La resistibile ascesa

Nella Terra di Mezzo, dove l’ombra cupa scende, un uomo leva il suo canto.

Quest’uomo è un cattolico, un conservatore ed un piccolo borghese che indulge sull’esistenza (comoda) in provincia: the shire. L’ombra che s’insinua fra i commons, i medi peccatori che popolano la Contea, si stende da Mordor, prima, e da Isengard, poi: le due torri del nazismo e del comunismo. Come s’addice ad una buona novella, la piccola borghesia (gli Hobbits) e la borghesia vera e propria (i Re degli uomini) finiranno per avere la meglio: l’Oscuro Signore sconfitto, il castello distrutto e la progenie scomparsa nel nulla.

Protagonista di questa favola della redenzione è un piccolo Hobbit: Giorgia Meloni. Giorgia Meloni porterà l’anello del potere quanto basta: il tempo sufficiente per garantire il congelamento della Contea nello stato in cui si trova. La Contea così com’è ed il potere a chi ce l’ha: fidatevi che finirà così anche questa storia.

Nel nostro caso, i buoni amici del piccolo Hobbit abitano castelli, vestono eleganti, dispongono gemme, monili, ed il potere che, naturalmente, ne consegue. Va da sé che, per il poeta Tolkien, la borghesia ha solo meriti: piccoli, quelli degli Hobbits, grandi quelli di tutti gli altri maggiorenti. Qualche peccatuccio, i mezzi uomini, in verità ce l’hanno; leggono con parsimonia, tendono alla pigrizia ed all’erba pipa: forse per questo sono brevilinei per natura. Se non fosse per le pessime abitudini, i mezz’uomini avrebbero la stessa altezza dei grandi capitali che, a questo punto, mi sembra giusto che restino nello stato in cui si trovano. È vero! Qualche capitano d’industria c’è andato a braccetto con l’Oscuro Signore, il tiranno, ma si è trattato solo di qualche mela marcia del tipo Krupp, Bayern, Fiat, IBM, Edoardo d’Inghilterra e pochi più. Per tutti gli altri spira solo un vento di profonda santità: quella del megadirettore generale che si manifesta a Fantozzi nel celebre film!

La storia del poeta, che poi si chiamerebbe Tolkien, va in scena dove si svolge la nostra avventura: la democrazia-liberale. Lo stesso contesto in cui, Brecht, ambientava la Resistibile Ascesa di Arturo Ui; solo che la chiama Chicago (e non Terra di Mezzo) e la popola di gangsters (e non di Re); evidentemente, con scopi monitori: altri rispetto a quelli pedagogici, cari a Tolkien.

Comunque la vogliate intendere, la nostra storia è ambientata nelLa “democrazia” tout court: così detta, magari, da chi non ha mai sentito parlar d’altro. Per i palati fini si dovrebbe apostrofare come aristocrazia (Platone), se si coltiva un certo favore, ovvero oligarchia (Aristotele), se si mantiene un occhio clinico. Qualcuno insiste a chiamarla meritocrazia, plutocrazia, democrazia rappresentativa ed altre amenità, entro le quali assume di vivere; comunque sia è la madre dello stato di diritto a cui si riferiscono tutti i “democratici” di qualunque parrocchia questi siano.

Lo stato di diritto (il Rechtsstaat) prescinde da chi regge lo stato in concreto: sia esso il “popolo”, i “grandi capitali”, il “partito unico”, i “re” o qualunque altro decisore. Lo stato di diritto è quella forma ancestrale (costituzionale) che garantisce il limite oltre il quale, un qualunque Leviatano di Hobbes (lo stato moderno che impone obbedienza, disponendo di sovranità), non può passare. Se vi piace visualizzare i concetti, pensate a Gandalf sul ponte che divide, la compagnia dell’anello, dal Balrog di “ombra e fuoco”: “tu non puoi passare!”. “Non puoi passare”, dice Gandalf, non già perché non hai un mandato o non hai primeggiato alle elezioni ma, sostanzialmente, perché sei un mal intenzionato. Il Balrog, è la forma degenere della sovranità a cui è dovuta l’obbedienza degli Uomini e degli Hobbits: la minaccia ai diritti, alla libertà ed al “benessere” (welfare) di ogni creatura che insiste nella Terra di Mezzo.

Già! … ma come si accertano le cattive intenzioni?

