I clown

I percorsi della mente, a volte, assumono dei tratti peculiari: i miei, più dei vostri. Ho sempre pensato, a torto, che la capacità d’organizzare un soggetto letterario fosse un difetto ed è per questo che ho preso a scrivere in tarda età. Non che prima non impugnassi una penna, ovvio, ma preferivo costruire un discorso piuttosto che perdermi in un racconto: mi rivolgevo ad individui incapaci d’accogliere una narrazione. Con la maturità ho scoperto che il difetto era altrui.

Ciò non di meno, resto convinto che ci siano cose che non si prestano agevolmente ad essere narrate: le previsioni del tempo, un film porno ed il parlamentarismo sono fra queste. La meteorologia non scalda i cuori, occorre dirlo, ma la fatica della penna, che invitava l’acquisto dei film porno in pay per view, non ha eguali. “Il piano sequenza magistrale”, “una storia coinvolgente”, “l’attore ispirato” sono fatiche titaniche al cospetto dei fatti. Non ho mai comprato un porno in pay per view, lo story telling non mi ha mai convinto.

In compenso intendevo cucire un discorso sull’esistenza parlamentare, ché l’occasione mi sembrava propizia. Salvini, e compagnia danzante, è riuscito dove Mussolini non ha voluto: fare del parlamento un “bivacco di manipoli”. Non mi sembrava cosa da poco e ne volevo scrivere: me la stavo studiando ed avevo anche l’incipit. Avevo preparato un Tom Payne ch’emergeva, costituzione alla mano, dalle nebbie della rivoluzione francese. C’era anche Zagrebelsky ed un’oculata lettura della carta costituzionale: quella in cui si prende il caso di sospendere la libera circolazione, ed associazione, per esigenze sanitarie. Mi sembrava geniale e credevo proprio di poterlo fare. Di più: sentivo di dovere.

Poi.

Poi, quasi per caso, ho conosciuto Tiririca (pronunciato “ciriricca”).

Tiririca è un artista di strada: segnatamente un clown semianalfabeta. Ho scoperto del suo analfabetismo per la causa che ne pretendeva l’ineleggibilità al parlamento brasiliano. Tiririca non sa leggere né scrivere ma firma autografi e s’è dichiarato affetto da dislessia; per cui può sedere in parlamento come semi-alfabeta: tanto basta.

Tiririca fu eletto, nel 2010, come secondo miglior candidato nella circoscrizione di Sao Paulo. Memorabili gli slogan elettorali: “Cosa fa un deputato federale? Veramente non lo so, ma votami e te lo spiego”; “Vota Tiririca, peggio di così, non può andare!”. Arrivato in parlamento, è stato in religioso silenzio per due mandati: pari ad otto lunghi anni. Poi, prima di terminare il secondo mandato ha deciso di prendere la parola. In un momento di decoro, già maturati gli anni per la pensione (ché clown non sta per scemo), Tiririca si è dimesso.

Il discorso non vale un Pulitzer ma il succo è un macigno. In massima sintesi (NDR: a questo indirizzo si può rivedere https://www.youtube.com/watch?v=2BzajodLPo8), il clown Tiririca denuncia di vergognarsi. La vergogna è un sentimento nobile, fra i più nobili, penso io, ma che non s’addice affatto al clown. I pagliacci, come ricorda Shakespeare e poi Fellini, sono personaggi privi di vergogna per contratto: per il primo, buoni per dire la verità; per il secondo, il nocciolo duro dell’utopia. Comunque la pensiate, un clown è sempre fuori luogo: tanto che arriviate a Shakespeare quanto se vi fermate a Fellini. Tiririca, in uno sketch memorabile, ha detto di sentirsi fuori luogo nell’Assemblea Federale Brasiliana: l’equivalente del nostro parlamento.

Chomsky ci scrisse qualcosa e così il nostro Scalfari ma non ricordo bene dove né quando. Comunque sia, cotanto sapere non ha colto il senso dello spettacolo. Il clown si è presentato singhiozzando, rivolgendosi ai colleghi della politica. Ha detto che lui ha sempre lavorato per alleviare le sofferenze del popolo, mentre molti di loro non si sono impegnati a sufficienza. Per dar conto ai propri elettori ha confermato di aver dato tutto e che no: in effetti non aveva ancora capito cosa facesse un deputato federale (“quello che facciamo qui, stimati colleghi, è pazzesco”). Si è vergognato, Tiririca, di prendere lo stipendio per non far nulla e poi …

Poi si è ri-presentato alle elezioni generali del 2018, i brasiliani lo hanno ri-votato e lui è stato ri-eletto.

Ecco: questo non vale un Pulitzer ma una candidatura ai Nobel della letteratura la meriterebbe tutta. Tiririca è il primo pagliaccio che, oltre a non conoscere la vergogna, non si sente fuori luogo né pretende di dire la verità: se non ha vinto il Nobel, è perché non è il primo … né il solo.

 

 

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Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.