Andrea Vitali, una vita da “contattore”…

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I ragazzi del Liceo di Poppi, giornalisti per una settimana, hanno incontrato il celebre attore casentinese Andrea Vitali. Con lui hanno parlato di quanto sia difficile questo mestiere, di quanta passione ci voglia e dei sacrifici necessari per farlo al meglio.
Andrea, perché la scelta di fare l’attore?
Forse non si sceglie di fare l’attore. Ho iniziato a fare l’attore per un problema di timidezza. A sei anni ho frequentato l’Accademia di Firenze e non ho più smesso. Come si sceglie? Si sceglie dopo, lo si diventa perché si ha passione, perché siamo curiosi, perché siamo esibizionisti, perché si ha voglia di imparare e soprattutto perché si ha voglia di dire qualcosa a qualcuno. Fare l’attore non è un lavoro, non è alzarsi la mattina e andare in fabbrica, è una disciplina seria che impegna il corpo e la mente. Io, a sessant’anni, ancora adesso studio.
A quali progetti teatrali state lavorando attualmente e quali sono i progetti futuri?
Un progetto a cui stiamo lavorando è una storia scritta da Alan Bigiarini che parla di un rivoluzionario in Burkina Faso, negli anni settanta/ottanta, detto il “Che nero”. I progetti futuri sono sempre tanti, ma quelli che si riesce a realizzare sono sempre meno. In cantiere ce ne sono molti, ad esempio di tipo pseudomusicale, inoltre la Nata sta portando avanti altri progetti come quello dell’Odissea. La difficoltà nel riuscire a realizzarli sta nella mancanza di fondi, quei pochi che ci arrivano dalla regione e dai comuni cerchiamo di reinvestirli nel territorio.
Con la sua compagnia teatrale lavorate solo in Casentino o anche fuori?
No, la NATA è una compagnia professionistica e giriamo l’Italia da Palermo a Bolzano varcando anche i confini. Andiamo all’estero, non solo nei dintorni, ma in tutto il mondo. Fare l’attore significa essere un po’ un Mercurio, avere le ali ai piedi e il fazzoletto con quattro nodi al bastone sempre pronto.
È difficile, in una realtà come quella casentinese, riuscire a fare l’attore a tempo pieno?
Se intendete essere famoso e avere tantissimi soldi, allora sì, molto difficile. Invece è molto facile fare l’attore in Casentino perché sei in contatto con le persone, senti il loro respiro, le loro critiche e apprezzamenti che ti fanno in diretta. Tutti i giorni incontri persone che ti stringono la mano o che magari si girano dall’altra parte perché la sera prima hai fatto schifo. Questo è molto facile, ma nell’altro senso è decisamente difficile. A me non interessa avere i soldi facili o magari essere famoso e non avere un’arte; siamo tutti famosi nel nostro intento e nel cuore degli spettatori.
Quale considera il suo spettacolo più bello?
Credo che lo spettacolo più bello sia quello che hai in mente di fare e che ti tiene accesa la voglia di fare questo mestiere. Ce ne sono, comunque,  alcuni a cui sono particolarmente legato. “Aspettando Godot” ha segnato forse uno dei momenti più belli della mia carriera attoriale. È stato un lavoro importante a cui sia la regia sia gli attori hanno dedicato molto tempo ed impegno. Il testo integrale dura infatti quasi quattro ore, e nonostante siamo arrivati ad una durata di meno di tre ore, è stato comunque difficile rimanere in scena tutto quel tempo. È senz’altro lo spettacolo che ho più nel cuore.
Ha mai avuto esperienze professionali con attori famosi? Se sì, con quali si è trovato meglio?
Sì, ho lavorato con attori famosi come Alessandro Benvenuti, Giorgio Albertazzi, Paolo Hendel, Franco di Francescantonio, Mariangela d’Abbraccio e molti altri. Con chi mi sono trovato meglio? Sicuramente con Paolo Hendel, con il quale ho tuttora un’amicizia fraterna e anche con Alessandro Benvenuti e Francesco Nuti. Potrei poi dirvi con chi non mi sono trovato bene. Albertazzi, ad esempio, è una persona di grande cultura ma l’ho trovato un po’ troppo pieno di sé. Questi attori hanno approfondito i loro studi diventando dei professionisti, al contrario di molti di oggi che non riescono a distinguersi essendo di poco spessore e di poca cultura. Tra questi apprezzo, però, Filippo Timi, Pierfrancesco Favino e, specialmente, Claudio Santamaria.
Sappiamo che oltre a fare l’ attore lei è anche un artista. Ce ne vuole parlare?
Non so che cosa possa significare la parola artista, dal mio punto di vista mi diverto a fare delle cose, avendo anche studiato scenografia e interessandomi di arte in generale. In questo senso fare l’artista mi piace perché mi dà modo di raccontare qualcosa, di vederla attraverso un’altra forma. Scolpisco a tuttotondo la pietra, il legno, la creta ed essendo, come avete detto voi, un artista, ritengo che qualsiasi forma sia arte. Mi diverto anche con pentole e coperchi che insieme a dei pezzi di legno diventano la nave di Ulisse che attraversa il mare per andare a trovare Penelope. C’ è poi un’ altra forma di arte, per me bellissima: mettermi appena posso nei campi con un trattore a coltivare la terra. Anche per questo mi definisco “contattore”: con il mio lavoro di attore “contatto” le persone, ma soprattutto sono un “contadino-attore”.
Che consigli darebbe ad un giovane che vuole fare l’attore?
Credo che sia importante soprattutto che abbia nel cuore la volontà di fare questo mestiere; questo è fondamentale in quanto fare l’attore è sì bellissimo e divertentissimo, ma richiede anche grande sacrificio, impegno e studio. Serve anche una curiosità “bestiale”, per le cose vere, non per i pettegolezzi. Si devono poi cercare le migliori scuole e accademie, a partire dalla nostra
dove Alessandra Aricò prepara i ragazzi per il proseguimento del loro percorso artistico in cui dovranno affrontare una concorrenza spietata. Chi vuole fare l’attore soprattutto lo deve sentire, ci deve credere; non è facile fare questo mestiere. Nonostante questo ci sono alcuni ragazzi, come
Riccardo Goretti, Luca Zacchini e Luisa Bigiarini, che sono partiti con noi e adesso camminano con le loro gambe e fanno questo splendido mestiere.
di Maria Raggi, Laura Ceccarelli, Siria Cecconi, Iole Bartolucci, Marianna Amorosi, Carolina Goretti, Irene Versari, Martina Vignali, Marco Portolani, Samuele Paolini