Fantasticando: “Il ragno e la mosca”

Questa storia l’ho scritta sette anni fa e purtroppo è ancora molto, TROPPO attuale. Oggi, nella giornata dedicata contro la violenza sulle donne, trovo questa mia storia assolutamente dolorosa, e la narro a quelle donne a cui tutto ciò può apparire “NORMALE”.

IL RAGNO E LA MOSCA

Volavo, impigrita dal caldo, in una stanza polverosa e disordinata, piena zeppa di cianfrusaglie accatastate una sopra l’altra. Ero molto attratta da quell’enorme ammasso di roba, perché sprigionava un insieme bislacco di colori che parevano antichi, resi tali da un importante strato di polvere che gli faceva da coperta. Di sicuro quegli oggetti riposavano, dimenticati in quella soffitta da molto tempo, e di certo erano appartenuti a più di una persona, perché nulla pareva legare con nulla. Dentro a quell’ammasso di roba varia e stantia, vi erano il gusto, il pensiero e il potere di più persone, alle quali erano appartenute. Avvertivo le mie ali pesanti, come fossero bagnate. Quando mi si avvicinavano al corpo, vi rimanevano quasi appiccicate, facevo una fatica immensa a staccarle per emettere un nuovo batter d’ali. Credevo che potesse dipendere dall’aria umida e densa di quella soffitta. Pareva che lì dentro bollisse da tempo un enorme pentolone pieno di carne, e che da questo uscisse un vapore grasso e spesso. Mi maledii per essermi allontanata dal mio gruppo. Zia Rosetta mi rimproverava sempre, dicendo che la mia curiosità, prima o poi, mi avrebbe fatto trovare in un mare di guai. Pensando alla zia, i miei occhi si riempirono di lacrime e avvertii una forte nostalgia. Mi sembrava di averla davanti. Purtroppo, però, intorno a me non vi era altro che il mio solito e perpetuo ronzio. Sbattei forte gli occhi lasciando cadere le lacrime, che formarono piccoli cerchietti lucidi e perfetti sul pavimento, anch’esso coperto di polvere. Ad un tratto intravidi una luce giallognola, che pareva fatta di olio. Avvicinandomi alla luce, mi accorsi che proveniva da un’alta finestrella dal vetro arancione, spesso e satinato, che sarebbe stato bene sul portone di una lussuosa e antica villa. Nell’angolo in alto della finestrella c’era una perfetta e bianca ragnatela, che pareva esser tracciata da un allenato disegnatore. Era bellissima, e i suoi sottilissimi fili erano adornati di luccicanti goccioline d’acqua. Pensai che doveva essere a causa dell’aria umida e densa della soffitta. Proprio mentre pensavo a questo mi sentii attanagliare da una miriade di sottili tentacoli. Altro non erano che le orrende zampine del ragno, unico e indiscutibile padrone della bianca ragnatela. Mi sentii perduta. Troppe volte, da altre mosche e soprattutto da zia Rosetta, che mi teneva sempre in guardia, avevo sentito parlare di come finivano le mosche costrette nelle ragnatele. Avvertii un forte senso di nausea e di orrore, mentre il ragno, con gli occhi all’infuori, cominciò a fluttuare come in una danza ubriaca. Pareva fatto di niente, in lui non vi era alcuna sostanza. Provai un forte calore, e un sonno di piombo voleva portarmi via con sé. Pensai che la danza del ragno mi avesse ammaliato, che mi avesse succhiato il pensiero. Il terrore, nel vederlo avvicinare a me, mi restituii un fremito di vitalità. Sentii che era arrivata la fine, socchiusi gli occhi e sorrisi pensando al viso rotondo di zia Rosetta e delle altre mosche del gruppo. Il ragno, avanzando, compiva i suoi passi incrociati che parevano un rito crudele. Quando mi fu di fronte, percosse il suo corpo rotondo e alcune goccioline rotolarono sui fili di ragnatela. Mi parvero perle. Feci di quella visione l’ultimo dei miei ricordi, e volevo andarmene proprio con quello. A un tratto il ragno, barcollando, mi tese le zampe e, chiudendomi al centro, mi prese con sé e cominciò a volteggiare. Capii che stava danzando, danzando con me. I suoi occhi erano colmi d’amore, un amore assoluto, egoista! Non mi lasciò mai più andar via dalla bianca ragnatela, così mi rese sua schiava. L’unica cosa che mi faceva sognare ogni volta era il brillante rotolare delle goccioline sui fili di ragna, perle preziose che rubavano il mio tempo. Un giorno grigio e tetro, un forte temporale si abbatté sul paese che ospitava la mia soffitta. Una feroce raffica di vento fece sbattere la finestrella, e molte delle mie perle rotolarono giù. L’urto fu così forte che strappò via la ragnatela, smembrandola e facendola diventare un unico e appiccicaticcio ammasso di fili, nel quale il ragno finì imprigionato. Aspettavo che  un inebriante senso di libertà mi invadesse, ma invece così non fu. Veloce raggiunsi il mio ragno e, con decisi colpetti di muso, lo liberai dall’intrigo mortale, mentre lui mi avvolgeva di nuovo tessendo una vergine dimora biancastra. Stavolta sorrisi, perché era lì che volevo restare.

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Marina Martinelli
Marina Martinelli nasce a San Piero in Frassino nel dicembre del 1964. Oggi vive e lavora a Poppi, dove condivide un salone di parrucchieria col marito. Ha due figli che sono la sua vita e la scrittura è la sua più grande passione, infatti ha pubblicato due libri di novelle e tre romanzi. A primavera uscirà il suo sesto romanzo che sarà macchiato di giallo. Da anni collabora con la rivista casentinese CasentinoPiù.