Incontri ravvicinati: intervista a Serra Yilmaz che ama il Casentino e… i tortelli!

Sono a Firenze nella dimora luminosa di Serra Yilmaz, attrice turca così conosciuta dal grande pubblico che non ha bisogno di presentazioni. Dalle finestre della sua cucina intravedo la Cupola del Brunelleschi e se abbasso lo sguardo il verde dell’Orto botanico fa presente quanto ormai la primavera avanza con i suoi profumi. Serra è sempre una ottima cuoca e una perfetta padrona di casa. Ho riassunto le nostre chiacchiere in questa bella intervista.

Istanbul, le radici. Che cosa ti manca?

Mi manca Istanbul perché, come tutti sanno è una città molto affascinante, ma anche quando sono a Istanbul mi manca Istanbul. La città non è più quella della mia infanzia, ed è normale, quando io avevo sei anni c’era un milione di abitanti, adesso ce ne sono venti. Costruita, cementata, stravolta nei suoi sapori più antichi. Sono andata a Istanbul dopo la pandemia per girare l’ultima puntata delle Fate ignoranti, sono rimasta in albergo, al Pera Palace per dieci giorni con Ferzan e il gruppo degli attori, dopo sono andata casa mia, in mezzo alle mie cose. Il giorno della partenza il cuore mi si è un po’ chiuso, ma una volta arrivata a Firenze ero molto contenta di essere qui, perché io ho scelto nella vita di essere dove sono, di non lasciarmi prendere dalla nostalgia. Se c’è una nostalgia si srotola nei sogni, il rimpianto di quello che non c’è più è una nostalgia onirica. Di Istanbul mi mancano i servizi, mi manca il pragmatismo turco. Ho  venduto una casa a Istanbul e ho fatto tutto da qui, velocemente con il catasto on line e con la banca, qui con le banche è tutto complicato. Mi mancano le cose che facilitano la vita di tutti i giorni. Io sono sempre in movimento, ho avuto casa a Parigi, adesso sono qui, domani chissà, e in ogni posto cerco il modo di organizzarmi al meglio. In Turchia quando chiamo il taxi, io che abito al secondo piano, non ho l’ascensore, devo risparmiare le mie ginocchia, posso chiedere al tassista di venire a prendere su le mie valigie, qui devo per forza avere un ascensore,  se chiedi una cosa del genere, sai dove ti mandano…

Che lavoro avresti voluto fare da grande?

Ho sempre voluto fare l’attrice. Ho pensato, ma per poco tempo, di fare il medico e probabilmente sarei stata un bravo medico, ne sono convinta. Poi è passata. Io ora mi diverto di più, vedo quanto sono stressati gli amici medici arrivati a cinquanta anni.  Il prezzo da pagare nel cinema e nel teatro è la precarietà.

Le emozioni più forti che ti dà il cinema e quelle che ti dà il teatro. Emozioni, difficoltà, preferenze.

Preferenze non ne ho perché adoro recitare. Non sono una appassionata delle prove a teatro. Non sono amata dal regista e dai compagni al momento delle prove perché ho bisogno di molto tempo per entrare nel personaggio, c’è una attività cerebrale che ha un tempo più lungo, quindi può essere scocciante per gli altri e li capisco, ma tutto si risolve al momento della prima. Il “Don Chisciotte”, con la regia di Roberto Aldorasi, Marcello Prayer, Alessio Boni, lo abbiamo portato nei più importanti teatri d’Italia, prima della pandemia e poi in questa ultima stagione e abbiamo sempre fatto il sold aut.

Al cinema, invece, si fa tutto sull’istante, esiste una bella complicità con gli attori, c’è una sorta di microcosmo, una complicità in cui ti senti partecipe di un gruppo e quando le riprese sono finite il film parte per il suo viaggio.

Anche senza conoscerti si ha l’impressione che l’amicizia percorra i tuoi rapporti di lavoro. È così?

