Abbiamo deciso di dedicare una rubrica a voi casentinesi; a chi ama questa vallata così tanto da dedicarle una storia, una poesia, un racconto. Brevi o lunghi testi che inseriremo tra i nostri articoli online (o nella rivista) e che contribuiranno a elogiarne la bellezza, così come la cultura, la storia e le figure importanti che l’hanno vissuta e che la vivono ancora. Nomi, luoghi, aneddoti, storie vere o inventate che coloreranno le nostre pagine e doneranno un qualcosa in più alla nostra valle. Scriveteci, dunque, fateci leggere e apprezzare le vostre parole e noi saremo contenti di pubblicarle.

Di seguito, il racconto di una scrittrice casentinese che abbiamo il piacere di annoverare tra le collaboratrici della nostra rivista

Niente di più bello.
Il Casentino visto dall’alto

Di Marina Martinelli

Quando i miei piedi si sono staccati da terra, ho avvertito come un vuoto allo stomaco. La testa mi girava così tanto, che durante i primi minuti di volo ho preferito stare a occhi chiusi, pur correndo qualche rischio, lo so, ma era l’unico modo che avevo per non darla vinta alla nausea.
Quando ho riaperto gli occhi, ero arrivato così in alto che ho avvertito un miscuglio di sensazioni: la paura mi attanagliava il cuore in una morsa fredda, ma anche la fierezza non era da meno.
L’aria era frizzante e mi penetrava nel naso sottile e fresca, assolutamente pulita.
Doveva essere un giorno di fine autunno, di quelli che ancora non permettevano di farsi avanti alle gelate invernale; Soltanto le vette, cucite intorno a questa grande vallata, erano tinteggiate di bianco.
Viaggiavo leggero nell’aria bucando col capo persino i rumori, che sotto di me venivano procurati dal quotidiano vivere della gente.
Ciò che riuscivo a vedere, guardando giù in basso, mi appariva come un miracolo.
Le case, le chiese, i monasteri spuntavano in mezzo al verde degli alberi, come vi fossero state appoggiati con cura. I campi erano imbrattati dai colori più belli e formavano tavolozze d’autore.
Rigagnoli d’acqua scendevano allegri dalle montagne immettendosi in nastri d’argento più grandi, che li accoglievano come grembi di madri.
Col tempo, il mio fluttuare era diventato sereno, la paura non attanagliava più tutto il mio essere, ero finalmente divenuto un tutt’uno con la natura, col cielo. Mi sentivo minuscolo in quel mare d’aria, un mare interrotto qua e là da sbuffi di nuvola bianca.
Di tanto in tanto, qualcosa dabbasso attirava la mia attenzione, scorgevo castelli attraversati dal tempo e da innumerevoli storie, intatti nei loro piedistalli. Ve ne era uno, in particolare, che attirava tanto la mia attenzione. Era proprio il castello come deve essere un castello, come lo dipingerebbe qualunque pittore. Ogni tanto, la luce che lo illuminava cambiava di colore. A guardarlo dall’alto pareva un giocattolo su cui la luce si posava, rendendolo ora triste, ora allegro.
Poco più avanti, incastonato tra gli alberi, presiedeva un altro castello che nella torre aveva un orologio dai numeri strani, anch’esso affascinante e severo. Avevo la sensazione che tutte le altre abitazioni, lì intorno, fossero al suo cospetto, fedeli e precise.
In ogni paese di questa vallata, scorgevo una chiesa, una pieve Romanica disposta a riempirsi di genti, rendendole ancora più ricche di arte e di fede.
I borghi facevano da fulcro centrale a bianche viuzze, macchiate dai vari portoni tinteggiati dei marroni più svariati. E ancora botteghe vanitose, che lasciavano sbrilluccicare vetrine allestite con cura.
Ho potuto godere di spazi all’aperto, piccoli appezzamenti di verde in cui lasciar giocare i bambini, dove finalmente potevano sfrenarsi e stancarsi nella maniera migliore.
