Impugna la baionetta e spara (una riflessione di Agnese Benini)

Agnese Benini

Riceviamo e, volentieri pubblichiamo, questa riflessione di Agnese Benini, ventenne di Bibbiena.

Suicidio o incidente, sorte o volontà, molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora mi suona insolita questa dottrina: Muori al momento giusto! Certo, colui che mai vive al momento giusto, come potrebbe morire al momento giusto?
Tali congetture non servono per delineare il vero spirito di questo evento: la disgrazia. Qualunque siano le cause, sono le conseguenze che ci determinano ed io, dopo quello che è successo, sono stata portata a riflettere molto.

Non sono informata sui numeri delle morti giovanili nelle grandi città. Sicuramente se leggessi dei dati al riguardo sarebbero solo apatiche cifre che molto difficilmente convertirei in persone.
E’ per questo che sono portata ad isolare i relativamente pochi infelici episodi che accadono in Casentino e non vederli solo come alcuni fra i milioni che dai tempi più polverosi accadono anche in altre città, in quelle più grandi, in tutto il mondo.
Il fatto che questa valle, data la sua topografia, sia considerata un territorio ideologicamente recinto in sé stesso, fa ancor più risaltare eventi di questo genere, tramutandoli in chiacchere, in esempi, in tragedie; ma non in numeri.
Non importa quanto si conoscesse, quante volte si abbia parlato o quanto ci si cercava con una persona che è mancata, il sentimento che unisce tutte queste dinamiche è la sensazione che si è persa una parte di noi, della nostra realtà. Non posso quindi ignorare un recente episodio, preceduto da altri successi nel giro di pochi anni di persone che avevo visto, conosciuto, scambiato quattro battute che si sono trasformate in gelide testimonianze. Ciò che posso fare, però, è provare a costruire dove le circostanze, purtroppo, hanno distrutto. Penso sia un gesto più che necessario (ma ahimè insufficiente) per far sorgere del bene in una landa recisa e asfissiata da queste disgrazie, concentrazioni di flagelli e silenzi. Pragmaticamente, i minuti di silenzio sembrano pleonastici buchi nell’acqua rispetto a quello che si potrebbe realizzare parlando, abbattendo i muri del disagio e andando avanti con sempre più consapevolezza, influsso e rispetto.

