“Maus”: che differenza passa fra un topolino bianco e un topolino nero?

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Che differenza passa fra un topolino bianco ed un topolino nero?

Dall’angolo visuale d’un gatto, francamente, nessuna ma per Jennifer Doudna, genetista alla Berkley University, la differenza fra un topolino bianco ed uno nero è contenuta in un unico gene. Jennifer è un’elegante signora di mezz’età, bionda, glaucopide, carina e decisamente spigliata; la scelta migliore per traghettare fuori dalle aule d’un tribunale il processo del secolo: Broad Istitute contro Berkley University.

L’oggetto della causa Broad-Berkley è il business del futuro, la bio-medicina, che promette ricavi superiori alle ecoballe, alle energie alternative ed all’intelligenza artificiale messe insieme. Più precisamente si tratta di assegnare la paternità del brevetto CRISPR Cas9 a Feng Zhang, titolare del laboratorio privato, ovvero a Jennifer Doudna, paladina dell’università: topolino bianco o topolino nero. Jennifer Doudna, l’abbiamo già detto, è bianca come il latte: la scelta mediatica migliore da opporre a Feng Zhang, americano di origini cinesi. Non è razzismo, non v’illudete, è solo degrado! In tribunale, avverso al trentenne Zhang, si siede il presidente del senato accademico della Berkley, canuto per via dell’età: un candore che, sui media, suona già come una colpa. Topolino bianco, topolino nero.

La distanza genetica, d’un topolino bianco dall’omologo nero, è solo un gene. Se vi occorre un’immagine, per esercitare l’umana facoltà di misurare, vi presto soccorso. Immaginate un gene come una pallina da ping-pong e la sequenza del DNA come lo spazio di tre piscine olimpioniche sature di palline. Quella che determina il manto del topolino è il celebre ago nel pagliaio. Bene. CRISPR Cas9 è una tecnologia (segnatamente, un drive) capace di trovare un ago nel pagliaio e sostituirlo con qualsiasi altra cosa, che si possa tradurre in informazione genetica. La prova provata che CRISPR Cas9 funziona è datata 2012 e raccolta in una pubblicazione scientifica edita nel 2013 a cura di Zhang. La pubblicazione tiene conto dell’esperimento su alcuni embrioni di topolino da laboratorio: di come si sia provveduto a mutarne il mantello da bianco a nero.

La causa legata al brevetto langue in tribunale, e lì insisterà per gli anni a venire, ma CRISPR Cas9, qualunque ne sia la paternità, circola nei laboratori di tutto il mondo ed è già oltre la sperimentazione clinica. Si parla di cura per l’Alzheimer, la Leucemia e molte forme tumorali: si parla, anche, di eugenetica. Così, tanto per dire, Jennifer Doudna si è fatta anche promotrice del solito comitato “etico” preposto a stabilire, ante legem, che cosa si possa o non si possa fare con uno strumento che promette di disegnare il genoma, umano in primis, quanto Photoshop la fotografia. Mentre la dottoressa Doudna si prodiga in favore del comitato etico, su Amazon sono già disponibili dei kits “fai da te il tuo splicing”!

La circolazione legale di prontuari e kits medici per manipolare il DNA umano, oltre ad essere inquietante, mette in forte predicato i taboo che ancora sostengono la lotta agli stupefacenti come “sostanze pericolose”. Più in generale mette in discussione l’idea stessa di cosa sia opportuno fare nella vastità di cose che si possono fare: con buona pace del costituendo comitato etico. È l’idea stessa di sindacare il comportamento umano, innanzi all’idea di bene, che è definitivamente evaporato. Qualunque idea di giusto al cospetto di qualunque comportamento umano. Persino il timido interesse all’arricchimento che sostiene il riconoscimento di paternità del CRISPR Cas9 di fronte alla pudicizia morale delle leggi sul diritto d’autore. Se, e quando, il caso Broad-Berkley arriverà a sentenza, renderà conto del convenuto all’attore mentre il CRISPR Cas9 avrà arricchito chiunque altro tranne loro. Un altro Musil, su questo ciarpame, non si costruirà neppure una carriera da scrittore per i posteri.

Se è lecito predicare una qualche etica sulla tecnica CRISPR Cas9 e sulla tecnica in generale, è meglio postulare la bigenitorialità della Dot.sa Doudna e del Professor Zhang come novelli Adamo ed Eva: progenitori del genere umano. La storia la conoscete già ma vale la pena ripeterla. L’Eden biblico era il paradiso delle possibilità, entro il quale era lecito vivere per sempre e girare ignudi. Insisteva un solo divieto: quello di cibarsi con l’albero della conoscenza, protetto da pena capitale (“se vi ciberete dell’albero della conoscenza ne morirete”). La curiosità femminea non poteva che appuntarsi lì. Il resto lo sapete ma, ne sono sicuro, non vi ricordate la domanda decisiva: “Adamo, dove sei?”. Adamo, intesa la vergogna, s’era andato a nascondere: è così che, l’onnisciente, è stato messo al corrente del fatto compiuto.

Ecco: se c’è qualcosa di bello nelle domande dell’onnisciente non sta nell’ovvietà della risposta ( …. è onnisciente … occorre tenerlo presente) ma nella perentorietà della domanda a fronte del fatto compiuto. Ad Adamo chiede “dove sei?” ma non è meno apodittico con Giobbe, al quale si rivolge rogando “dov’eri?”. Eppure, la vexata quaestio che preferisco è quella rivolta a Caino: “dov’è tuo fratello?”. Caino risponde come non avrebbe dovuto mai: “sono forse il guardiano di mio fratello?”.

Ebbene, sì!

Non è accettabile il paravento di minorità mentale della tecnica e, per conseguenza logica, dei tecnici: “facciamo saltare le montagne con la dinamite, ma non costruiamo obici”; “abbiamo arricchito l’uranio ma è stata la politica a gettare la bomba”; “abbiamo inventato il revolver ma è la gente che si spara per nulla”; “abbiamo democratizzato (inteso come reso accessibile al volgo) lo splicing”, sostengono all’unisono tanto il topolino bianco che quello nero, “ma altri ne hanno fatto dei kits fai da te”. Frasi di questo tenore lasciano supporre una cosa sola: che la tecnica non pensa. La delega costante ad un qualche altro decisore, che per altro non può essere un Dio, è il vero tallone d’Achille del discorso “tecnico” e degli imbecilli (intesi senza sostegno) che vanno reclamando comitati etici.

È l’atteggiamento stesso di chi si pone di fronte al fatto compiuto che denuncia la totale mancanza di sale. Atteggiamento, continuando la nostra escursione mitologica, che caratterizza Epimeteo quale il fratello sprovveduto di Prometeo: il secondo ri-pensa sempre dopo (epi, dopo, medomai, pensare) mentre il primo (pro, innanzi, medomai, pensare) c’ha già pensato per tempo. L’atto di pensare, di misurare i propri passi, in territorio etico rimanda all’atto di promettere: in latino, respondere. La responsabilità etica è tutta qui e non comprende tribunali né comitati: è la saldezza della parola spesa in pubblico a fronte delle proprie azioni. Per questo, ad esempio, io non mi sento cattolico: non mi sento vincolato al suo Credo e non ne faccio parola in pubblico. Per questo, a buon diritto, la politica non è più connessa all’etica: posto che lo sia mai stata. Per questo, insisto, è ora che la tecnica parli e ci dica se è nelle sue corde elevarsi a custode dell’umanità: …

la propria, perché sia quella altrui.