La magia, lo stupore e l’incanto

Nel 1981, ciò che rimaneva degli Yes, lamentava la prevaricazione dell’immagine sulle note musicali: Video Kills the Radio Stars. Così, tre anni dopo, provvedevano anche i Queen: segnatamente con Radio Gaga. Entrambi, ovviamente, gridati al mondo attraverso due videoclips: veicolo d’altrettanti successi planetari. Oggi, lo racconta l’esperienza “sociale”, la rappresentazione dei “momenti” significativi del quotidiano presuppone la pubblicazione d’un video; accompagnato da qualche motivetto musicale. Il risultato, ancorché artigianale, è un videoclip: entro il quale, la melodia, ha un ruolo ancellare.

La storia dei filmati cine-musicali (videoclips), spacciati per la promozione dei cantanti in ambiente televisivo, risale ai Beatles. Le pop-stars, incapaci dell’ubiquità pretesa dalla fama planetaria, delegarono ai filmati la rappresentazione del proprio successo. Così, invece di comparire nelle televisioni di tutto il mondo, si prese l’abitudine di mandare la registrazione. Prima fu la volta dei programmi contenitore (da noi Disco Ring) e, poi, la programmazione jukebox (Superclassifica Show). Con l’avvento dei canali tematici, dedicati alla diffusione esclusiva di video musicali, il merchandising prese il sopravvento sul prodotto. Qualcosa del tutto simile al mercato dei profumi che spaccia marchi, bottigliette e confezioni, invece degli odori! Oggi sono le televisioni a controllare la produzione musicale, con i talent shows: così come i supermercati controllano la produzione alimentare.

Niente di male, per carità, se non per l’imponente scivolamento della musica verso l’interpretazione. Qualcosa che, oggi, facilita la rivisitazione di brani già noti invece della sperimentazione: la decadenza presuppone la raffinatezza, anche in territorio musicale. Peccato che, con la senilità (con la “raffinatezza”), viene meno la magia, lo stupore e l’incanto. Viene meno, in un certo qual modo, il vibrare della vita. Il termine “vibrare”, visto il territorio, non è affatto casuale.

La musica, nella sua immediatezza, è la trascendenza ad altezza di barboncino: per questo affiora, quale interesse, nella prima adolescenza. La vita, intesa come esperienza umana, ne consegue. Cosa veda del mondo, chi non è stato attraversato da questo primo vagito di libertà ed autodeterminazione, è affare da etologi. Arriverà il dolore, la malattia, la lotta ed il peso delle proprie manchevolezze: verrà la morte, un giorno. Si faranno sentire i lacci della biologia e del condizionamento sociale, a cui nessuno si sottrae. Accadrà di tutto, nella vita, ed accadremo tutti: ma l’autenticità delle risposte dipenderà dalla ricchezza del nostro orizzonte musicale.

Bernardo Bertolucci ha segnato quest’alba con Lucy; una diciottenne che cade fra le note, lugubri ed eteree, di Alice: un brano, scritto per l’abbisogna, dai Cocteau Twins. Per come gira il mondo, oggi, i Cocteau Twins non avrebbero mai visto l’alba.

I Cocteau Twins, concepiti da un modesto DJ nel buco del culo del mondo (Grangemouth, in Scozia), sono stati un gruppo punk al pari dei Joy Division (Salford, oscura periferia di Manchester), di Siouxsie Sioux (Southwark, ai margini di Londra), dei Sex Pistols (direttamente dal nulla) e di tutti quelli che hanno portato la rabbia ed il disagio dei satellites direttamente al centro, in prima serata. In termini spiccioli e riduttivi, il satellite è il dormitorio dei distretti industriali inglesi: la topaia dove, svolta la funzione sociale, la classe operaia è pregata di ritirarsi. Se preferite il colpo d’occhio alle parole, guardatevi Billy Elliot e ne avrete un’idea patinata ma, urbanisticamente, corretta: mura, dopo mura, dopo mura che sfiancherebbero anche L’Ultimo Imperatore della Cina.