Accertarsi di una cattiva intenzione è di una semplicità disarmante; per questo l’ascesa di Arturo Ui è considerata, da Brecht, perfettamente resistibile: bastava tendere le orecchie ed ascoltare! “Faremo piangere i ricchi”, “apriremo il parlamento come una scatola di tonno”, “è finita la pacchia”, “sputerete sangue”, “Benito Mussolini è stato un grande statista”, “Maggy Thatcher è il mio modello”, “l’Ungheria è democratica perché Orbàn ha vinto le elezioni” (e può, quindi, fare il cazzo che vuole), anche se non sono le parole di Arturo Ui, valgono le stesse cattive intenzioni. Se c’è una cosa bella, neIl Signore degli Anelli, è la magia della parola: l’incantesimo che segue il discorso mentre la negromanzia è solo un sussurro, un frusciar di foglie o, peggio, un bisbiglio portato alle orecchie (come quelli che Vermilinguo suggerisce alle orecchie di re Théoden). Quanti malumori si rincorrono per l’etere? Quanti inganni? E quanto vale, il malumore e l’inganno, per una decisione sbagliata?

Lasciamo il nostro piccolo Hobbit col suo anello e spostiamoci, per cento anni, nel passato: durante la seconda era nella Terra di Mezzo.

Il 27 Ottobre del 1922, nella Contea, va in scena “la marcia su Roma”: il momento in cui, l’Oscuro Signore di Predappio, dette un calcio allo stato di diritto. Per un autorevole storico (Gaetano Salvemini), “la marcia su Roma” è stata una pagliacciata: con questo intendendo che non è stato un putsch, un colpo di mano irresistibile, a decretare la fine dello stato di diritto in Italia. Benedetto Croce, che non è stato insensibile al fascino dell’Oscuro Signore, ebbe modo di definire l’intera esperienza fascista come una “malattia” dello “stato liberale”: pronto a tornare nei giusti binari all’indomani del gran conflitto. Posto che Croce definisce “stato liberale” quello che altri chiamano, impunemente, “democrazia” e che io pretendo come stato di diritto: che cos’è stata questa malattia?

Secondo Carl Schmitt, si sarebbe trattato di una reazione immunitaria alla dittatura: la “dittatura del proletariato” che, il vecchio prussiano e novello nazista, vedeva nella Repubblica di Weimar. Naturalmente, la Repubblica di Weimar non è stata l’anticamera del Comunismo (della “dittatura del proletariato”) e non lo è stata, di certo, per merito di Adolf Hitler. Weimar era una repubblica sul modello degli stati liberali (ovvero “democratici” od ancora “di diritto”) che si erano affermati in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Una repubblica liberale, tuttavia, economicamente impiccata dai debiti di guerra, pretesi da Francia ed Inghilterra, e che si reggeva, strenuamente, con gli “aiuti” economici d’oltre oceano: un po’ come si sarebbe dovuta adoperare la UE con la Grecia.

Ebbene.

Secondo Carl Schmitt, lo stato di diritto non solo può ma deve essere “sospeso” allorquando si rischi di perderlo definitivamente. Questa pausa caffè dello stato di diritto è nota come stato d’eccezione: il momento in cui, chi detiene la sovranità (che, a ben vedere, non sembra essere il “popolo” ma sono le Istituzioni), decide di comportarsi altrimenti dal dettato costituzionale perché è minacciato il suo stesso “essere sovrano”. Il suo essere, come direbbe un palato fine, un superiores non recognoscens: non certo qualcuno che si smuove perché glielo chiede l’Europa invece del buon senso. Con questo a dire che non è serio comportarsi secondo coscienza e volontà, imputando ad altri le proprie responsabilità.

In letteratura, il rischio di cambiare regime occorre in tre soli casi: a seguito di una “rivoluzione” (operata dal “popolo”), di un “colpo di stato” (operato da una qualche minoranza organizzata, piuttosto che illuminata), ovvero perdendo un conflitto bellico con un altro stato. Io, ad esempio, non credo che la Rivoluzione d’Ottobre sia stata tale: semmai è stata un colpo di stato seguito alla Rivoluzione di Febbraio. Allo stesso modo sono convinto che, al Ritorno del Re (dello stato di diritto) nella Germania Nazista e nell’Italia Fascista, hanno provveduto gli Alleati a cannonate: piuttosto che Croce a parole. Perso il conflitto, così come neIl Signore degli Anelli, ecco il ritorno dello stato di diritto: della “democrazia”.

Ora, però, veniamo al punto.

