“Voci dal Casentino”: al castello di Poppi i “confini” di Mario Fani, noto pittore casentinese

 

La mostra di Mario Fani mi attirava a sé, e devo riconoscere che quella attrazione aveva ragione di esistere, perché godere di quella mostra mi ha arricchito non poco. Ci siamo trovati lì io e Mario, davanti ai suoi dipinti, e per me è stato un grande privilegio, perché nutrirsi della didascalia di tutte le sue opere, mi ha dato la dimensione di quanto mondo ci sia dentro a ogni suo dipinto.

Mario era morbido, mentre mi raccontava le sue opere, toccava quei tratti con grande delicatezza e me ne donava il significato. Il tutto era a volte commovente perché avevo di fronte il padre di quelle creature impresse nella tela. Lui li aveva pensati, sofferti, ripresi ed infine donati al mondo, e oggi abbiamo la fortuna di averli esposti presso il castello di Poppi, che si è fatto ancora più bello, grazie a questa mostra perfetta, ferma, eppure vivace.

Mario mi ha spiegato che ci sono voluti ben tre anni per portare a termine le opere, anni in cui ha cercato di dar loro espressione, di dar loro una prospettiva di vita colta nell’atmosfera di tutti i giorni, una vera e propria messa in scena dello svolgersi perpetuo dell’esistenza, infatti, dentro a questi dipinti si può scorgere l’attesa, il senso doloroso dell’addio, lasciando però quella libertà che permette ad ognuno, di cogliervi qualcosa di sé.

-Alcuni soggetti danno un messaggio più fermo. –  Mi ha spiegato Fani, – e talvolta i veri protagonisti sono il buio e la luce, col loro estremo confine: il buio ad innalzare la luce con tutto il suo chiarore, e la luce a sottolineare il buio che non può fare a meno di renderla luce.

Credo che il messaggio sia chiaro: – continua – La luce nel buio, e ancora luce viva che si proietta per terra, e ancora: la luce che non si vede, a sottolineare il “qui” adesso, mentre “l’altrove” è al di là della finestra, tutto in un gioco intriso di sensazioni e emozioni che tolgono il fiato. Alcuni dipinti raccontano una prospettiva, un andare verso una specifica direzione, mentre tutto il resto le va dietro.

Gli oggetti impressi su tela sono di uso comune, è necessario investirli della propria emozione per farli parlare di qualcosa d’altro. Un giorno dopo l’altro gli oggetti sono legati alla funzione che hanno, ma sono vivi, e mi piacciono particolarmente perché hanno una vita vissuta, e la luce che ci si muove sopra li rende unici. Non importa particolarmente l’ambientazione, – continua Fani, – ma è importante far incontrare le linee, e soprattutto deve esserci armonia, una grande armonia, anche nella collocazione degli oggetti stessi.

Al di là di quella finestra, – racconta, –  c’è un’altrove, una sorta di desiderio verso la lontananza, ma non per andare via di qui, semplicemente per il desiderio di perdersi in quella infinità. –

Mario Fani con i suoi giochi di luci e di ombre, di oggetti comuni che prendono il posto delle persone, altro non ha voluto trasmettere che amore, quell’amore che cerca disperatamente di tener fuori dà una vita ormai “standardizzata”, una vita che ci sta catturando giorno dopo giorno rendendoci ciechi della bellezza che ci gira intorno, talvolta anche dentro le nostre case, perché le nostre case sono piene di quelle cose semplici che sono lì, proprio davanti a noi, ma che non vediamo più perché offuscate da altro.

La mostra di Mario Fani sarà aperta al pubblico fino al 27 settembre, e se posso darvi un consiglio, andate a catturarne l’essenza perché ne contiene davvero tanta, è come cibarsi di qualcosa di prelibato, di cui il sapore rimane per sempre.

I titoli delle opere sono: “Ciotola”, “Ultimo raggio”, “Illuminati”, “Aria di sera”, “La tazzina”, “Coppia fissa”, “Mandarini”, “La Verna”, “Incerto confine”, “Trittico”, “Convivio”, “Sul confine”, “Incontro”, “Luminosa”, “Un giorno dopo l’altro”, “Ciotola chiara”, “Lo specchio”, “Prospettiva luminosa”, “La zuppiera”, “Sentieri luminosi”. Ve li ho voluti riportare affinché possiate individuare anche dai titoli, quanta vita possiamo trovare anche in un oggetto apparentemente “normale”, e alla domanda che ho rivolto per ultima a Mario, quella che chiedeva di come si sentiva a condividere o addirittura a separarsi dai suoi dipinti, lui mi ha risposto con un tono semplice e pacato: – I miei quadri rimarranno sempre i miei, dovunque essi vadano, perché quando dipingo, esco dalla realtà, e quando pongo le ultime pennellate, in quel momento avviene una sorta di magia, ossia avviene il momento dell’annullamento di me stesso, il momento del più grande piacere. Per questo saranno miei per sempre! –

Grazie Mario