L’idea base del punk era piuttosto semplice: se io sto male, dovete star male anche voi. Visto che non posso altrimenti, per farvi male vi butto in faccia gli strumenti. Se mi passate l’ironia, la logica punk consisteva nell’aver qualcosa da dire senza la più pallida idea di come esprimerla in musica. Da qui il gergale “punk” seguito da “music”: in Italiano, “musica da due soldi”. Disagio, sì, e violenza: per il fatto ovvio che, in difetto d’argomenti, si finisce per stringere il collo dell’interlocutore. Considerate le mie ampie vedute, avrete capito che la musica punk ha fatto parte del mio ascolto: ciò che segue è come sia finito per amarla.

Un modesto DJ di Grangemouth, al secolo Robin Guthrie, ha diciotto anni: non è scolarizzato e sbarca il lunario passando i dischi in un night club (P.S. un “night club” inglese non ha niente a che vedere con le “luci rosse” ma con l’alcohol: che può essere servito fino a tarda notte). Se non li avete mai frequentati, vi siete persi qualcosa. All’ingresso insiste il metal detector e, dalle borsette, scivolano sul banco coltelli e pistole; sembrano le ragazze dei treni di periferia: quelle di Tom Waits, per intenderci. I locali sono carini ma, comunque, non sopravviveranno alla notte: la miscela di testosterone ed alcohol li farà detonare prima della chiusura. Se la rissa non si propaga, basteranno i buttafuori: se la situazione degenera alla Trainspotting, i buttafuori vi chiuderanno dentro e, i celerini accampati nel furgone all’angolo, provvederanno il resto. In breve, se non volete smaltire la sbornia in galera, avete un paio d’ore per raccattare qualcosa e finire la serata sul divano od in un taxi: od entrambe le cose. Avete due ore ma, se non siete degl’impediti, finirete altrove.

Elizabeth Fraser, sedici anni e futuro “mito”, ricalca il modello. Sulle braccia, due vistosi tatuaggi: uno per i Pistols e l’altro per i Banshees. Alle spalle, le solite storie d’abusi e violenze. Nell’immediato, come prescrive la moda, i capelli sparati e colorati: quelli che le sono costati il benservito dal nucleo familiare. Questa volta finisce a rovescio: nel senso che è Elizabeth a varcare la soglia di Robin e non finire, poi, in un taxi. Robin Guthrie ha un’opinione su tutto, adora il calcio, beve e si droga ma dispone d’una robusta identità di genere che lo segnala, agl’occhi di Liz, come un’ottima figura paterna: lui, del resto, si comporta pedissequamente. Lei, che ambiva a fare la cameriera, accoglie tanto il ragazzo che la visione: Robin Guthrie suona la chitarra, da autodidatta, con un amico. Finisce per coinvolgere Elizabeth nei suoi progetti; al basso ed alla chitarra manca la voce per cui, Elizabeth Fraser, sarà la cantante della band: anche se Liz non ha mai, dico mai, cantato una nota fuori dalla doccia.

Ma non importa! Il movimento punk ha spalancato lo spazio delle possibilità e va benissimo non saper suonare come il non saper cantare. Va benissimo mancare dello sguardo da fico, vestire alla meno peggio ed essere convinti, com’è giusto che sia, d’aver inventato il pentagramma. Tanto, peggio di così, non può finire: da perdere, entro un satellite, ci sono solo le catene. La prospettiva della ragazza è, se possibile, ancor più naive: viaggiare insieme a Robin. Fatto sta che registrano una demo col mangianastri, prendono il treno e si dirigono a Londra: tornano ed aspettano.

