La memoria di un’adozione

Quando si entra in archivio, specie in un complesso ecclesiastico, dove per lo più si conducono ricerche genealogiche, si conoscono e attraversano tante storie diverse, questa che mi ha raccontato qualche tempo fa Maria Bargiacchi è una di quelle storie che restano.“Mi chiamo Maria e sono molto appassionata di ricerche in archivio, così ho conosciuto Silvia che lavorando nell’archivio diocesano di Arezzo mi ha spinto a raccontare e ricercare le storie vissute in famiglia e soprattutto un evento che ha segnato e segna ancora le nostre vite. La mia mamma, Lina, è nata ad Ornina nel 1921, nel 1925 è nato suo fratello Pietrino che sopravvisse solo poche ore. Così la nonna Francesca chiamata “Checca” andò a fare la balia a Livorno dalla famiglia Dino Dini; a quei tempi usava andare a dare il latte tramite le procaccine: a Rassina c’era la signora Fantini che metteva in contatto le donne con le famiglie. Mia nonna raccontava che nella famiglia livornese si trovava molto bene nonostante la lontananza dalla sua famiglia. Una volta la mia mamma Lina che aveva cinque anni andò a trovarla, così gli cucirono un vestitino nuovo e un bambolotto per far festa con la sua mamma a Livorno; partì con il babbo “Bacco” per stare un po’ in vacanza, solo che dopo alcuni giorni gli venne la pertosse e dovette ritornare a casa, molto dispiaciuta.Trascorse circa un anno e mia nonna Checca ritornò; dopo poco tempo rimase di nuovo incinta e nacque un bambino che fu chiamato Dino a ricordo del padrone livornese. Nel 1930 in famiglia nacquero altri due bambini cui furono messi i nomi di Gino e Gina, ma dopo pochi mesi a causa della gastroenterite purtroppo morirono. La famiglia Innocenti, quella della mia mamma, nel 1932 si trasferì a Buca la Mencia che si trova in una collina sopra alla Zenna, accanto al paesino di Cornano; nel 1938 nello stesso paese si traferirono i Bargiacchi che avevano un figlio di nome Angiolo che poco tempo dopo si fidanzò con Lina, mia madre; la nonna Francesca detta Checca, che di amore ne aveva in abbondanza, decise allora, sicura che di lì a poco Lina si sarebbe fatta una famiglia tutta sua, di adottare un bambino senza famiglia, era il 1940. Lo zio del fidanzato di Lina era appena tornato dalla Francia ed abitava a Firenze quindi pensò lui ad andare all’Istituto degli Innocenti con il mio nonno Pasquale detto Bacco per iniziare le pratiche. Dopo aver adempiuto tutte le incombenze, ovvero aver ottenuto il consenso scritto del medico di famiglia e del prete, poterono adottare una bambina di poco più di tre anni di nome Silvana. In casa erano molto felici ed i bambini della famiglia giocavano tutti assieme. Un giorno la mia mamma dovette andare a Salutio per far vaccinare Silvana contro il vaiolo; quando fecero ritorno, però, trovarono una brutta sorpresa ad attenderle. In casa piangevano tutti perché quel pomeriggio era arrivata la mamma naturale di Silvana pronta a riprenderla; la nostra famiglia si oppose ma i carabinieri li dissuasero, non si poteva, infatti, dire di no alla richiesta del genitore naturale. Ad accompagnarla a Firenze andarono lo zio Valente e il nonno Bacco mentre la nonna Checca e la mia mamma Lina non avevano la forza di lasciarla.

Di questa storia la famiglia Innocenti ha sempre conservato memoria. Lo scorso anno, io, Maria, incuriosita, ho tentato di ricostruire la storia di quest’adozione: ho chiamato l’Istituto degli Innocenti di Firenze per poterla rintracciare, purtroppo, però, non conoscevo il cognome della bambina e mi è stato detto che solo in quel periodo le pratiche per le adozioni superavano le due mila; fortunatamente mi ha aiutato Lucia, riuscendo con il suo prezioso lavoro a ritrovare la pratica del 1940 firmata dal nonno Pasquale. Questa testimonianza, assieme al racconto fatto da mia madre dell’evento, oggi sono conservate nell’archivio dell’Istituto degli Innocenti e nella mostra espositiva inaugurata lì nel febbraio 2017. L’unico rammarico è che per legge non possiamo rintracciare ed incontrare Silvana, mentre oggi essendo morte entrambe le mamme, sia quella naturale che quella adottiva, ed essendo molto anziane le due sorelle di Silvana, che hanno 96 e 78 anni sarebbe stato bello farle rincontrare, ancora una volta”.

Ecco qual è il potere della memoria e della documentazione che nei luoghi della memoria ancora, si conserva.

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Silvia Bianchi
Nata ad Arezzo da genitori casentinesi vive e lavora tra Arezzo e Firenze. Dottorata in archivistica, ha una seconda laurea in Storia. Studia e lavora negli archivi pubblici e privati da oltre dieci anni. Si occupa di inventariazione, studio documentario, didattica in archivio. Scrive per “La Nazione” e “Toscana Oggi”. Ha pubblicato contributi ed articoli per riviste specialistiche di storia ed archivistica, oltre che il testo dal titolo “L’Archivio dell’ONMI – Federazione Provinciale di Arezzo”. Collabora con Casentinopiù dal 2010 tenendo una rubrica con la madre Maria Maddalena dal titolo “Storia e Territorio”.