Fertili, ma senza figli (i numeri shock e una riflessione di Rossana Farini)

In Italia una donna su due in età fertile non ha figli. E’ la notizia pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera. “In Italia le donne senza figli tra i 18 e i 49 anni sono circa 5 milioni e mezzo, ovvero quasi la metà delle donne di questa fascia d’età”. È la prima volta che viene usato questo metodo. Le donne che avrebbero la possibilità di diventare madri non sono state divise per fasce, come un tempo – cosa che faceva meno senso – ma sono state messe in un unico gruppo. Risultato: un cazzotto nello stomaco. I numeri, questa volta, ci mettono di fronte ad una certificazione culturale spaventosa, prima ancora che statistica. Difficile analizzare cosa sta accadendo alla nostra società senza cadere in valutazioni parziali, semplicistiche, scontate o addirittura moralistiche. Ma non possiamo sottrarci al tentativo di fare un’analisi dotata di senso.

Cercando di riempirmi la testa di domande significative, sono arrivata ad una mia personale conclusione. Le donne hanno spostato altrove il loro centro, questo è evidente. La domanda è: perché? La tentazione immediata è quella di addossare sulle sole donne la responsabilità di tutto questo. Vogliono fare carriera, vogliono essere “uguali” agli uomini, non si vogliono prendere più la responsabilità della famiglia, risentono del cambiamento negativo dei costumi, il femminismo ha rovinato la società… sono solo alcune delle cose che sento dire o vedo scritte in modo ricorrente. Non la penso così e non per “partito preso”. Non credo che quelle affermazioni siano completamente vere per un semplice fatto: perché hanno un unico imputato – la donna appunto – mentre la società non è evidentemente fatta di sole persone di sesso femminile. Certe correnti di pensiero, alcuni movimenti, hanno certamente (e io dico, fortunatamente) liberato le donne da pesanti pregiudizi e hanno dato loro la possibilità di esprimersi, di guardare in faccia le proprie aspirazioni per farle diventare una realtà. Una cosa bellissima: uguali opportunità. La cosa più giusta che si possa pensare. Non è sempre stato così.

Il problema è che questa nuova società illuminata ha abbandonato le donne a se stesse come per dire: “L’avete voluta la bicicletta? Ora pedalate!”.

In verità le donne portano sulle loro spalle questo mondo… e non sono titani, né di prima, né di seconda generazione. Spesso sono sole, piccole e confuse.

Le comunità educanti non esistono più. I nonni a disposizioni sono sempre meno (devo lavorare fino ad un passo dal trapasso). Lo stato è latitante. Fare un figlio è diventato un gesto talmente folle che molti lo evitano volentieri. Fare un figlio significa rinunciare al lavoro in toto o in parte (non riesco più ad ascoltare le filippiche sui supporti che non esistono), significa rinunciare ad un bisogno di realizzazione che vada altrove, che guardi in avanti. Le donne studiano e tanto; le donne si impegnano oltremodo nella scuola… poi non se la sentono di lasciare il passo. Gli uomini di scienza ci avvertono sui rischi del rimandare le gravidanze, evidenziando la nostra fertilità a tempo. Ma a tempo non c’è solo quella.

Nella famiglia costituita guai parlare di divisione del lavoro e guai parlare di abbattimento degli stereotipi di genere a scuola, “l’uomo è uomo, la donna è donna” ci gridano sul volto, sputacchiandoci pure un po’… Oggi sono 136 anni dalla nascita di Virginia Woolf una donna straordinaria, una esploratrice del pensiero, una pioniera. Nel libro “Una stanza tutta per sé” scrive: “Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. Io voglio interpretare a mio modo tutto questo: le donne hanno bisogno di aiuti concreti, veri, reali per scrivere il romanzo della propria vita e in questo ci sono anche i figli, è una certezza.