Li chiama Ivo Watts-Russell, commesso d’un negozio di dischi e fresco editore discografico. L’idea è quella di registrare qualcosa e darlo alle stampe. Al netto dell’entusiasmo, la 4AD ha poco più della via per camminare: si riduce all’appartamento di Ivo e, di certo, non ha un solo artista a libro paga. Diventerà un bell’ambientino ma, nel 1980, è più un’idea che una solida realtà. A briglia sciolta, entro un flat londinese insonorizzato dalle confezioni per le uova, Will Heggie, Robin Guthrie ed Elizabeth Fraser partoriscono Garlands: a mia totale insaputa. Di Garlands si può dire questo: le percussioni sono una drum-machine; la bassline, semplice ed orecchiabile, è la certezza; la chitarra, strozzata da Robin Guthrie, non fa che lamentarsi; i testi, resistenti all’orecchio d’un anglofono, sono incomprensibili. L’effetto, nel suo complesso, è di pregio ma non sembra faccia molta strada dalle orme dei Joy Division: un buon debutto ma poco più.

Intanto, Robin, Elizabeth e Will, grazie ai primi incassi, si sono trasferiti a Londra. Garlands, distribuito dai potenti mezzi della 4AD solo in Inghilterra, ha venduto qualcosa: quanto basta per mettere su famiglia, a Londra, e dedicarsi al sequel. Nel 1983 esce Head Over Heels (“innamorata”) e le note si volgono al meglio. L’impianto musicale è lo stesso di Garlands ma, quello che stonava nel primo album, nel secondo viene al pettine: Elizabeth Fraser non è Siouxsie Sioux. Non le manca il diaframma, questo no, e neppure le manca la voglia d’urlare: il fatto è che Elizabeth Fraser gorgheggia. Vorrebbe essere Siouxsie, si capisce bene, ma dispone d’un’estensione vocale, un colore ed un tono straordinari. Lasciata andare, depone fiori e ghirlande ovunque: per forza, è innamorata. Il segreto inconfessabile dei Cocteau Twins non è un’interprete dotata: è un’artista straordinaria.

Non so quanta, o quale, confidenza abbiate con l’arte ma di certo non v’appartiene: neppure pagandola. Il rapporto con l’oggetto artistico, qualunque cosa sia, ribalta la soggettiva e chi vi spaccia il contrario, vi sta piazzando un bidone. Bello, magari, intrigante, forse, ma di certo sprovvisto d’appeal. Dall’opera d’arte non si sfugge: rapiti dall’arte, non si può far altro né altrimenti. Il buon esempio capita a fagiolo; provate a scrivere dei Cocteau Twins, ascoltando i Cocteau Twins: è impossibile. Prendete un cacciavite e riparate la motocicletta con la Nona nelle orecchie: non si può fare. Mettete l’Agnus Dei, il Miserere, Lacrimosa, The Nature of Daylight, Plainsong od Alice, a commentare le scene d’un film e provate a prestare ascolto al dialogo: non funziona. L’arte è charm e l’artista provvede magia: se lui piange, voi piangete; se ride, ridete; se ha capito qualcosa, ve lo fa capire. Detta con parole d’un’artista dell’oggi: “musica, ed il resto scompare”. Abbiamo scomodato il trascendente, all’inizio di quest’avventura, quale dimensione altra ed originaria dalla realtà. Bene; il trascendente è la dimensione artistica: tutto il resto è artigianato. A volte, è solo un pessimo manufatto.

Elizabeth Fraser, invece, è un’artista; di più: è stata il granello di sabbia nella perla dei Cocteau Twins. Elizabeth Fraser, con una penna in mano, è completamente dissociata. Scrive, sì, ma pretende che nessuno legga. Quando non cura i testi (P.S.: Teardrop dei Massive Attack, Song to the Siren, nei This Mortal Coil), dimostra di non avere difficoltà con l’Inglese: quando agisce con parole sue, si ripiega come la lumaca sfiorata sull’antenne. Elizabeth Fraser non ha nessuna competenza sociale: celata sotto la timidezza, insiste una personalità evitante. La violenza riservatele dal mondo le consentiva solo di cantare: d’esprimersi entro la madreperla della visione di Guthrie. Non è stato un grande artista ma, il cuore caldo della “famiglia” Cocteau Twins, era Robin Guthrie: l’unico amore, fra l’altro, di Elizabeth. Se vi state chiedendo cosa possa succedere ad una lumaca che smarrisce il guscio, vi rimando al motivo voluto da Bertolucci per il suo film.

