver agevolato qualcuno a non credere alla “logica lunare”. Oppure, alternativamente, ad additare me, che ricostruisco la scena dai riflettori di chi è chiamato ad informare, come un cospiratore e dietrologista: io me lo posso permettere. Me lo posso permettere perché non ho nessuna responsabilità politica ma, forse, un buon talento per la letteratura gialla (o magari per la letteratura impegnata, alla Pasolini): non importa.

Posso confermare, con assoluta certezza, che cosa ho fatto il giorno dopo: ho aperto le Cronache Marziane di Bradbury, per respirare un’aria più pulita della mia sigaretta. Ho cercato, con attenzione, quello che la memoria mi suggeriva e l’ho riletto. È una storia breve, fra le più alte di Bradbury, ispirata da una poesia di Sara Teasdale, concepita durante l’offensiva tedesca del 1918, e debitamente citata dall’autore. Merita la lettura e scusatemi se ne farò scempio, per dare un senso a quel che ho scritto io: voi leggetela comunque, ch’è scritta da Dio.

Si intitola There Will Come Soft Rains ed è la cronaca d’un rituale liturgico quando, ormai, gli Dei se ne sono andati. La liturgia è quella di una smart house del 2026: l’unica rimasta in piedi ad Allendale, in California, dopo l’olocausto nucleare. La casa, incurante della presenza umana, continua la sua meccanica routine finché non divampa un incendio. Una voce automatica prende ad allarmarsi: naturalmente al vuoto. Il resto è la cronaca del crepitio che avvolge e distrugge l’edificio: al netto di un singolo muro che, ancora ed ancora, ricorda a nessuno che oggi è il 5 agosto del 2026.

Ecco: cosa non ha capito questa gente, e certamente non ho capito io, è la totale assenza dell’uomo dalla sua casa (od almeno quella che gli pretendeva Aristotele… la politeia). Ed io, per parte mia, non mi sento di scrivere se non al vuoto pneumatico…

Oggi è il 29 gennaio 2022, oggi è il 29 gennaio 2022, oggi…”

Andrea Pancini
Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.

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