Le foreste, dall’alto, mi apparivano come un mare di verde, dove il movimento, procurato dal vento, rendeva tutto più naturale, più vero! Ne avvertivo la brezza leggera e frizzante.
Di tanto in tanto, degli specchi d’acqua attiravano la mia attenzione, perché il riverbero del sole, che ci si ficcava dentro per rinfrescarsi un pochino, procurava uno scintillio che mi feriva negli occhi, costringendomi a voltare la testa. Ma facevo fatica, perché rinunciare a quello spettacolo era davvero difficile.
Alle estremità della vallata, imperiosi e severi, due santuari, Intatti nella loro bellezza e sacralità, Facevano da sentinella a questa valle che si svolgeva sotto di me, come un centrino ricamato con cura da mani sapienti.
Un ponte, che abbracciava un letto di fiume, mi incuriosiva facendo rallentare il mio volo. Accanto a lui, parallelamente, camminavano delle persone: dall’alto mi sembravano sospesi nel vuoto. Ricordo di aver avuto un piccolo brivido. Poi, scendendo un pochino di quota, ho capito che nel ponte vi era una passerella percorribile a piedi. Ho sorriso della mia impressione.
A un tratto, dove la vegetazione si faceva fitta e colorata da un verde più scuro, immersa nel silenzio più assoluto, vi era una chiesa circondata da piccole casupole, davanti alle quali si estendeva un grandioso piazzale dove camminavano uomini con la veste lunga e una croce appesa al collo. Stavano a capo chino, e parevano pensierosi e lenti… come non avessero nient’altro da fare al di là di ciò che facevano. Ho provato tenerezza per quegli uomini, ma anche un pochino d’invidia.
E poi ancora paesi e ancora chiese e castelli, qualcuno un po’ più adagiato per terra, ma lo stesso sublime. Ora vedevo un gruppo di gente nel prato di fronte al castello adagiato per terra, una donna, in particolare, era vestita di bianco e teneva per mano un ragazzo con un abito scuro. Dall’alto mi pareva un pinguino!
Tutta la gente applaudiva per loro, era felice di loro!
Poco più avanti, giù verso valle, un immenso mare di cemento. Doveva essere stata una specie di fabbrica, qualcosa che aveva tenuto al suo interno tanta gente di buona volontà. Ci dovevano ancora essere dei lavori in corso, ma già l’avevano restituita alla fierezza di un tempo.
Durante il mio volo, mi sono nutrito di tanto: il verde brillante delle foreste, il bianco delle vette dei monti, i monasteri come testimoni del tempo, le case, le strade, gli immensi prati, i fiumi allegri in questa stagione, laghetti ancora non immobilizzati dal ghiaccio.
Mi sono rialzato di quota ed ero felice, riempivo lo sguardo e il cuore di luoghi fantastici e ancora piuttosto sereni. Fra poco avrei dovuto abbandonare quei luoghi, fra poco avrei dovuto andare lontano a cercare calore… e mentre continuavo a volare, una raffica di vento mi faceva vacillare, mi spostava con la sua frenesia e il suo gelo, mi scaraventava addosso a qualcosa di duro, imperioso.
Vedevo bianco, adesso, e avvertivo il freddo sordo della neve. Cadevo, e sentivo che la coperta gelida e bianca mi stava risucchiando.
Poi, ad un tratto, un forte calore. Non osavo aprire gli occhi, avevo troppa paura.
Sentivo soltanto una voce stridula e affaticata che diceva: – Nonno, nonno, corri… ho visto qualcosa sbattere contro la croce. –
E una voce di uomo che si avvicinava, e poi, accarezzandomi le piume bagnate, rispondeva: – È un giovane falchetto che ha perso l’orientamento ed è andato a sbattere contro la croce del Pratomagno.
Vieni, tesoro, portiamolo a casa, appena starà meglio lo lasceremo di nuovo libero… –
Più nulla!

Marina Martinelli, nata in casentino e figlia, bisnipote, trisnipote e ancora…