Sì e no. Ci son o persone con cui riesci a fare amicizia con altre no, come in tutti gli ambienti. Noi due per esempio ci siamo conosciute nell’87 e ancora ci sentiamo e ci vediamo anche se con  intervalli di tempo più o meno lunghi. Sui set di Ferzan Ozpetek, perché principalmente, in Itali ho recitato nei film di cui lui è il regista, non posso dire che ci sia competizione, c’è un filo amicale che spesso rimane anche una volta che il set è concluso. Si conservano quei sentimenti, Mi piace farmi viva con auguri e complimenti quando un collega vince un premio o ha una nomination speciale, mi piace mantenere le relazioni anche se c’è una distanza di vita e di spazio. E’ un mestiere in cui le amicizie non sono spesso nello stesso luogo, cambiano i set, cambiano le complicità. Ogni set è un microcosmo a sé.

Quali attrici del passato hai amato di più e da cui hai tratto ispirazione?

Mi piaceva Jeanne Moreau, la Mangano, la Magnani, Bette Davis, trovo queste attrici molto interessanti perché sento il mio carattere vicino al loro. Ma adoro anche Audrey Hepburn, la bellezza magnifica di Ava Gardner, quella di Rita Hayworth. Fra le attrici del presente amo Isabelle Huppert che diventa bella perché è brava.

C’è qualche serie televisiva turca che ti piacerebbe venisse esportata in Italia?

Io non guardo mai le serie, né turche né altre, però ho scoperto alcune serie turche su Netflix, per esempio “Ethos” mi è piaciuta molto, avevo fatto anche un messaggio agli amici italiani, ma in genere non ho l’animo di mettermi a guardare le serie.

Dopo la tua esperienza turca come regista di “Perfetti sconosciuti” ti piacerebbe intraprendere un progetto di regia anche in Italia?

Non credo di voler fare la regia in Italia. Bisogna combattere troppo per ottenere soldi e tanto altro. Ferzan Ozpetek voleva produrre il film in Turchia e io mi sono appoggiata a lui. Dovrei avere qualcosa di molto a cuore per fare la regia di un film tutto mio. Il fim “Perfetti sconosciuti” italiano aveva una sceneggiatura perfetta, era riproponibile anche in altri paesi, partiva da una idea vincente, per questo mi sono cimentata nella regia di un remake turco, ma solo perché sapevo di avere un valido aiuto.

La tua natura eclettica ti porta anche verso il mondo gastronomico. Nei tuoi piatti, la “fusion”, la mescolanza, l’incursione nelle ricette di provenienza diversa, rappresentano la tua filosofia in cucina?

Io ho un atteggiamento molto netto. Nel programma gastronomico che ho condotto in Turchia per più di un anno avevo ospiti attori, pittori, rappresentanti del mondo culturale, era presente un assistente, cucinavamo insieme, anch’io cucinavo, poi insieme ci sedevamo a tavola. Se io faccio una ricetta tradizionale deve essere quella. In Turchia mi arrabbio quando vedo scritto sul menu di un ristorante “Sugo alla bolognese” e poi quello che si mangia è tutta un’altra cosa: carne macinata con un po’ di soffritto. Può andar bene, per esempio, se viene scritto “Bolognese” di Bursa o “Bolognese fatta alla maniera di…”.Se io cucino “Il pollo alla circassa” quello deve essere, altrimenti, se faccio delle variazioni, devo scrivere “alla maniera di Serra”.

Ti piacerebbe fare un programma televisivo di cucina con il format simile a quello che hai fatto in Turchia? E quale ospite famoso ti piacerebbe avere per poi mangiare insieme i piatti cucinati?

Mi piacerebbe moltissimo. Se ci fosse una proposta interessante. Ma se mi propongono, come hanno fatto, di essere presente per fare l’ospite che guarda e riempie la scena, quasi una comparsa, non mi interessa. Vorrei un programma dove io cucino, propongo ricette e faccio una chiacchierata con l’ospite con cui mi siedo a tavola. Ospiti da invitare ce ne sarebbero diversi.

