Voci dal Casentino: Lia Rubechi, quando la Pasqua era fatta di poco eppure di tanto

Vlad Vasnetsov da Pixabay"/>

Lia Rubechi è una donna che vive da cinquant’anni nel basso Casentino, a dire il vero è nata in alta Valtiberina ma poi ha “trasportato” la sua vita a Subbiano dove ha insegnato come maestra elementare fino alla pensione.

Insieme al marito, Lia ha scritto un libro di “storia popolare” legato al paese di provenienza del suo sposo, ovvero: storia e tradizioni di “Catenaia” e dei “catenaioli”, più altre interessanti pubblicazioni legate alla storia di Subbiano, ma anche altro. Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere un suo racconto legato ai giorni della Quaresima, e questi suoi ricordi mi hanno fatto riflettere sulla totale differenza tra i tempi che lei cita nella sua narrazione e questi che viviamo adesso, non tanto per il periodo storico e doloroso, ma per quanto erano ricchi quando avevano meno.

Purtroppo dovrò abbreviare questa storia che altrimenti risulterebbe troppo lunga per un articolo, ma cercherò di farlo in maniera sottile, perché sarebbe un peccato mutilare una così bella scrittura.

-Tutti i Borghi di una volta avevano le proprie tradizioni quaresimali e non, molte di queste sono cambiate, altre si sono modificate, alcune sono addirittura scomparse con l’arrivo del boom economico e l’affermarsi di nuove abitudini e valori di vita. Un tempo l’ultimo giorno di carnevale si chiudeva con un veglione popolare, quasi sempre organizzato in una “bettola” e per quell’occasione arrivavano giovani ragazzi e ragazze anche dai paesi limitrofi. Quelle erano ore di svago in cui si rideva e si scherzava, ballando sempre a coppie e inventando giochi, mentre, seduto su una sedia posta sopra a un tavolino, un fisarmonicista eseguiva ritmi allora di moda.

Gli uomini tra un ballo e l’altro, consumavano “un bicchierino” di Vermuth o di Marsala all’uovo, allora molto apprezzato, mentre le ragazze si accontentavano di qualche caramella o qualche biscotto. All’epoca nessuno si mascherava; si usavano soltanto le stelle filanti, utili a far stringere fra loro le coppie di fidanzati. Il bello arrivava dopo le undici quando entravano in sala due allegri personaggi del paese: uno vestito da carnevale che portava un grosso salame in segno di abbondanza, agitandolo come fosse un manganello, e l’altro, vestito con una tunica nera che rappresentava la Quaresima, e che trascinava un pezzo di baccalà rinsecchito, che rappresentava la carestia. I due, di tanto in tanto facevano qualche “schermaglia” e ad avere la meglio era sempre il carnevale. Man mano però che si avvicinava la mezzanotte e quindi la Quaresima, il personaggio con la tunica nera prendeva il sopravvento, sferrando un colpo di baccalà e uccidendo così l’uomo vestito da carnevale.

A quel punto tutti ritornavano presso le loro case perché aveva inizio quel periodo di penitenza e digiuno della durata appunto di quaranta giorni, durante i quali non si poteva far nessun tipo di festa e nemmeno sposarsi.

I giovani però trovavano sempre un modo per divertirsi e lo facevano inventandosi giochi astuti e fatti di niente che al massimo terminavano con il dover pagare da bere a chi prendeva meno penalità e che quindi vinceva. Il gioco preferito si chiamava “fuori verde” e consisteva nel tirar fuori dalla tasca un ramoscello di bossolo che tutti si erano andati a cercare, e chi non ne era provvisto al momento del: “fuori verde”, pagava inevitabilmente pegno.

Invece per i digiuni la gente era così abituata ai pranzi frugali in ogni periodo dell’anno, che non avvertiva la restrizione alimentare imposta dalla tradizione religiosa di quello specifico momento.

