Walter Chiari, qualche decade or sono, dilettava l’umanità televisiva con la battuta de “La giacca”.

Un fiorentino decide di farsi una giacca nuova dal miglior sarto della città. Risparmia un patrimonio e finalmente riesce a permettersi una giacca d’alta sartoria: a capodanno l’indossa per la prima volta. La moglie lo traguarda e, pur ammettendo che si tratti di una giacca di pregio, rileva che la manica sinistra scopre il polsino della camicia. Il marito allora si dirige dal blasonato sarto per rilevare il difetto: “oh Celledoni (tale il cognome del sarto), c’è una manica più corta dell’altra”. Il Celledoni, forte dei suoi studi d’anatomia, ribatte che, in luogo della manica, sia il braccio sinistro sproporzionato al destro. “Faccia così”, suggerisce il Celledoni, “non si curi del suo difetto, basta che alzi la spalla sinistra e tutto s’aggiusta”. Alzata la spalla, ovviamente, le asole dei bottoni finiscono per non combaciare. Anche per questa magagna, il Celledoni, ha il giusto rimedio: “lei pieghi il ginocchio e le asole si riallineano”. Il difetto, allora, passa dalle asole alle pattine ma anche per questo, il Celledoni, sa come provvedere: “serri la schiena e tutto s’aggiusta”.

Spalla alzata, ginocchio piegato, schiena serrata, il fiorentino si mette a caracollare per strada col suo bell’abito. Due passanti l’incrociano ed il primo fa al secondo: “guarda quel poverino com’è ridotto”. “Sì”, risponde il secondo, “ma dev’avere un sarto straordinario”. Eppure l’abilità del Celledoni, inutile precisarlo, non è quella del sarto. L’abilità del sarto si risolve nel saper confezionare l’abito per chi l’indossa: il Celledoni, invece, riduce l’uomo nei limiti dell’abito. Invece di correggere l’abito, il Celledoni propone di rivoluzionare la postura: in barba alla pretesa d’una sana deambulazione. Fuor di metafora, vale a dire un po’ oltre la battuta, la storiella coglie nel segno un argomento di estrema attualità: il disagio.

Il disagio, prima di tutto, è una condizione umana: se il primate sceso dagli alberi si fosse accomodato nell’erba, oggi nessuno dormirebbe in un letto! Il disagio, nei minimi termini, segnala una mancanza: un difetto di cura, di denaro, di protezione, di comprensione e di tutto ciò che s’inscrive, a buon diritto, alla soddisfazione. Si risparmia una vita per una giacca e si pretende che questa calzi, come nella battuta di Walter Chiari. Si cerca l’estate tutto l’anno e si pretende che sia serena: “Azzurro”. Scivolando sulle note di Paolo Conte, quelle di Azzurro, s’afferra come il disagio s’annidi nella condizione umana: c’è il prete, l’oleandro ed il baobab ma finisce per mancarti quella che hai accompagnato “amorevolmente” al treno. Cambia la lingua e gli orizzonti ma l’insoddisfazione rimane: poco più su, i Rolling Stones, non riuscivano ad avere soddisfazione (I Can’t Get No Satisfaction). Il disagio, la mancanza per cui l’insoddisfazione, negli anni ’60 era ancora un’umana litania. Era: ciò a dire che oggi non lo è più.

Io per primo sono stato diffidato, per vie legali, dal noverare il disagio dai miei interessi. Segnatamente il disagio di un mio caro, per il quale mi adopero ma, evidentemente, non ne posso fare parola. Confido di rimediare nelle sedi opportune chè del disagio, prima di tutto, si deve parlare: “zitta Lucy, che sdraiata sull’erba stai da Dio: cosa credi che sia un giaciglio? Un letto?”. Ma non è la diffida del disagio su scala familiare che inquieta: è la trasformazione del disagio in una condizione patologica che desta una certa (la mia) preoccupazione.

