Rimetti a noi i nostri debiti

È quantomeno curioso che il Padre dei cieli, vigile dei peccati, ad un certo punto s’interessi di questioni giuridiche quali i debiti. Lo fa, addirittura, nell’unica preghiera legittimata dai Vangeli: il Pater Noster.

L’inciso, vale la pena ricordarlo, suona così: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Matteo 6:9-13). A ragion del vero ci sarebbe anche la versione di Luca (Luca 11:2-4) che, in luogo di richiedere una certa equanimità di riscossione, invoca la remissione (“perdonaci”) del peccato al pari del debito (“perdoniamo”). In un modo o nell’altro, il successo del Cristianesimo è tutto qui e vediamo se riesco a farne un monito.

Il Cristianesimo nasce e si sviluppa all’interno dell’esperienza Greco-Romana, segnatamente al culmine della sua più alta rappresentazione istituzionale: l’Impero Romano. L’impero Romano, come i modelli sociali che l’hanno preceduto (dalla Democrazia Ateniese alla Repubblica Senatoria), si compone di due generi d’umanità: gli uomini liberi e gli schiavi. Lasciando perdere la condizione più agiata, l’essere umano si riduceva in schiavitù a seguito di due fenomeni giuridici: la guerra ed il debito. Il captivus (“prigioniero”, in Latino, ma radice semantica di “cattivo” in Italiano) poteva riscattare la propria libertà pagando ovvero mettendo al servizio del padrone la propria opera. Questa seconda ipotesi veniva chiamata labor (da cui l’Italiano “lavoro”) e si distingueva dal sudore versato per negotium (nec-otium): oltre la cura di sé (otium), come atto di libertà.
Intendiamoci un istante e poi continueremo oltre. Quando Penelope tesse la tela, Ulisse ripara le vele, Leonida elimina qualche Persiano, Apelle ritrae Alessandro Magno, io scrivo queste righe e mia moglie cucina (si fa per dire!), nessuno di noi sta lavorando! C’è da sbrigare un’attività poco piacevole (nec, “non”, otium, “piacevole”), certo, ma non è vincolata al “riscatto” quanto a qualcosa di superiore del proprio essere: la cura dei figli di Penelope, la conoscenza di Ulisse, la libertà di Leonida, la ricchezza di Apelle, la mia umanità e l’amore di mia moglie che condivido coi suoi (miei) familiari. Dietro al negotium c’è un qualche Dio che possiede con entusiasmo mentre il labor è pungolato da un aguzzino.

Il Cristianesimo, che nella migliore delle ipotesi pone dei limiti se non proprio ribalta la logica del debito nel dono (da cui “per-donare”), si affaccia, entro l’esperienza arcaica, come movimento rivoluzionario. I martiri del Cristianesimo, quindi, non sono casuali. Il Campidoglio non può accogliere un Dio che minaccia le fondamenta d’una società schiavistica che, se non con la guerra, è col debito che produce il necessario per sostenersi. Non a caso le prime comunità Cristiane (ché i Cristiani sarebbero tutti monaci, asociali e “comunitaristi”!) si costituiscono fra gli schiavi nelle case padronali e Paolo di Tarso viene espulso da Corinto come agitatore e sedizioso. Fin qui la storia di un Cristianesimo comprensibile e parimente perdente: poi, nella società schiavistico-imperiale, succede qualcosa.

Con l’esaurirsi della spinta espansiva, il sistema schiavistico entra in crisi. Venendo a difettare il labor degli schiavi, applicato al latifondo, l’apparato burocratico e militare comincia a pesare troppo. Se ci pensate è piuttosto intuitivo: un soldato (dal Latino soldus, “denaro sonante”) pretende d’esser pagato ma, se non contribuisce al sistema latifondistico con un certo numero di schiavi, i conti finiscono per non tornare: costa di più del profitto che se ne ricava! La soluzione della crisi del III secolo è così decisiva e geniale che ancor non c’abbandona: la trasformazione giuridica del labor in negotium.
Invece di varcare il Danubio in armi, si provvede diversamente. I barbari del nord est (continentale) vengono “invitati” a partecipare l’Impero: assoldati nelle legioni e dedicati al latifondo col contratto di colonatus (colonato): il primo contratto di lavoro. È l’uovo di Colombo. Il salarius dei militari (da cui il “salario” degli operai) prende a scendere, il sacro Graal del latifondo non viene intaccato e si allarga la base dell’imposizione fiscale: coloni e soldati, formalmente liberi, iniziano a pagare le tasse. Di più! La ciclicità dei raccolti, fra carestie ed abbondanza, viene risolta dal canone (il prezzo dovuto dal colono al proprietario del mezzo di produzione) così che il latifondista finisce per scaricare il rischio, legato alla coltura dei fondi, sull’affittuario. Va da sé che, pagato il canone e le tasse, al colono resta la mera sopravvivenza dello schiavo con l’aggravio di una minor tutela: se lo schiavo comportava un qualche investimento padronale, da ammortare in anni di lavoro, il colono non costava niente e, esaurita la forza lavoro, poteva comodamente andare al diavolo.

Ora.

