I tesori del Casentino: “L’ultima cena” a Santa Maria del Sasso

 

Tra gli eventi di fede che caratterizzano la Settimana Santa, il giovedì è denominato Feria Quinta in Cena Domini – Giovedì della Cena del Signore detta anche Cenacolo o Ultima Cena. Il termine cenacolo, utilizzato generalmente per indicare la stanza dove Gesù consumò l’ultima cena con gli Apostoli, durante la quale istituì il sacramento dell’Eucarestia e annunciò l’imminenza della sua Passione per via del tradimento di uno dei dodici, viene anche utilizzato per indicare i dipinti che rappresentano l’evento evangelico. Il tema era comunemente raffigurato nella decorazione dei refettori dei maggiori conventi (tanto che “cenacolo” è anche sinonimo di “refettorio”). I pittori che si sono confrontati con questo tema, hanno dovuto convertire in immagini i testi differenziati, se non addirittura contraddittori, dei quattro Evangelisti, che comunque si trovano d’accordo su alcuni punti salienti: l’annuncio del tradimento di uno dei commensali, l’accorata domanda collettiva (“Sono forse io, Signore?”), la risposta di Cristo sull’identificazione del traditore (“colui che intingerà insieme con lui la mano col pane nel catino”), lo scambio di battute con Giuda, la benedizione del pane e del vino simbolo della prima eucarestia. In Casentino, un bell’esempio di Cenacolo si trova nel refettorio del santuario di Santa Maria del Sasso; l’opera che occupa tutta la parete di fondo (8,50 x 3 metri) è ricordata dal Vasari nelle Vite (Giunti ed.1568 p.416, attribuita a Raffaellino). Ciò che emerge chiaramente dai documenti conservati presso l’Archivio del Santuario è la datazione della pittura murale: il 2 settembre 1535 padre F. Zanobi de’ Medici (Fra’ Zenobio di Bernardo de’ Medici  vestì l’abito domenicano in San Marco di Firenze nel 1503 e morì il 6 settembre 1547) donò “lire 11 e soldi 2 che tanti ne avanzarono a pagare il dipintore del Cenacolo”, ma dell’artista non viene ricordato il nome. L’affresco recentemente restaurato, presenta in chiave insolita, tipica del manierismo più stravagante, l’episodio evangelico con un’iconografia innovativa di grande interesse: la figura di Giuda, solitamente rappresentata di spalle, è qui ritratta rivolta verso lo spettatore, con uno sguardo torvo e altero; tratteggiata con volumi imponenti che rimandano all’esperienza michelangiolesca, l’apostolo si presenta assiso su uno sgabello, in posa disinvolta con in mano il sacchetto contenente i trenta danari, compenso per il tradimento che avverrà subito dopo la Cena.

La figura di Giuda ritratta nel Cenacolo di Santa Maria del Sasso a Bibbiena

Le masse corporee degli apostoli appaiono dilatate e accese e riecheggiano la possanza di Michelangelo, in parte filtrata dai primi manieristi fiorentini.  Innovativa è la presenza del Male che in forma di figura antropomorfa e diabolica si nasconde sotto lo sgabello nel quale è seduto Giuda. Con ghigno beffardo, volto grottesco, il diavolo con coda serpentinata, stringe tra le mani una lunga corda, strumento che Giuda utilizzerà per impiccarsi all’albero di fico. Nel passo evangelico si ricorda che il diavolo «durante la cena aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradire Gesù» (Giovanni 13,2). La figura diabolica rimanda ad un’incisione con la scena della “Visitazione” realizzata da Diana Scultori su disegno di Vasari.

Dettaglio della figura diabolica ritratta nel Cenacolo

D’altra parte che Raffaellino abbia collaborato con Vasari è ben documentato: nell’aprile del 1536 l’artista biturgense giunse a Firenze per coadiuvare Giorgio Vasari negli apparati effimeri per l’ingresso in città dell’imperatore Carlo V e più tardi lo affiancò nella decorazione del refettorio del monastero di Monteoliveto a Napoli e poi a Roma, nella decorazione murale della sala dei Cento giorni in palazzo della Cancelleria.