Alice, pronunciato “a-Liz”, è un dialogo a due voci: di cui una è la fuga (fuga musicale, ben inteso) mentre il contrappunto l’insegue. La fuga arpeggia sui toni alti: il contrappunto è una voce maschile, come l’intenderebbe una donna. La melodia è una scala con sei toni, al cui sottofondo insiste la chitarra: tirata in suoni lunghissimi. Alice è l’atto violento d’un uomo all’universo mondo d’una donna. Non una violenza a calci e pugni, per carità, e neanche una suggestiva violenza psicologica: niente di tutto questo. Al contrappunto è affidato un tono di rimprovero che sfoga nell’insistenza del ragionevole: “Alice, Alice, Alice, Alice, Alice”. Si lotta per tutto il brano e, poi, il contrappunto scompare, sparisce la fuga e si glissa il keyboard; rimangono solo i suoni lunghi della chitarra: poi, più nulla.

Un anno dopo, Elizabeth Fraser è stata spezzata da un esaurimento nervoso. Nel mentre, ha avuto un flirt con Jeff Buckley che, non per questo, è venuto meno. Confortata che lei e Guthrie stavano insieme per le ragioni sbagliate, è stata “curata” ed ha perso la magia. La figlia, Lucy Belle Guthrie, ha preferito il padre: prima a Londra e, adesso, in Bretagna. Elizabeth Fraser, invece, invecchia da ventiquattro anni col batterista degli Echo ‘n’ the Bunnymen dal quale ha avuto un’altra figlia, Lily: tutt’ e tre vivono a Bristol. Se canta, preferisce il folk irlandese.

Questo è l’ultimo atto ma, prima, ci sono stati i Cocteau Twins e c’è stata, trattenuta al mondo, Elizabeth Fraser. C’è stato Garlands, Head Over Heels e c’è stato Treasure. Ecco: io ho conosciuto i Cocteau Twins con Treasure ed ho provato gratitudine. Mi sono innamorato e, dell’amore, ho imparato le mosse: avevo 15 anni e, l’amore, c’è d’aspettarselo. Li ho cercati ovunque ed ho saputo aspettare, paziente, il ritorno. Ho imparato a condividerli ed ho gioito, come se fosse il mio, al loro successo. Li ho anche visti, in un videoclip, nel 1990. Li avevano ripuliti, i Cocteau Twins: lucidati, pettinati e pronti per il vasto pubblico. Heaven or Las Vegas, da cui l’omonimo video, furono le prime immagini che raggiunsero l’Italia. Nel Giugno del 1991 sarebbero stati in concerto a Roma: il mio unico rimpianto. Insomma: gl’avrei dato ragione anche se non l’avessero mai avuta!

Ho comprato Victorialand, da Contempo, e Blue Bell Knoll in Inghilterra. Dopo il passaggio alla Capitol Records, non ci sono stati più problemi di reperibilità: né per Heaven or Las Vegas né per Milk ‘n’ Coffe. Col tempo ho ri-costruito la discografia completa: questo per dire che non me li sono sognati! Nel caso, sarebbe stato un sogno stupendo. Comunque so esattamente dove sono: in un cellophane, nel garage di casa mia.

Dimenticavo: ma perché si sono sciolti?

Già, dimenticavo! Sono andati in fibrillazione quando Robin Guthrie si propose di rinegoziare il rapporto con Elizabeth Fraser. Lei non la prese bene per niente: avete presente la “violenza” di Alice?

 … beh … quello.