Quarantenando: è stato un 25 aprile diverso…

Avevamo deciso di prendere il sole dietro a casa, visto che non possiamo uscire, e poi di fare dei lavoretti in giardino. Questo è tempo d’ingegno, tutti quanti ci rimettiamo in pari con le piccole cose che accantoniamo durante l’anno, perché nella vita normale si va troppo di corsa.
Poi niente, di tutto quello che avevamo stabilito: – devo andare con la pandina del comune a portare l’Inno d’Italia a Poppi e nei paesi limitrofi. – mi hai detto. Allora io ho deciso di venire con te, con maschera e guanti naturalmente!
Quando abbiamo intrapreso la strada per Avena, mi sono pentita perché stavo dietro con le casse nelle orecchie e i finestrini aperti mentre il vento giocava a nascondino dietro al mio collo, promettendomi un importante attacco di cervicale all’indomani. Ma poi ci ho preso gusto e tutto è passato in seconda linea.
Una volta dentro al paese, proprio all’inizio ho visto una tendina tirarsi di lato e una bambina che salutava, subito dopo, una donna che è corsa al cancelletto della sua casa per cantare con noi. Il mio cuore ha cominciato a far capriole e le lacrime a bucarmi gli occhi per l’emozione. Era come se la gente ci stesse aspettando. Poco più avanti due anziane signore che si godevano il sole ci hanno sorriso, felici di vederci. Era incredibile.
Poi è stata la volta di Lierna dove un gruppetto di bambini ci hanno salutato con grande vigore. Il paese era come sempre molto curato, ma incredibilmente fermo, pareva dormisse, e gli unici ad essere svegli erano proprio i ragazzi. Poi un giovane uomo buttava via il verto e in quel silenzio perfetto faceva un rumore da eco.
A Moggiona mi ha fatto emozione un ragazzo che dalla terrazza ci riprendeva con un tablet, come chi non vedeva niente di diverso da tanti, troppi giorni. La tenerezza mi è arrivata alla gola e ho pianto.
Poi su su, fino a Badia Prataglia dove un signore ha smesso di verniciare la ringhiera per correre a salutarci. Perfino il parroco del paese, Don Luca, si è tolto il cappello.
Tutto appariva surreale, come se la paura avesse fermato la vita. Le case erano con gli occhi aperti ma fermi. Qualche gatto qua e là, alla ricerca di chissà quale forma di vita.
Quando siamo entrati nel piccolo centro di Riosecco, due mamme con i bambini che provenivano dai campi, ci hanno accolto come se stessimo portando chissà quale diversità, chissà quale manna. I bambini erano eccitati come all’interno di un circo. Non c’era niente da farli essere così su di giri, eppure a loro faceva un effetto esaltante.
E a Lucciano, che uomini e donne sono usciti in terrazza a cantare con noi. Quanta emozione, era come se le mura riprendessero vita col rumore degli altoparlanti.
Quando siamo tornati verso Poppi, abbiamo girato più volte alla rotonda, mentre scorgevamo mani che facevano il tifo all’Inno d’Italia. E poi tutte le strade, i vicoli dove nonni entusiasti salutavano o facevano cenno di forza col braccio.
A San Martino, una signora affacciata ha girato tutte le finestre che aveva per non perdersi niente, mentre a Quota, due donne apparentemente annoiate si sono alzate di scatto donandoci sorrisi fatti di grazie.
E ancora Poppi, su al castello, fermo come l’olio, coi Conti Guidi che avevano ordinato al vento di star fermo anche lui. Mentre Dante mi ha accennato un saluto.
Certomondo, poi Porrena alta, dove un’intera famiglia si è precipitata in giardino fino al recinto, e la mamma coi bambini ci salutavano a piene braccia mentre il babbo divorava la scena.
A Sala, pareva non vi fosse nessuno, forse perché oramai era arrivata l’ora di cena.
Poi tornando su via Roma di Ponte a Poppi, triste con tutte le sue saracinesche serrate. Come un nastro trasportatore fermo, interrotto soltanto da noi.
Questo periodo così doloroso eppure così magico, dove niente avviene e dove avviene tutto.
Claudio Barolo ha portato per tanti giorni l’inno in tutto il comune… oggi ho capito che da quel fare che ha fatto, si torna indietro arricchiti, ripagati da gente che ha bisogno di speranza, di attenzione, di un sorriso, una canzone, di un inno.
Forse questa vita vietata mi avrà fatta impazzire un pochino, ma che ci crediate o no, questo è stato il 25 aprile più bello di tutta la mia vita e la gente che ho visto e guardato, rimarrà sempre lì, dentro ai miei ricordi.

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Marina Martinelli
Marina Martinelli nasce a San Piero in Frassino nel dicembre 1964. Oggi vive e lavora a Poppi con la sua famiglia, condivide un salone di parrucchieria col marito Claudio Barolo e ha due figli che ritiene i suoi “gioielli”, Lenny di 31 anni e Claudia di 13. La sua più grande passione è la scrittura, infatti Marina ha pubblicato 3 libri, due, di brevi storie che raccontano le problematiche di tutti i giorni, raccontate in maniera tale che possano dare un messaggio anche ai ragazzi più piccoli. I libri di novelle si intitolano: “Le brevi novelle della Marina” e “L’uomo alla finestra”. A settembre di quest’anno ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Occhi cattivi”, una storia che lancia un messaggio forte e purtroppo attuale, infatti il libro parla di abusi ai minori. Marina collabora da anni con Casentino Più, un magazine locale casentinese che l’ha aiutata ad allenare la sua scrittura, dal quale trae grande soddisfazione.