La presenza del gatto che troviamo già raffigurato anche nel Cenacolo di Domenico Ghirlandaio (Museo di San Marco -Firenze) non ha solo funzione decorativa ma assume un significato simbolico rappresentando il Male, rafforzando così la presenza del demonio stesso. Il cane è presentato in fuga dal gatto e dal demonio; nel Medioevo questo animale era diventato simbolo di fedeltà ma non va dimenticato che è anche simbolo dei domenicani stessi. Il nome di Domenico viene associato a un curioso gioco di parole Dominicanus, simile a Domini Canis (I cani del Signore).  Tutto nasce da una visione che ebbe la madre di san Domenico, la Beata Giovanna d’Aza, prima che lui nascesse; essa sognò che un cane usciva dal suo ventre con una torcia accesa nella bocca. “Nella visione del cane veniva prefigurata la nascita di un esimio predicatore, che avrebbe portato la fiaccola di un ardente discorso, col quale infiammare con forza la carità, in molti cuori raffreddata, e con i latrati di una assidua predicazione avrebbe scacciato i lupi dal gregge ed eccitato alla vigilanza delle virtù le anime che dormivano nei peccati” spiegava il Beato Umberto de Romans, quarto successore di San Domenico. Interpretando quel sogno come un messaggio divino, Giovanna d’Aza, decise di andare in pellegrinaggio al monastero di San Domenico di Silos per chiedere un’intercessione e quando nacque il figlio lo chiamò come il santo. Gli apostoli sono caratterizzati da pose ed espressioni che evidenziano i vari stati d’animo dopo le parole pronunciate da Cristo:” In verità, in verità vi dico – uno di voi mi tradirà” : parole chiave tratte dai Vangeli dipinte con lettere dell’alfabeto greco, in alcune tabelle alla base delle nicchie architettoniche sullo sfondo. Le figure degli apostoli esprimono una gamma di sentimenti che vanno dalla sorpresa, allo sconforto, all’angoscia, all’interrogazione reciproca, al dubbio di sé. Nelle varie interpretazioni offerte dai pittori del Tre e Quattrocento in Firenze soprattutto, si delineano anche i gesti tipici degli apostoli che valgono a caratterizzare il loro temperamento sulla base di modelli riconoscibili: ad esempio a san Tommaso, notoriamente tendente all’incredulità, viene assegnata la posa di chi dubita e così via. Giovanni è raffigurato nella tradizionale posa con la testa appoggiata al cuore di Gesù: iconografia ritenuta punto di partenza della devozione al Sacro Cuore che ricevette nel Medioevo grande impulso da  figure come Matilde di Magdeburgo (1207-1282), Matilde di Hackeborn (1241-1299), Gertrude di Helfta (1256-1302) ed Enrico Suso (1295-1366), anche se la prima celebrazione è documentata in Francia nel 1672.

Dettaglio del Cenacolo con Gesù e l’apostolo Giovanni

 La descrizione minuziosa della tavola apparecchiata dove si allineano coltelli, ampolle, ciotole, permette di conoscere una mensa cinquecentesca sulla quale è presente un calice e un vassoio sul quale è posto l’agnello pasquale, pane e ciliegie (la polpa rossa della ciliegia che nasconde il nocciolo legnoso, è segno del sacrificio di Cristo: prendendo su di sé il legno della croce egli ci ha dato in cibo la sua carne, antidoto contro i morsi del maligno e salvezza per i fedeli). Cristo allunga a Giuda un pezzo di pane intinto nel vino, suscitando meraviglia, incredulità e scetticismo negli astanti. Le finestre della parete di fondo sono aperte, a rivelare scorci di paesaggi lacustri : al centro la veduta del lago, con il dettaglio di una barca a vela, rimanda forse al lago Trasimeno / Tiberiade?

Alludono forse alla Lavanda dei piedi (Gv.13,1-15) il grande bacile e l’anfora in bronzo dorato, minuziosamente descritti e posti sul pavimento ricordando un altro avvenimento legato all’Ultima Cena.

