I più grandi di tutti (chi si ricorda dei FONDO 13?)

Prendete un plastico dell’Italia e considerate l’appennino. Provate ad immaginare che qualcuno, per dispetto, abbia sferrato una ditata alla malta fresca. Ecco: avete trovato il Casentino.

Se si prescinde dal corso dell’Arno, che poi sarebbe anche il responsabile del dispetto plastico, appare evidente che il Casentino insiste ben oltre le consuete rotte: il Clausentinum, valle chiusa per saggezza latina, vive al di là d’ogni rotta. Ci puoi nascere, questo è vero, ma se vuoi arrivare da qualche parte, il minimo da fare è prendere la Sita.
Ovviamente, il Casentino si tiene a debita distanza anche dalle consuete rotte musicali: chi si ricorda, ad esempio, dei FONDO 13?
Capisco.
Eppure, al netto d’un eccellente IT manager e d’uno straordinario capitano dei Carabinieri, i FONDO 13 sono stati la culla di due autentici musicisti: Massimo Fantoni e Marco Parente. Peculiare che Wikipedia, che dedica ai rispettivi nomi lo spazio verbale concesso a Napoleone, difetti di menzionare il brodo primordiale da cui sono emersi. Non che Massimo o Marco siano stati qualcosa di più dei “Pluto” di Carlo Virzì e tuttavia che, prima d’imboccare la loro strada, siano stati “ragazzi insieme” a Stefano ed Andrea, è passato del tutto inosservato.
Giusto così, per carità; quanto lo scrivente non è spendibile nell’Arma, o come esperto informatico, così né Andrea né Stefano sono moneta sonante per il business musicale: anche per quello del sottobosco. Tuttavia sono stati “ragazzi insieme”, Andrea, Marco, Massimo e Stefano, quanto lo è stato ognuno di noi. Ragazzi insieme, in Casentino.
Ecco: posto che Massimo, quanto Marco abbiano inciso i loro nomi nella storia, ciò che segue è il mio piccolo contributo a quello che i cinghiali chiamano heimat e che i letterati del sud America hanno saputo raccontare come il ripetersi naturale della vita. Generazione dopo generazione, Arcadio dopo Arcadio, tutti sono stati ragazzi insieme e, se non trovano un tal Marquez, si devono accontentare d’un focolare: a raccontare storie che cominciano con “c’era una volta”. Se avete frequentato Nietzsche, un po’ meglio di quanto ve l’hanno venduto, sapete bene che non c’è niente di più folle di “una volta”: einmal ist keinmal, “una volta è mai”.
E dire, invece, che io me li ricordo i FONDO 13. Per “una volta”, direte voi, “e poi?”: e poi basta. Per questo li voglio ricordare per ciò che sono stati: una volta e basta.
C’era lo striscione, al cinema Dante, e c’erano tutte le anime disponibili fra quattro case e un forno. C’eravamo tutti, quella sera, a fare il tifo per l’home boy come se, sul ring, fosse salito Cassius Clay ancora nei suoi cenci. Andrea vestiva l’improbabile cucito di sua madre: una camicia in damascato verde. Stefano, smarrita la divisa che, all’epoca, si riferiva ai capelli, s’era pettinato col 320 (inteso in Watt): chiodo nero, di rigore. Massimo largheggiava sotto un camicione bianco e Marco scompariva dietro le bacchette: tanto bastava a coprirne il torace. C’era anche un animale da palcoscenico, come voce solista, perché il cantante del gruppo, penso io, s’rea lasciato convincere di non calciare quel rigore: ci sarebbero state altre occasioni, altre registrazioni e poi, un bel giorno, il suo momento sarebbe arrivato.
Per Stefano, voce solista dei FONDO 13, quel momento non è arrivato mai. Ne sono arrivati altri, certo, ma nel sottosuolo dell’anima si deposita l’occasione mancata: mai il successo. Si stenta a capire, negl’anni in cui lo sguardo si svolge a rovescio, che la vita non è un film: noi non siamo registi, non c’è nessuna sceneggiatura ed il protagonista era lì per caso. Insistono solo i fotogrammi, montati spesso alla meno peggio, ed è questa la vita: per una volta sola. È il flusso del tempo che ci riduce a barche contro corrente.
Meglio lasciar correre: abitare la vita per ciò che tu le hai deciso. Per questo, sosteneva il filosofo, siamo Dei. I FONDO 13 sono stati i più grandi di tutti! I più grandi di sempre e per sempre: anche se una volta sola. Se non l’avevate capito, è questo il privilegio della mente: vivere l’istante per ciò che, forse, non è mai stato ma che tu gli hai deciso. La pratica sublime di tener afferrati, “con ambo le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo dov’io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva; ed è passato, né tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme colla fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita” (Leopardi a Giordani, il 17 dicembre 1819).
Questa piccola patria, questo colpo di dita nel cuore dell’appennino, è quel luogo dell’infanzia di chi, nato a Poppi od un po’ più in là, è stato ragazzo insieme: inconsapevole di cosa stava spartendo con gli altri. Il cinema Dante, i FONDO 13, il Casentino, sono un piccolo patrimonio che merita di essere conservato; evocato da chi ha la lingua per farlo: chè il resto è, alternativamente, ciarpame o pubblica amministrazione. Pensate al paradiso, pensatelo davvero: che cos’è (was ist das)? È la navata d’abbondanza, voluta dai Persiani? La giustizia dell’Islam? Il per-dono dei Cristiani? La contemplazione della certezza di Dante? La fine delle tribolazioni per Gautama Buddha? o qualche altra follia? Comunque la pensiate, c’è un tratto comune nella vita eterna che non si risolve in inferno: …
Essere, in prospettiva, giovani insieme.