Fin dal primo giorno di Quaresima le massaie usavano metter da parte un uovo al giorno per poter così disporre di almeno una quarantina di uova per le esigenze Pasquali. Le donne anziane invece facevano germogliare i semi di “veccia” in vasi o vecchie pentole che riponevano al buio, in modo che le piantine crescessero bianche, lunghe e cadenti da coprire il modesto contenitore, per poi portarle in chiesa ad abbellire il sepolcro di Gesù. Anche i bambini contribuivano ad abbellire la chiesa raccogliendo dindanelle e viole a mammole, che raccoglievano lungo la strada.

Molto partecipata era la messa della Domenica delle Palme, dove tutti si vestivano a festa per andare a prendere il rametto di olivo benedetto da appendere in ogni stanza della casa. Per quella giornata erano solite tornare al paese le ragazze che erano “al servizio” e dunque lontane da casa e anche i boscaioli partiti per la maremma subito dopo Natale, facevano ritorno.

Nel primo giorno della Settimana Santa veniva fatta “La Benedizione delle famiglie”, e per l’occasione le donne pulivano a fondo la casa, casa in cui c’era davvero poco ma dove la dignità faceva il suo “lustro”. Per rendere il tutto più accogliente veniva rivestito perfino il filo della luce, e al sacerdote e al sacrestano veniva offerto qualche uovo o semplicemente un bicchierino, d’altra parte non c’era di più da poter offrire. Anche la scuola terminava al mercoledì e i bambini portavano qualche uovo per fare alla maestra gli auguri di buona Pasqua.

Il giovedì le donne preparavano i dolci che venivano cotti nei forni di tutto il vicinato e per la loro cottura le massaie tiravano fuori tutte le teglie e i coperchi di casa, e siccome nelle case non esistevano le bilance di precisione, andavano alla bottega procurando così una fila interminabile, ma la bilancia della bottega serviva a dosar bene gli ingredienti necessari alla riuscita dei dolci e dei cibi in generale.

Il venerdì si cuocevano le “ciacce” che accompagnate con qualche soldino, venivano date ai bambini, e queste sostituivano le uova di cioccolato.

La mattina di Pasqua le famiglie si riunivano per la colazione dove venivano consumati tutti i cibi preparati con cura e grande impegno, per poi andare insieme alla messa, tranne le massaie che vi erano andate già alla prima che era breve, perché poi dovevano dedicarsi al pranzo.

Al ritorno dalla messa in tutte le case si consumava il banchetto Pasquale ed era bello trovarsi insieme in quei giorni di festa familiare e religiosa. Anche il lunedì dell’Angelo si trascorreva fra la casa e le tante funzioni religiose che erano sempre un momento in cui si poteva socializzare tra paesani. Il martedì di Pasqua era l’ultimo giorno delle Sacre Quarantore e per la parrocchia era ancora festa grande, ma non per i bambini che dovevano fare rientro nelle scuole.

Poi, inevitabilmente si tornava alla vita di sempre: gli uomini più validi tornavano per almeno altri due mesi in Maremma, le ragazze al servizio e le donne e gli anziani alla cura degli orti e dei castagneti, mentre sulle tavole riapparivano i cibi frugali di sempre, ma noi eravamo felici così! –

Questo racconto di Lia Rubechi mi ha suscitato una sorta di nostalgia facendomi anche un po’ impensierire, non lo nego, perché le sue parole mi hanno dato la misura del tanto che avevano quando avevano poco!

Grazie Lia, e scusami per quanto ho abbreviato.

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Marina Martinelli
Marina Martinelli nasce a San Piero in Frassino nel dicembre del 1964. Oggi vive e lavora a Poppi, dove condivide un salone di parrucchieria col marito. Ha due figli che sono la sua vita e la scrittura è la sua più grande passione, infatti ha pubblicato due libri di novelle e tre romanzi. A primavera uscirà il suo sesto romanzo che sarà macchiato di giallo. Da anni collabora con la rivista casentinese CasentinoPiù.