L’autore di questa importante opera d’arte, Raffaello di Michelangelo di Francesco, detto Raffaellino del Colle (Sansepolcro, 1496 circa-1566) fu uno degli ultimi allievi diretti di Raffaello, con il quale collaborò alla Villa Farnesina e dopo la morte di Raffaello (1520) con Giulio Romano nella Sala di Costantino in Vaticano ed a Mantova in Palazzo Te. Artista colto e raffinato, il pittore biturgense elaborò una delle più originali ed autentiche espressioni del manierismo italiano. Tra i favoriti della corte urbinate dei Della Rovere già dagli anni trenta del Cinquecento, fu attivo in molte località del Ducato, come Urbino, Urbania, Sant’Angelo in Vado, Mercatello, Lamoli, Cagli e Piobbico: la pittura murale di Santa Maria del Sasso è l’unica testimonianza del pittore biturgense in Casentino.

Alberta Piroci Branciaroli
Alberta Piroci Branciaroli
Laureata in Lettere e Filosofia con indirizzo in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Firenze e specializzata in Arte Medievale e Moderna (corso post-laurea) presso lo stesso ateneo, docente di Lettere negli Istituti Secondari di primo grado, ha collaborato con la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Arezzo per la catalogazione dei beni mobili del territorio provinciale. Vive e lavora in Casentino, collabora con il Centro Creativo Casentino e con il Parco Letterario Emma Perodi e foreste casentinesi. Collabora con la rivista online Park Time dei Parchi Letterari. Numerose sono le pubblicazioni: La Verna. Guida al sacro monte. (Collana curata dal Prof. Brilli. Le guide del viaggiatore raffinato) Ed.Edimond, Città di Castello, 2000 Arte e Architettura religiosa del Seicento. La decorazione barocca della chiesa dell’Eremo di Camaldoli, in “Il Seicento in Casentino”, catalogo mostra, Castello di Poppi, Ed. Polistampa, 2001 Temi iconografici legati alla devozione, loro diffusione nelle pitture del territorio casentinese, in “Il Seicento in Casentino” Catalogo Mostra, Castello di Poppi, Ed. Polistampa, 2001 Da Mercurio a San Michele: un percorso iconologico, in Intersezioni, Rivista Ed. Il Mulino, vol. XXII, 2002 Il polittico della Misericordia, in Piero della Francesca. Il Museo civico di Sansepolcro. Silvana editoriale,2002 Camaldoli, il monastero, l’eremo, la foresta. “Guide del viaggiatore raffinato. Edimond, Città di castello,2003 La città immaginata. Aretium, Ed. Edimond, Città di Castello, 2005 Le collezioni artistiche, in Tesori in prestito. Il Museo della Verna e le sue raccolte, Ed. Industria Grafica Valdarnese, San Giovanni Valdarno, 2010 Curatrice della mostra e del catalogo “Nel segno di Leonardo” La tavola Doria dagli Uffizi al Castello di Poppi. Ed. Polistampa, 2018 Approfondimenti didattici nella pubblicazione di Paola Benadusi “Fiabe magiche per grandi e bambini, Tau Ed. 2019 La valle dei racconti. In Casentino con Emma Perodi, Paolo Ciampi e Alberta Piroci, Aska ed. 2019 Alberta Piroci Branciaroli, San Francesco messaggero di pace, Ed. Helicon 2020 Curatrice della mostra NEL SEGNO DI DANTE. IL CASENTINO NELLA COMMEDIA, Ed. Polistampa 2021 Commenti storico-geografici nella pubblicazione di Paola Benadusi, Sette Fiabe gotiche, Tau Ed. 2021 Con Emma e Dante in Casentino, pubblicazione tramite sito online Bonconte ultimo atto, alla confluenza dell’Archiano con l’Arno, Ed. Mazzafirra, 2021 Curatrice della mostra e del catalogo: Nel segno della vita: Donne e Madonne al tempo dell’attesa. Ed. Polistampa, 2022

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