Il 27 Ottobre del 1927, in Italia, c’erano i presupposti della “dittatura del proletariato”? C’erano i presupposti per sospendere lo stato di diritto? ASSOLUTAMENTE NO! Numeri alla mano, vale a dire quelli venuti fuori dalle urne del 1921, tanto i fascisti che i comunisti erano una esigua (304.719 comunisti) ovvero insignificante (29.549 fascisti) minoranza: insufficiente anche ad un colpo di mano, figuriamoci a fare la rivoluzione. In vari modi acconciate, le forze sinceramente “democratiche” del paese rappresentavano la stragrande maggioranza del parlamento. Segnatamente si trattava deIl Fronte Nazionale, deciso a mantenere diritti, libertà e “benessere” ai liberali, dei Popolari e dei Socialisti, intenzionati ad estenderli a tutti gli altri. La dialettica fra conservatorismo e progressismo, signori miei, dovrebbe essere questo e non altro: un conservatore, in nessuna parte del mondo ed in nessun momento storico, ha mai preteso l’arretramento dei diritti, della libertà e del “benessere” acquisiti! Di più: si dà il caso che, nel 1921, le forze progressiste avevano ottenuto il permesso di governare il paese.

La “marcia su Roma” è stata, sì, una messa in scena: perché sono state le Istituzioni, chi prima (con l’incarico a Mussolini) e chi dopo (con l’Aventino), a darsi un calcio nei coglioni!

Questo è accaduto nella seconda era della Terra di Mezzo: ma oggi?

Oggi sta per accadere, esattamente, la stessa cosa: altrimenti che cosa ci farebbe, un piccolo Hobbit, con un anello in mano? La verità, triste ed indicibile, è che sono le istituzioni a martellarsi i coglioni: un giorno dopo l’altro, un anno appresso all’altro. Non è un caso che la compagnia dell’anello di Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) si sia costituita come O.P.A. (NDR: offerta pubblica d’acquisto) ostile al governo Monti: quanto la Lega, da quel governo, si chiamò subito fuori. E dire che il governo Monti, doppiato da quello Draghi (la cui agenda esiste ancora sul tavolo di Napolitano) sono stati soltanto le cuspidi d’un arretramento nei diritti, nelle libertà e nel “benessere” degli Italiani che, le Istituzioni, hanno alternativamente taciuto (quando è toccato alla sinistra) o nascosto (quando ha primeggiato la destra) dal lontano 1994: anno in cui, i mortali, segnano il passaggio alla terza era della Terra di Mezzo.

Per qualunque normo dotato, l’albero di trasmissione che porta il consenso alle Istituzioni “democratiche” è la cinghia dei partiti nella sua forma diffusa: ciò a dire quando sono più di uno ma è meglio se sono tanti. Questo principio non scritto, regge l’idea che le libere associazioni politiche rappresentino le varie declinazioni dell’interesse pubblico, nello stato di diritto. Un assunto che è andato completamente a rotoli nel 1992: il momento in cui è parso chiaro, persino ai licheni semi-senzienti del pianeta Altair IV, che c’era qualcosa di gangsteristico nella gestione delle Istituzioni da parte dei partiti politici. Per questo s’afferma, nelle elezioni del 1994, la c.d. “antipolitica”: l’idea che, l’attività politica, non si debba considerare una legittima professione ma, evidentemente, un comune passatempo. Da allora si affermò, a destra, un imprenditore che, anni alla mano, ha finito per fare più il politico-faccendiere che il capitano d’industria: a sinistra, una selva di “tecnici” (Ciampi, Dini, Prodi, Monti) prestati alla politica. Poi la certezza che un partito, a sinistra, non esistesse semplicemente più: Matteo Renzi.

Ma il vero calcio nei coglioni, a quel poco che rimaneva delle nostre istituzioni “democratiche”, l’hanno dato Mario Draghi, Giorgio Napolitano e Mario Monti. Il primo che si permette di decretare uno stato d’eccezione al netto della ben che minima sovranità; il secondo che si presta ad eseguire quanto ci chiede l’”Europa”: il terzo che si presta tanto alla macelleria sociale quanto a quella istituzionale. In capo a quest’ultima, si tenga presente che, un parlamento supino ed asservito, ha inserito in costituzione il famigerato pareggio di bilancio: rendendo incostituzionale qualsiasi manovra di tipo keynesiano (vale a dire liberal-democratica). Il tutto dopo che lo stesso parlamento aveva ratificato, senza fiatare, il TFUE (Trattato Fondativo della Unione Europea). Trattato in cui si legge, in un delirio senza precedenti, il divieto d’intervento degli Stati (“di aiuti di stato”) a favore delle imprese (cfr: Art. 107 del TFUE).