Fra i tortelli del Mugello e i tortelli casentinesi, quali preferisci? (Attenta a rispondere bene!)

Ma i tortelli casentinesi, naturalmente! (ride). Per essere sincera conosco molto bene i tortelli del Mugello perché quella è una delle prime zone che ho conosciuto in Italia e che continuo a frequentare perché là ho amici carissimi. I tortelli casentinesi spero di mangiarli questa estate quando sicuramente andrò a fare delle escursioni per le foreste casentinesi. Conosco  bene però il tessuto casentinese, adoro quell’arancio e quel verde acceso di cui ho avuto anche un mantello. Sono andata a Stia, a Poppi di cui ho ammirato il Castello e il panorama bellissimo dei dintorni. Ci vorrei tornare al Castello, che potrebbe essere un ottimo set di teatro. Anche Angelo Savelli è di Stia, caro amico e grande regista, abbiamo riproposto “L’ultimo Harem” al Teatro di Rifredi per dodici anni, e anche  “La Bastarda di Istanbul” ha avuto svariate repliche.

Hai un luogo dell’anima in Turchia? E in Italia?

In Italia è la Toscana, non è un caso che ho deciso di vivere a Firenze. Il primo posto conosciuto è stato il Mugello, Scarperia, Borgo San Lorenzo, grazie agli amici che abitavano là. Adoro Venezia anche se non ci vivrei, mi piace perdermi fra le sue calle. La Puglia, bellissima, che ho conosciuto da poco. Per la Turchia adoravo un posto sull’Egeo, Ayvacik, la sua spiaggia magnifica, non c’era nemmeno la corrente elettrica, ora è invaso dal cemento. Questo governo turco è un disastro, non facilita certo la conservazione dell’ambiente. Amo l’Egeo, amo le località che un tempo erano incontaminate e che adesso, purtroppo, hanno subito dei grandi cambiamenti. In Italia sono innamorata di Villa Adriana, dell’energia che vi si respira. In Turchia, Aphrodisias è il posto dell’anima per me, gli scavi sono stati ampliati, il sito archeologico è inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità.

Che cosa è per te la felicità?

La felicità è come un fuoco di fiammifero, è qualcosa di molto fugace, molto breve. Siamo in un mondo che probabilmente avrà una fine apocalittica, visto come viene trattato l’ambiente e visto quello che sta succedendo, però penso che dobbiamo essere felici quando ci si sveglia la mattina e possiamo vedere il cielo sopra di noi, possiamo muoverci senza che ci faccia male qualcosa e il nostro corpo è in armonia con la giornata che abbiamo davanti. Evidentemente con l’età può essere più difficile, può cambiare la resistenza del corpo, ma dobbiamo avere sempre la coscienza che tutto può cambiare, in qualsiasi stagione della vita, per questo dobbiamo approfittare di tutto, finché possiamo.

 

 

 

 

Daniela Tani
Daniela Tani
Laureata in Lettere moderne, insegna Lingua e letteratura italiana. Ha pubblicato: L'ospite cinese, Del Bucchia Editore, 2013. Kebab per due, Autodafè, 2015. D'amore e d'altro, Alter Ego, 2017 recensito da Valerio Aiolli su Il Corriere della sera di domenica 4 agosto 2019. L'amico di lei, Smith Edizioni, 2020. Ha frequentato in varie sessioni i corsi e e le Full immersion della Scuola di scrittura Omero di Roma. Collabora alla rivista “Accademia Casentinese” “Giornale di Lettere, Arti, Scienze ed economia” con articoli riguardanti le scrittrici italiane del '900. Per “Achab” è in uscita il suo articolo su Pier Paolo Pasolini “Al cuor non si comanda”. Conduce corsi di scrittura creativa patrocinati da Enti pubblici e associazioni, in particolare Fondazione Circolo Rosselli, Comune di Pratovecchio-Stia (AR). Vive tra Firenze e le Foreste Casentinesi.

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