La conquista dello spazio

Giorgio De Chirico

Digitando “supermercato Famila Bibbiena” sul vostro PC, scoprirete che anche Google Maps prova un certo imbarazzo. Nel sito in questione, all’indirizzo assegnato, appare Piazza Palagi com’era prima di essere “gettata”.
Google Maps offre un interessante punto di vista sulla condizione umana, già celebrata da Goethe nel Faust. Se un castoro, ancora, si limita a regimentare il fiume al proprio interesse, già i Fiamminghi del ‘500 rubavano chilometri al mare: mare che oggi, non senza merito, si chiama Paesi Bassi. Vista dalle stelle, l’umanità si rivela capace di trasformare il mondo a proprio piacere: meglio di una termite, una cicogna od un castoro. Non a caso, il Dio della Genesi, ha voluto l’uomo per aggiungere perfezione al creato: evidente che difettasse di qualcosa.
Cosa mancava a Bibbiena, mi sembra palese, era un supermercato. Prima difettava di chiese, poi di palazzi, cinema, stadi ed infine supermercati: ad ognuno un palcoscenico. Eppure, nei teatrini dei tempi che furono, almeno la vedette razzolava nell’umano; il parroco, il nobile o parvenu che fosse, Rodolfo Valentino piuttosto che Ronaldo, dell’umano mantenevano l’aspetto: ora è la volta della zuppa Campbell.
Lo spazio urbano, da sempre, è il teatro delle umane vicende e, di converso, l’umano si plasma sul territorio. L’insistenza di spazi vuoti incoraggiano l’andare, la presenza d’un albero invita a sostare, quanto un gioco impone di provare: l’ambiente urbano forgia la mente. Depositare un supermercato, con annessa area parcheggio e luminarie modello aeroporto, è un atto di omologazione di qualcos’altro. Piazza Palagi, così come la ricorda Google Maps, non era Piazza della Signoria, certo, eppure garantiva quel minimo di respiro al tunnel mentale che insiste fra una rotatoria ed un’altra. Mi spiego meglio. Via dei Calzaiuoli è tale perché connette qualcosa a qualcos’altro. Segnatamente, nel medioevo Fiorentino, lo spazio ecclesiastico dominato dal Duomo con quello laico sul quale s’impone il Palazzo. Via Umbro-Casentinese, a Bibbiena stazione, coagula una rotatoria ad un’altra: Piazza Palagi, in questo insulso rigiro, era una valida alternativa!
Non me ne voglia l’amministrazione di Bibbiena, questo appunto non riguarda gli spiccioli del caso: altrove hanno trasformato una piazza mercantile (Piazza Garibaldi a Ponte a Poppi) in uno svincolo autostradale, con lampioni dedicati ed ampio parcheggio. Ci sono anche quattro panchine che ricordano, per chi ha qualche lustro alle spalle, come Calindri sorseggiava il Cynar: quella voleva essere una provocazione, questi l’hanno fatto davvero!
La distanza fra i Fiamminghi del ‘500 ed i nipoti dei palazzinari si misura in un lampo: i primi conquistavano spazio all’umano, i secondi lo sottraggono a beneficio di suv e scatolette. Per carità! Non sono certo i soli ma, se questo è l’andazzo, gli amministratori di domani saranno solo demolitori. Nel medioevo Toscano, sull’umano svettava una qualche torre campanaria, un cassero ed un selciato sotto i piedi: oggi è la volta dell’ampio parcheggio.
Bene, conquistiamolo!
Questa mia riflessione può sembrare naive e retrò (e forse lo è) ma, prima di provare l’ebbrezza dello shopping, sono stato bambino anch’io: residente in un domicilio con vista parcheggio. C’erano anche quattro alberi, soffocati dall’asfalto, retaggio d’un urbanistica che non conosceva le ombre lugubri di De Chirico: per noi, erano i “quattro cantoni”, il ceppo di “nascondino” od i pali di una porta. A tutte le ore, sull’uscio di casa, si consumava il dramma Edipico della Prinz verde che pretendeva di circolare nel “nostro” campo da gioco. La strada maestra per Poppi conviveva con le pallonate e l’ampio parcheggio s’arrestava all’area di rigore. Se passava un “vigile”, tutto sfumava per ricomporsi un attimo dopo: la Polizia Municipale che fu, si sentiva parte d’una comunità piuttosto che l’indomito baluardo al crimine. Da tutta questa confusione di codici, in qualche modo, siamo sopravvissuti tutti: chi procedeva per Poppi, chi si fissava nei bars e quelli, come me, che razzolavano nell’improbabile giardino di casa.
Ancora oggi e per quel poco che resto, continuo a considerare quell’ampio parcheggio come parte del mio Essere, piuttosto d’un progetto per la circolazione del suv a norma di legge: scemo io! Eppure, nel continuare a confondere lo spazio con la periferia dell’Essere, nel sapere che quel luogo è abitato piuttosto che abitare in me, respiro l’ebbrezza d’Esser vivo.
L’orrore di oggi non insiste nell’ennesimo supermercato, sempre più prossimo al cuore d’un paesino, ma nell’incapacità dei villani (intendevo villici) d’abitarlo. L’incapacità di sprigionare quella forza vitale che, per Dio, impone persino alle radici d’un albero di ribellarsi al cemento! Lo spazio urbano che questi amministratori hanno in mente è “speculativo” e trascendente: di qualunque colore lo vestano, è fascista! Fascista come lo spazio urbano di De Chirico; quello in cui l’umano è un gioco d’ombre, fugace e distante: mai presente. In questi termini, che al centro della piazza insista un simulacro d’uomo, un suv od una scatoletta, è del tutto irrilevante. Gli epigoni d’oggi si sono limitati all’aggiornamento.
Il punto è un altro: ma noi, in quale rotatoria ci siamo smarriti?

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Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.