Il racconto di Marina, 5° cl. al concorso letterario di Montemignaio

Marina Martinelli

Siamo felici di pubblicare il racconto della nostra collaboratrice Marina Martinelli, “Una goccia dopo l’altra”, 5° classificato al prestigioso concorso letterario “Alboino Seghi” di Montemignaio. A Marina le più vive congratulazioni da parte di tutta la redazione di Casentinopiù.

UNA GOCCIA DOPO L’ALTRA
XI Premio Letterario Nazionale “Alboino Seghi”
Sez. Narrativa

Sandra non poteva strapazzarsi troppo. La sua gravidanza le dava un bel po’ da fare, e anche rimanere incinta era stata più o meno un’odissea.
Dopo otto anni di matrimonio trascorsi con Riccardo, il suo compagno di sempre, con il quale aveva condiviso tutti i banchi di scuola, fin dall’asilo, non avrebbe voluto un figlio da nessun altro uomo. Sandra sperava addirittura che il piccolo somigliasse il più possibile a suo marito. Lo amava ancora intensamente, come i primi giorni di matrimonio.
Erano stati otto anni di prove, analisi, cure e ancora prove, accompagnate da dolorosissime risposte negative. Alla fine, però, ce l’avevano fatta: quel minuscolo fiore si era finalmente insinuato dentro il ventre della donna. La felicità di quei giorni li faceva vivere come dentro una bolla, non del tutto consapevoli della realtà che scorreva loro intorno.
La pancia di Sandra cresceva a dismisura, promettendo che quel maschietto fosse un bambino sano e grande, proprio come suo padre, che era sempre stato, come si suol dire, “un gran pezzo d’uomo”.
Avevano ormai raggiunto il quinto mese di gravidanza, e il loro medico di fiducia cominciava ad allentare un po’ la tensione. Sandra aveva dovuto star ferma per una bella fettina di tempo e doveva ancora stare molto attenta a non fare sforzi, ma soprattutto doveva restare più tranquilla possibile.
Una mattina che sembrava essere di un giorno normale, Riccardo si era recato in ufficio, e come al solito, uscendo di casa, aveva depositato un caldo bacio sulla fronte della moglie e sulla pancia, dove, all’altezza dell’ombelico, aveva sussurrato un “ciao”, certo che sarebbe arrivato al bambino.
In realtà, quella non fu una mattina come tante altre: Riccardo venne chiamato dalla clinica in cui, un paio di mesi prima, lui e sua moglie avevano fatto i soliti esami. Una voce traballante e un po’ incerta lo invitò a recarsi alla clinica, perché da alcuni risultati emergeva qualcosa di anomalo.
Riccardo chiese qualcosa di più, ma la voce di donna questa volta fu ferma e tassativa, dicendogli che per telefono non gli avrebbe potuto dir nulla. L’uomo guardava le montagne fuori dalla finestra del suo studio e queste avevano uno sbuffo di vapore intorno alle vette, come le piume in cima ai cappelli degli alpini. Quasi sorrise.
Riccardo non sapeva che cosa aspettarsi, e il tragitto che intercorreva dal suo ufficio di commercialista alla clinica gli appariva infinito.
La donna lo aspettava in portineria. Nel taschino del camice bianco spiccava il suo nome stampato di rosso, sembrava un sorriso di sangue. C’era scritto: Dott.ssa Bianca Settimini, primario. Vedendolo arrivare, la donna fece a Riccardo un flebile sorriso e infilò il suo braccio sotto quello di lui, mentre insieme venivano inghiottiti da un bianco e lucido corridoio.
L’ufficio del primario era posto al primo piano. Non una parola, neanche nel silenzio ovattato e tecnico dell’ascensore. Dopo pochi passi compiuti nel corridoio, una targhetta brillava del suo oro e il nome della dottoressa rideva impresso su di essa. Entrarono.
La dottoressa fece cenno con la mano di sedersi nella poltrona di fronte a lei; Riccardo si accomodò.
«Le risparmierò i convenevoli, signor Parenti, perché non c’è tempo da perdere. Stando agli ultimissimi esami fatti, lei ha un tumore prostatico che si trascina da anni. Finché questo era benigno, le impediva di essere fertile, poi le forti cure che ha adottato per poter avere un bambino hanno fatto degenerare il tutto e lei adesso si trova in grave pericolo di vita. Il tumore si è trasformato, diventando un tumore maligno. Possiamo fare dei cicli di chemioterapia e…».
Riccardo non ascoltava più. La voce della dottoressa gli arrivava come un blaterare senza alcun senso. L’unico pensiero che maturava forte in lui era di non dire nulla a Sandra: doveva assolutamente proteggere lei e la loro creatura. Una notizia così le sarebbe risultata fatale; pure la dottoressa si trovò inevitabilmente d’accordo con lui.
Subito, l’indomani mattina, Riccardo si doveva recare alla clinica per cominciare a combattere contro quel mostro che voleva annientarlo. E l’indomani mattina arrivò inesorabilmente.
Come sempre, baciò Sandra e il suo ventre; questa volta le sue labbra non riuscivano a staccarsi da quello scrigno meraviglioso, mentre sua moglie gli alzava il mento e lo baciava piano.
