I veri pazzi sono fuori: un grido di allarme in Casentino

Ossia dell’impossibilità di pensare ad un possibile benessere sociale che disattenda al benessere psicologico delle persone

Siamo una terra in cui quando si soffre, si muore. E si muore uccidendosi: scelte radicali, definitive, spiazzanti che riguardano gruppi di popolazione diversi, in modo particolare i giovani.
In questa terra in cui quando si soffre ci si uccide, si sono operate scelte su cui vale la pena fare qualche pensiero.

Prima i fatti:
1. La chiusura dell’SPDC con conseguente spostamento dei ricoveri ad Arezzo e la cessazione della reperibilità notturna e festiva
2. Attivazione del servizio di guardia SPDC ad Arezzo con conseguente spostamento dei medici operanti in Casentino nel presidio aretino per i servizi di guardia notturni e festivi
3. Riduzione di ben 42 ore settimanali della presenza di medici in servizio nel presidio casentinese con conseguente scopertura di turni
4. Riduzione del personale infermieristico da 15 a 9 unità
5. Invio delle emergenze psichiatriche ad Arezzo nel pomeriggio dei prefestivi, nei festivi e nelle notti

Sovviene, d’impatto, una prima impressione quasi scontata e banale in merito alla natura altrettanto radicale, definitiva e mortifera di questi fatti poiché essi avvengono, si sappia, in un contesto in cui si registra una forte carenza di progettualità territoriali: un solo centro diurno sufficientemente isolato dal territorio, assenza di case famiglia e scarsità di interventi di rete. Il dolore psichico sembra confinato tra le mura degli ambulatori e nella fatica che i singoli e le loro famiglie soffrono ogni giorno.

Sembra realizzarsi, del resto, una distanza tra questi fatti ed un’idea di dolore psichico e cura a cui restiamo affezionati.
Quando si pensa che il dolore psichico abbia a che fare con un inceppo nelle relazioni, primarie prima e sociali poi, quando si pensa che quello che definiamo malattia mentale, o disabilità psichica come si preferisca, non afferisca solo alla interruzione di circuiti neuronali o a squilibri chimici ma insista invece in relazioni danneggiate, in uno scollamento drammatico tra individuo e mondo, allora siamo costretti a definire la nostra idea di cura guardando ai molteplici livelli che questa investe.
I percorsi di cura, le terapie, sono viaggi lunghi spesso. A volte interminabili.
Nell’idea di cura a cui facciamo riferimento, la dimensione della salute non si descrive come assenza di malattia ma come recupero, ridefinizione e significazione della propria e particolare storia esistenziale all’interno del proprio percorso personale e del proprio contesto sociale e comunitario.
In questa ottica la cura è un atto sociale, un atto di responsabilità collettiva perché è la comunità, non solo la stanza di terapia, che diviene attore terapeutico.
Il paziente “guarito” è una persona che si riconosce di nuovo capace di scelta ed autodeterminazione, che non sono mai atti assoluti, e che di nuovo si percepisce e si vive incluso dentro la propria comunità di appartenenza.

Per questa scommessa ci vogliono comunità forti, territori competenti che possono essere resi tali solo a condizione che i servizi territoriali, legame vero e forte tra paziente e comunità sociale, siano valorizzati e potenziati e che vengano sviluppate quanto più possibile le diverse forme di integrazione tra saperi, professionalità ed attori sociali.

Allora, questi fatti, di cui sopra, mostrano la loro capacità mortificante il benessere e la salute personale e comunitaria non solo perché non attivano nessun percorso di reale integrazione tra le diverse soggettività impegnate nei processi di benessere sociale, ma addirittura tolgono forze e risorse ai dipartimenti, costringendo gli operatori, i pazienti e le loro famiglie a vivere, dolorosamente davvero, la loro battaglia in solitudine profonda.

Difronte a questo crediamo necessario recuperare invece una visione che riconoscendo la complessità dei disturbi psichici chiede che la loro cura sia necessariamente protetta da logiche economicistiche che asservite alla tecnica uccidono il valore umano delle personali vicissitudini di vita.

Nel dire no all’ennesimo scempio alla salute e nel domandarci chi si assumerà davvero la responsabilità delle tante ferite che le persone e le famiglie soffrono, vogliamo ricordare a noi stessi ed a tutti quanto Basaglia diceva, con la saggezza di chi con il dolore psichico si è confrontato davvero e dal profondo : da vicino nessuno è normale.
Per noi questo significa la consapevolezza che il benessere psichico è per ciascuno l’esito di un equilibrio mai assoluto da coltivare con attenzione e cura ogni giorno, da parte di tutti, amministratori compresi.

C. Stampa PD Bibbiena