Adesso è piuttosto facile capire che, fissato un canone ed una tassazione, l’unica variabile del contratto di colonato rimane la sopravvivenza. Basta un raccolto andato male e si finisce, a stretto giro di posta, coperti di debiti ovvero morti: inutile precisare che il prigioniero del fondo (servus glebae) preferisca consegnarsi, anima e corpo, al proprio Signore. Da qui la supplica del Pater Noster: “dacci, oggi, il nostro pane quotidiano” e, soprattutto, “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Facile, da lì a poco, che il latifondista sia il primo a convertirsi al Cristianesimo che, invece di scoprire il gioco del colonato (vale a dire L’IMPOSSIBILITÀ DEL RISCATTO), rimette al suo buon cuore il rimedio alle circostanze. Io, tutto questo, lo trovo geniale: gli aguzzini dei tempi che furono, vale a dire il legionario ed il latifondista, finiscono in gloria rimanendo sé stessi. Niente, se non l’indulgenza, può impedire il normale corso degli eventi per cui, per rimediare l’iniquità d’un negozio giuridico, si passa dal Diritto al rapporto “personale” di vassallaggio; quello in cui l’uomo libero si consegna spontaneamente al suo superiore: generale ambizioso o ricco latifondista. Composte le due fazioni, mi sembra ovvio, finiscono per prevalere i militari per una banalissima logica di potere. Il potere, non vi fate illusioni, si riduce sempre nel dare la morte ma, se ad una spada ci vuole un attimo, aspettare che provveda la fame espone il committente al rischio ritorsivo: il colono, ridotto al lumicino, può sempre passare alle vie di fatto.

La resa dei conti di questa storia si compone il 28 Ottobre del 312 a Ponte Milvio. Di qua dal Tevere i Pretoriani, più oltre gl’Illiri, i Germani, i Britanni ed i Goti: Massenzio e Costantino. Finisce col prevalere Costantino che, poi, scioglierà i Pretoriani e traghetterà la romanità sul Bosforo: fra i cui lembi si adagerà per più di mille anni. L’acume politico del vincitore, già implicito nelle forze in campo, è quello di sposare il Cristianesimo tradendolo a morte! Lo so che vi sembra pazzesco ma, invece, è geniale.

Costantino esce dal confronto di Ponte Milvio come vincitore e subito tributa la vittoria ai propri legionari: “in hoc signo vinces”. Costantino, dal Cristianesimo, è remoto ma i legionari a lui fedeli sono tutti, in qualche modo, figli di coloni se non proprio schiavi arruolati all’uopo. Entro la logica del vassallaggio, che qui si affaccia e che troverà fortuna nel Medioevo, la fedeltà del soldato è dovuta all’uomo e non all’istituzione per cui, con la vittoria di Costantino, ci si aspetta una rivoluzione e questi la promette: in hoc signo, vinces, dato il Pater Noster, non lascia margini di dubbio. L’aspettativa dei “barbari” è l’allentamento del “giogo”, fatto di canone ed imposta, che ha ridotto in schiavitù dei presunti liberi. Non una tantum, octroyée, tenuto conto delle circostanze ma stabilita, una volta per tutte, nelle tavole della Legge. In una parola, l’aspettativa delle legioni di Costantino, se gli fosse stato dato d’esprimersi così, è la moratoria del debito. In due parole, i legionari chiedono a Costantino di comportarsi come Solone: togliere, alla radice, il regime Draconiano. Il primo e più illustre provvedimento di Solone, non a caso, fu lo “sgravio” del debito che “i cippi tolse in molti luoghi confitti, prima schiava, libera ora; (…) che l’Attica lingua non più parlavano, erranti in troppi paesi; gli altri qui stesso a ignobil servaggio soggetti” (Plutarco).

Costantino, invece, preferì diversamente. In luogo di riformare un istituto, il colonato, che riduceva il negotium a labor, s’impose di riformare la dottrina Cristiana (Sic!). Dal Concilio di Nicea, guarda caso, gli Ariani risultarono eretici. Ariani, per inciso, erano i Sarmati, i Goti, i Burgundi, i Germani ed i Longobardi: vale a dire il nerbo delle legioni vittoriose sul Ponte Milvio. Di più! L’eretico, che nella tradizione filosofica e religiosa indicava poco più che una scelta (dal Greco airèò, “scelgo”) finisce per coincidere col captivus: il prigioniero a monte di questo lungo pamphlet. Così, con la scusa di perseguitare gli Ariani, si finì per affermare la sacralità del profitto, con gli aggiustamenti del caso.

L’orpello ideologo di cui parla Marx, i fiori sulle catene di Rousseau e l’imperativo categorico di Kant, non avrebbero nessun senso ulteriore al Pater Noster se qualcuno, in punta di diritto, avesse provveduto a risolvere la dipendenza schiavile che alimenta il profitto e s’incarna nel debito (pubblico, collettivo e privato). Ancora, purtroppo, siamo qui a parlarne. Oggi, più che mai, in tempi che non lasciano alcun dubbio sull’impossibilità di riscatto dal labor col labor: ricetta che ha salvato Epitteto e condito il sol dell’avvenire, fintanto che è durato. Il servo della gleba, perpetuatore del colonato, non ha nessuna speranza di riscatto se non la supplica o la spada. Mancata la prima, mi sembra evidente, non resta che combattere ma questo, il Pater Noster, non sembra contemplarlo.