Se ve lo state chiedendo, sappiate che è vero: l’ascesa del Movimento 5 Stelle è coeva alla svolta leghista ed all’O.P.A. ostile di Fratelli d’Italia. La stessa scommessa che pretendeva il Partito Comunista Italiano (NDR: cellula del PC sovietico che chiedeva l’espulsione dell’ala riformista di Turati) e che sostenne Mussolini nel ’22: che le Istituzioni, liberali, non avrebbero resistito all’urto. L’urto, l’avete capito, non sono state le masse inferocite chiamate al voto né, tantomeno, la vis militaris dei fascisti: l’urto fu, com’è sempre stato, la condizione economica del Paese. Per citare un dato inquietante, il rapporto debito/P.I.L. dell’Italia nel 1920 era del 160%: oggi, nel 2022, è del 159%. Eppure, anche in una comprensibile condizione di disagio economico, le masse scelsero chi si proponeva di condividere, oltre ai debiti, anche i diritti, le libertà ed il “benessere” garantiti dallo stato di diritto. Per il “conservatorismo” liberale, della seconda era nella Terra di Mezzo, tutto questo era inteso come progresso: ché, al netto degli uomini, le donne non votavano, non esisteva propriamente un diritto del lavoro e lo stato sociale era una chimera. Qualcuno, dalle Istituzioni, decise di evitare questo processo incrementale: ribaltando il voto del ’21.

In poche parole, fu la borghesia, piccola e minuta, a resistere al cambiamento. Una classe sociale che, in blocco, sosteneva l’arrocco liberale di Giolitti mentre, in altri lidi, si era aperta al socialismo (con la fondazione del Labour Party): fondando, nei fatti, il pensiero social-democratico. Il resto lo produsse la classe dirigente della Contea. La distanza che separa Tolkien da Brecht o da Moravia è, molto banalmente, quella dell’artista che osserva il presente: che si salda con le masse per mantenere la distanza dalle colonie, ovvero importa la repressione coloniale come strumento di governo.

Per aumentare il fascino di questa corsa in parallelo, fra la Contea del 1922 e quella più vecchia di cent’anni, potrei suggerire che il mito della “vittoria mutilata” fa il pari con l’”umiliazione” subita col tutoraggio di Mario Monti: magari facendolo bissare da Draghi. Ma, vorrete convenire, quando si giunge alla “repressione coloniale come strumento di governo” (Ibidem) è pacifico che il parallelo, fra le classi dirigenti di ora e di allora, finisce qui.

Voi dite?

Ebbene no: non finisce qui. Abbiamo lasciato il piccolo Hobbit, Giorgia Meloni, con un anello in mano: “un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli”. L’anello provvede, ai mal intenzionati, l’invisibilità: così che il male si rivela, allo sguardo dei mortali, nei panni del danno. Per questo non s’è mai visto un tragico errore che non si sia presentato, nella sua epifania, come una splendida idea: “ghe pensi mi!” (“ci penso io!”). L’idea stessa che verrà qualcuno a liberarci dal male, gettando l’anello nel Monte Fato, è disturbante. Magari, l’uomo della provvidenza, è una creatura improbabile che, per appropriarsi dell’anello, finisce per regalargli l’oblio. Anche questo è un pensiero disturbante nell’economia di questo racconto: che insiste nel giocare con Giorgia Meloni, come se potesse incarnare i suoi miti di gioventù (Sam, Frodo, Gandalf, etc.) invece del Gollom (maldestro) che appare.

Fatto sta che, se il bene non sempre lo è, il male è sempre intenzionale: è un pensiero maligno che passa alle vie di fatto. Il pensiero maligno deIl Signore degli Anelli è l’immagine speculare dell’eucarestia: l’esatto contrario di “prendete e mangiatene tutti” (Matteo; 26,26) è, per l’appunto, “il tesoro è mio”. Questa stitichezza di sentimento, se non produce dei buoni cristiani, certamente alimenta l’accumulazione capitalistica ed una ridistribuzione parsimoniosa (del tipo reddito di cittadinanza): vale a dire il liberismo economico di von Hayek e di Friedman, entrambi premi Nobel! Il fatto stesso che lo stato liberale si occupi del “benessere” dei cittadini (magari sognando di perseguirne la felicità, così com’è appuntato nella Dichiarazione d’Indipendenza), nelle parole di Friedrich August von Hayek, è apostrofato come “La Via della Schiavitù”. Lo stesso errore di prospettiva che faceva vedere, a Carl Schmitt, la “dittatura del proletariato” nella Repubblica di Weimar: un errore di posizione, forse un errore di classe ma sicuramente un errore I-D-E-O-L-O-G-I-C-O.