Osservo, mi osservo sempre, ci osservo e vi osservo fino al punto di scrutare un assetto, una coerenza che mi porta a intuire e conoscere sempre più nel dettaglio determinate azioni, comportamenti, decisioni. Tali pensieri, nel corso delle giornate come nuvole in cielo cambiano incagliandosi in sé stesse o ingrassando intemperantemente, ma nonostante sempre presenti, sono comunque passeggere. Così, nel loro via vai, arriva il momento in cui piove ed è proprio il momento in cui succede un evento del genere, che nel suo male oggettivo porta a galla quelle riflessioni.
Ciò che ho per ora notato è che i ragazzi della mia età sono soli. Non sottovaluterei mai il significato di questa parola, è il termine più complesso in tutto il linguaggio semantico e non lo userei se anche io non mi ritrovassi nella stessa condizione, annegata in una generazione così simile a me nel suo eterogeneo abisso.
Sto obbiettivamente vivendo nell’era della velocità e della categorizzazione, la quale fa paradossalmente sembrare che non siano state le persone a creare il computer, ma il contrario. Non distinguiamo più le foto dai quadri, i toni dai vocali e le intenzioni da asserzioni, contorcendosi freneticamente per trovare un senso al mero digitale.
Noi giovani non siamo spenti, non siamo svigoriti, stiamo semplicemente cercando. Si cerca, si brancola nel buio di una società fin troppo illuminata che quasi ci abbaglia e spesso veniamo confusamente accecati a tal punto che o ci accontentiamo del primo appiglio di concretezza che riusciamo ad individuare o si continua a cercare senza direzione. La ricerca si tramuta in aspettativa e l’aspettativa talvolta si trasforma in scoraggiamento.
Anche a me viene da pensare di portare all’estremo il mio malessere: il nodo è troppo ben saldamente contorto per volerlo sciogliere. E’ uno dei tanti poli che raggiunge la mente umana nel suo riflettere ed avvertire, ma fortunatamente ho abbastanza coscienza per ritenerlo una caducità facilmente rimediabile. Quando mi giunge la notizia della morte di un ragazzo della mia età, la mia attenzione non si rivolge a lui ma a noi tutti che restiamo; come se in quel momento in cui mi avevano riferito l’accaduto, tutta una generazione si fosse spenta in un secondo e ho pianto (io!) quando ho capito che solo tragedie di questo tipo inducono a svegliarsi, a riflettere e a cambiare.
Perché solo le disgrazie uniscono? Ridimensionano? Perchè solo guerre e catastrofi rendono unito un popolo? Chimere di considerazioni che mi fanno per il momento rivolgere a noi, che non sappiamo, non chi essere, ma scegliere chi essere e quindi non scegliamo.
Non sappiamo cosa gli altri vogliano da noi, quando siamo i primi a non sapere cosa vogliamo da noi stessi.
Il Casentino è, per fisicità, un luogo chiuso ed io non voglio spingere ad essere aperti verso gli altri, chiedo di essere aperti con gli altri. La speranza e la benevolenza sono sentimenti talmente nobili che provarli porta solo al più alto prestigio. Parlare, rivolgersi, completarsi a vicenda aiuterebbe ad innalzare sempre più ponti e gradini che portano alla realizzazione delle proprie idee, principi e progetti, i quali, credetemi, sono molto belli tra le mura della nostra mente ma non sono reali.
Siamo i più forti tra tutte le generazioni che popolano questo pianeta, allora perchè si ha così paura? Paura addirittura di chiedere, di provare, di sperimentare… sperimentare! L’anima del vivere!
Non bisogna affannarsi troppo a cercare uno scopo alla propria esistenza. Il proprio scopo è esistere. Tu esisti e hai già raggiunto il tuo scopo, il resto bisogna lasciarlo emergere essendo noi stessi e non preoccupandoci di quello che la società vuole che si sia.
Credo che dire a un giovane ‘eeh tanto ci arriverai’ ‘cambierai idea in fretta’ sia la frase più sbagliata che possiate dire. Diventiamo (se non siamo) disillusi, già proiettati verso un futuro che non ha pellicola. Non mi interessa se poi scoprirò che le cose vanno comunque in un altro modo, a vent’anni serve solo essere aperti, essere spontanei e in comunicazione con il resto degli altri, con il mondo nella sua bellezza e complessità, non in conflitto.
Consideriamo il mondo una tela su cui dipingere e non farci imbrattare a nostra volta da tutto ciò che ci viene impresso. Prendiamo iniziativa, convincendosi del fatto che qualsiasi cosa si voglia esprimere, può essere espressa, che sia nella sua grettezza o nella sua sovversività.
Mentre sto scrivendo, una canzone di Mozart accompagna il ticchettio della tastiera. Ascolto e penso: ‘cos’è che rende un componimento così piacevolmente singolare?’ E aguzzando l’orecchio, nota per nota, ho capito che il filo spento di una melodia viene capovolto, agitato, gremito di ghiribizzi, i quali creano un’aurea di luce eccezionale. Mozart osa. Osa e di conseguenza crea e creando, cambia.
Il mondo, una società, un paesino è uno spartito che aspetta solo di essere incastonato di note, le quali però hanno ancora un’armonia poco riconoscibile, di cui se ne percepisce solo la lontananza.
Concludendo, questa mattina mio padre mi ha detto:
“Sei una ragazza del ’99, non dovresti aver paura né degli austriaci, né di chi essere nella vita. Prendi la baionetta e spara, in qualsiasi direzione tu voglia”… metaforicamente parlando.

Agnese