Silvia libera: giochi di coincidenze (una riflessione di Luca Grisolini)

Di Luca Grisolini 

Giochi di coincidenze: la liberazione di Silvia Romano avviene il giorno successivo a quello dell’omicidio di Aldo Moro. Anche nel 1978 ci fu chi ritenne che con i terroristi non si dovesse in alcun modo trattare, che non si dovesse cedere ai ricatti. Ma la linea della fermezza si credeva e sosteneva in quei giorni in base a un principio se non altro comprensibile: quello di non poter cedere, lo Stato, alle richieste dei criminali. Quel giorno, si potrebbe dire, che lo Stato condannò un uomo, ma dimostrò al mondo intero che era pronto a non cedere ad alcun costo alle pressioni e ai ricatti del terrorismo. Forse solo questo salva la faccia e l’azione della classe politica dell’epoca e di chi ne sostenne le ragioni.
Ma oggi è diverso: chi oggi urla sommessamente (di gran moda il “sono contento ma…”) contro la liberazione di Silvia Romano, non ha a cuore manco l’onore dello Stato. È bastato quel velo, quel presunto riscatto, quelle dichiarazioni sulla conversione e le assenze di violenze per azionare la macchina di un egoismo semplicisticamente economico: “quanto abbiamo pagato? Ma era di un ONG… perché pago io e non pagano le associazioni di volontariato? E i marò? e se riparte e la rirapiscono, ripaghiamo un’altra volta?”.
Il mondo destrorso è strano: si prefigge di non accogliere i migranti promettendo di aiutarli a casa loro, ma se qualcuno va a casa loro per aiutarli, allora non va bene perché si espone volontariamente a rischi personali e espone involontariamente lo Stato a danni economici.
Difficile capire come comportarsi, secondo gli standard ideali di questa gente.
Forse la risposta è una: evitarli, sperando che il mondo si umanizzi e li porti nel tempo a graduale e naturale estinzione. Perché essi non sostengono idee: parlano e pensano con l’empirismo delle proprie tasche vuote, destinate a rimanere vuote nonostante l’odio, il disprezzo e le politiche attuate dai propri beniamini, comunque si chiamino. Diffidate quando parlano di Stato. Per essi il confine dell’azione dello Stato, a seconda della situazione che li beneficia o li opprime, dovrebbe mobilmente e opportunisticamente includere o escludere tutto quanto rimane fuori dalla loro porta di casa. Non sanno cosa sia lo Stato e nemmeno, alla fine dei conti, gliene frega niente.