Ma la “repressione coloniale come strumento di governo”? Cosa c’entra con Friedman ed i Chicago boys? C’entra e come. Il liberismo economico, prima di trovare la piena realizzazione nel Regno Unito di Margareth Thatcher, fu sperimentato nel Cile di Pinochet! Qualcuno sospetta che il Cile, dopo il golpe, fosse qualcos’altro di una colonia amministrata dagli Stati Uniti?

E dire che tutto questo malumore, questo disagio sociale, questa rabbia ed al contempo rassegnazione che circola, sono il prodotto, nella mia immodesta opinione, di questa cattivissima idea che è stato un dogma fino a ieri. Una cieca fede che ci perseguita tutti, ben oltre la Contea, dagli anni settanta: l’idea che lo “stato di diritto”, prescindendo da qualunque altra prerogativa, debba farsi carico solo di affermare la libertà di mercato e garantire, con ciò solo, il rispetto “anche” delle libertà politiche. L’inciso “anche” fa ben capire cosa precede e cosa viene in second’ordine.

Si capisce al volo che il liberismo economico non è il fascismo ma non è, di certo, il miglior amico dello stato di diritto. Per quel che qui rileva, il liberismo economico è la bibbia della UE, le cui politiche di austerità hanno prodotto la crisi del debito sovrano, prima, e l’alluvione monetaria (il quantitative easing), dopo, che hanno determinato la notte recessiva in cui si trova la Contea ben prima del Covid e della guerra in Ucraina che, del bene, non c’hanno certo fatto.

Di più. Il raggiungimento del bilancio di pareggio ad ogni costo, la soglia all’indebitamento ed il divieto d’intervenire direttamente nell’economia, se non con le politiche fiscali (i vari “bonus” ed incentivi), hanno privato la Contea dei mezzi idonei a risollevarne l’economia. La notte recessiva, che nella Contea ha superato il ventennio e si è cronicizzata negli ultimi dieci anni, è quell’urto che fa tremare le istituzioni. Così come tremarono, per poi cadere, nel lontano Ottobre del 1922: non certo per l’irresistibile “marcia” militarizzata di quattro esagitati. L’abbiamo già detto: Il rapporto debito/PIL nel 1920 era pari al 160%, oggi è del 159%. In quel contesto (ma non in questo e limitatamente all’oggi) la spesa pubblica crollò. Magari è solo un caso ma la crisi del ’29 in America fu superata estrogenando la spesa pubblica. Il Ritorno del Re, nel secondo dopoguerra, è stato alimentato dalla spesa pubblica foraggiata dal piano Marshall. Oggi, per non saper né leggere né scrivere, si cerca di alimentare la spesa pubblica con il Next Generation EU: speriamo solo che, nel nostro caso, non sia già troppo tardi.

Come ha avuto modo di confermare anche chi militava nell’altra sponda (come Mario Draghi), il liberismo economico è già alle nostre spalle: innanzi ci sono solo le macerie che ha prodotto. Gli Hobbits ri-vogliono gli ospedali, il diritto al lavoro, la pensione, le scuole e gli asili nido: e per questo sarebbero disposti a lavorare. Di converso, gli Hobbits, non sono più disposti a sacrificarsi per pagare gl’interessi sul debito pubblico che, già nel 2021 e da soli, sono stati pari a 62.863 (SESSANTADUE MILAOTTOCENTOSESSANTATRE) MILIONI DI EURO: pochi, sporchi e subito. È questo il male oscuro che sostiene l’O.P.A. ribassista sulla tenuta delle Istituzioni che, già dal 16 novembre 2011 (NDR: insediamento del governo Monti), hanno dato ampia prova di non poter reggere: confermandosi, per altro, il 13 febbraio del 2021 (NDR: insediamento del governo Draghi).

Perché, dunque, si finge sconcerto quando un piccolo Hobbit si muove, dal campetto dove l’hanno coltivato per anni, per riscuotere una scommessa vinta?

… non gli vogliamo pagare il dovuto?

Andrea Pancini
Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.

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