Il disagio patologico, qui in Italia, iniziò a farsi strada nelle fabbriche degli anni ’70. I primi psicologi cognitivisti timbrarono il cartellino e presero a sussurrare, agli operai che sgringhellavano su un macchinario otto ore al giorno al netto del cottimo, che dietro il loro disagio insisteva un errore di calcolo. Poi, naturalmente, glielo spiegavano. In termini spiccioli, i cognitivisti spostavano il disagio, nel caso concreto quello da lavoro, da problema esistenziale a questione fisiologica: il lavoro garantisce il denaro, questi garantisce una condizione agiata per cui è un errore di percezione quello di provare dis-agio per la precondizione dell’agiatezza. Il ben-essere, che un tempo si accompagnava ad uno stato della coscienza, diventò una condizione oggettiva: il bene-stare. Va da sé che il benestante è il primo, spesso, a provare un profondo disagio (si segnala un certo Vacchi) ma un operaio che ne sa? Al dis-agiato economico basta il “relevabor adveniens” e tutto, qui ed ora, si risolve. Il sollievo promesso (non a caso, in Latino, l’agio si risolve nel futuro di relevare (essere sollevati): “sarò sollevato”, relev-abor) si traduce, nell’immediato, in qualsiasi sconsideratezza: dal biglietto della lotteria, all’ingiunzione di pagamento al benefattore, passando per una qualche forma d’esaurimento (burn-out). Tutte condizioni lontane dal benessere ma giustificate da uno star bene futuro e quantomeno incerto: così, per Elio Petri, la classe operaia s’avviava per il paradiso (in terra). Oggi ci siamo finiti tutti.

Ai tempi del Celledoni, anche affidandosi ad un sarto fedifrago, restava il piacere della maledizione: l’espressione del disagio. Magari il sarto fraudolento s’adoperava in qualche azione persuasiva ma, prima o poi, il disagio reale e continuativo dell’abito finiva per avere la meglio: così per i cognitivisti prezzolati. Meglio, in termini di libera espressione del disagio, l’acquisto di un abito confezionato: rigorosamente blu, grigio chiaro o fumo di Londra. Lo mettevi una volta e prendeva subito a non calzare: una vera benedizione! Si poteva ingiuriare, maledire, bistrattare qualcun altro per il proprio disagio: una vera gioia! Oggi, complici le dinamiche d’acquisto più di quelle produttive, il disagio è passato oltre l’orizzonte. Cerchiamo d’intenderci.

Oggi s’acquista su internet senza mediazione. Magari non è “La giacca” di Walter Chiari ma è Il telefono dei sogni o la vacanza indimenticabile. Prendiamo la vacanza per economia letteraria. Si entra su Booking e si dispiega il mondo: una tastiera che il saggio Danny Boodman T.D. Lemon Novecento lascerebbe alle mani di Dio. Noi, meno saggi di lui, ci mettiamo a suonare. Cuba, Antigua, Thailandia, Messico, Stati Uniti e vattelappesca in ordine sparso. Albergo economico, di lusso, con piscina o senza. Ho la barba fluente? Sì. Sono una giovane ragazza? Anche! Parcheggio? Sì. Letto rotondo? Ad acqua? Gonfiabile? Ed ancora un’altra scelta, un’altra decisa presa di posizione sul più minuzioso dettaglio: “are you sure?”. “Sì, cazzo, sì!”. Scegli tutto senza nessuna, reale, consapevolezza: come la massaia della democrazia 2.0, alle prese con la Legge di Bilancio. Alla fine provvedi gli estremi della carta di credito: paghi e parti.

Ne fosse tornato uno, che sia uno, con un leggerissimo disagio.

“Vacanza fantastica”, “cielo azzurro”, “ricco buffet”. Tutto al di sopra delle aspettative, come comprovato dalla foto di rito. Dieci scatti sullo stesso soggetto: scegli la migliore e poi la ritocchi. Si può essere più beoti? Sembrerebbe di no ed invece è solo il risultato di un salto antropologico che ha fatto del “fiorentino”, il Celledoni. Hai fatto tutto da solo e come spesso accade al sarto, indossatore dei propri desideri, non t’è rimasto neppure un prete a cui confidare il tuo biasimo. Il Celledoni sei tu per cui va sempre bene, tutto bene, sempre meglio. Lo spazio mentale, che veniva occupato dall’umano disagio, dall’ineluttabile tradimento dell’aspettativa, oggi è presenziato dall’identità: per salvare questa, l’identità, si censura quello, il disagio. Ma una vita senza disagio è umana? Forse no, forse è solo simulata e magari…

Ne dovremmo discutere più seriamente.