Riccardo le disse che sarebbe stato reperibile soltanto al cellulare, perché doveva andare per tutto il giorno da un cliente. Sandra gli sorrise toccandosi la pancia con tutte e due le mani, e gli disse che loro due stavano bene. Riccardo girò su se stesso e, mentre si dirigeva alla porta, i suoi occhi cominciarono a piangere.
Arrivato alla clinica, cercò subito la dottoressa Bianca Settimini dentro la porta con la targhetta che brillava del suo oro. E la trovò. Insieme, si diressero in un altro reparto. L’uomo capì che in quel luogo le persone ci andavano per combattere ognuno la propria guerra. Lui si augurò di essere bene armato, mentre rovistava nella mente alla ricerca dell’ultima meravigliosa immagine di sua moglie con le mani sopra alla pancia. Quel ricordo lo fece sorridere.
Riccardo si stese sul lettino, neanche troppo scomodo, e la dottoressa, che si fece trovare pronta, inserì l’ago della flebo nella bottiglietta. L’altro ago, di lì a poco, sarebbe stato inserito nel braccio di Riccardo e, goccia dopo goccia, quel trasparente veleno lo avrebbe ucciso un po’ per salvargli la vita.
Al pomeriggio, Riccardo, stanco come non mai, fece di tutto per trasformare quel giorno in un giorno normale, e in qualche modo ci riuscì.
Quando fu di ritorno a casa, trovò Sandra ad abbracciarlo e le apparve più bella e radiosa che mai. Il cucciolo dentro di lei aveva fatto un guizzo, dandole la consapevolezza di ospitare la vita. Riccardo cenò un po’ alla meglio per non destare sospetti. “Domani sarà un altro giorno”, pensò.
Ci furono altre mattine, nelle settimane che seguirono, tortuose come una vecchia strada di montagna; ci furono altre inesorabili gocce trasparenti di quel liquido infernale, che gli rubò nove chili e tutta l’energia di cui è provvisto un uomo di quarant’anni. L’unica forza la trovava in Sandra, nella sua condizione che doveva per forza tutelare.
Arrivò anche il giorno della verità, giorno che avrebbe potuto essere il più crudele o meraviglioso di tutti. Lui sperò che gli desse almeno l’opportunità di conoscere suo figlio.
Riccardo, questa volta, esitò per tantissimi minuti davanti alla targhetta che brillava in oro il nome di Bianca Settimini, la donna che avrebbe potuto salvargli la vita. La porta si aprì così, da sola, come se un alito di vento o il leggero soffio di un angelo invisibile l’avesse aperta per lui. Il sorriso bianco ed elegante della dottoressa gli dette il benvenuto, invitandolo ad entrare. La donna teneva un foglio in mano; a Riccardo sembrava una sentenza, e in effetti si trattava proprio di questo.
L’uomo si lasciò cadere sulla poltrona rossa davanti alla scrivania e sentì un forte dolore alle ossa, per quanto ormai era scarno. Chiuse inconsapevolmente gli occhi, e la dottoressa cominciò piano a parlare:
«Signor Parenti, il sacrificio che lei ha fatto, il dolore, la fatica di questo ultimo periodo, hanno dato un risultato positivo! Intendo dire che la chemioterapia ha mirato il problema e ha fatto centro; lei ha sconfitto il cancro! Adesso dobbiamo fare un ciclo di radioterapia per pulire bene nei dintorni del male, ma posso assicurarle che, in confronto al precedente, questo trattamento è nulla. Vedrà che presto riacquisterà il suo peso e la forza di prima. Adesso si goda la sua famiglia, perché se l’è più che meritato».
Riccardo si sentiva svuotato, senza fibra né midollo. Aveva paura di non aver capito bene… Era davvero fuori pericolo? Adesso poteva correre da Sandra, adesso aveva di nuovo del tempo per amarla, del tempo per crescere suo figlio, adesso poteva riprendersi la sua vita e…
Nello stesso edificio, su un altro piano, in un’altra stanza, si udiva il forte vagito di un neonato. Era il grido di suo figlio, che aveva appena imparato a respirare, aveva appena conosciuto sua madre ed era appena venuto al mondo. Esattamente come lui.
Riccardo si alzò in piedi e guardò fuori dalla finestra, cercando un sussulto di vita. Davanti a lui, maestose, vide le montagne, che per l’occasione si erano levate il cappello!

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Maria Maddalena Bernacchi
Maria Maddalena Bernacchi, nata a Compito, Chiusi della Verna, vive e lavora tra Compito ed Arezzo. Negli ultimi anni dell’istituto magistrale “Vittoria Colonna” di Arezzo ha collaborato al settimanale “La Voce” ed al quotidiano “La Nazione”. Specializzata in fisiopatologia ha insegnato ad Arezzo per quarant’anni. Quale insegnante tutor di storia per il Provveditorato agli Studi di Arezzo ha tenuto corsi di formazione sulla didattica della storia contemporanea pubblicando “Il campo-profughi di Laterina” e “Dal locale al globale, esperienze per l’insegnamento della storia”. Per la nipote ha scritto e pubblicato “Ninne-nanne, filastrocche, proverbi e… Una nonna si racconta”. Collabora con Casentinopiù dal 2010, tenendo, con la figlia Silvia la rubrica “Storia e Territorio”.