Il sentimento pubblico

Di Andrea Pancini

C’era una volta l’opinione pubblica, adesso insiste solo il sentimento pubblico: non è una sottigliezza.
L’opinione, pubblica o circoscritta dal derma che sia, è la ricostruzione razionale di un evento. Per chi pretende coordinate più precise, con ricostruzione razionale s’intende l’adaequatio intellectus et rei (adeguamento dell’intelletto alla cosa) con la quale gli Scolastici, al pari di Hegel, pretendevano disporre della Verità. Oggi, in tono minore, sappiamo che questo esercizio intellettivo costruisce la realtà soggettiva: anche quella della moltitudine.
Diverso è l’affectio, il sentimento, entro il quale l’intelletto si salda al proprio giudizio a prescindere dalla realtà. Se siete capaci d’un minimo d’introspezione, il sentimento è facile da rilevare: ma quanto è bello vostro figlio? Ma quanto è bravo? Se non è apprezzato, naturalmente, è colpa dell’invidia o dell’insegnante. Se, bontà vostra, siete capaci di un minimo di logica, vale a dire escludete dall’inferenza tanto l’invidia quanto l’insegnante, scatta comunque uno stato d’eccezione sacrale alla vostra opinione: “è, comunque, mio figlio”. Ciò a dire che, entro l’affectio, in un modo o nell’altro la realtà è irrilevante.
La mozione degli affetti, non a caso, è sempre stato veicolo di culto piuttosto della costruzione, faticosa, di un territorio comune delle credenze che l’Occidente ha chiamato Democrazia ed io Filosofia. La mozione degli affetti, in luogo del ragionevole, è l’essenza, la sub-atomica, delle agenzie di socializzazione. Non pensate alla famiglia, per carità; lasciate perdere la scuola e non v’immaginate chiese, associazioni di categoria, sezioni politiche, stadi o cinematografi gremiti d’individui. Oggi, le agenzie di socializzazione di successo sono solo i mass-media e fra questi solo due: la televisione ed i c.d. social-media.
Se credete che i social-media veicolino una cultura “popolare”, prodotto autentico e spontaneo delle classi subalterne, vi sbagliate di grosso: i social-media, come la televisione, sono pura propaganda. Niente di male, per carità, se non fosse per il cascame del messaggio pubblicitario che, muovendo i sentimenti, genera da solo quei fenomeni sociali che, altrove, non sanno spiegare.
La pubblicità “emoziona”, appoggiandosi sui pregiudizi del bersaglio che i social-media raccolgono e sintetizzano meglio del Prete e dello Psicologo: in ogni caso glieli suggerite voi! Questi, poi, li “analizzano” per settare il prodotto sul vostro piacere. La pubblicità, e con questa il prodotto, piace e deve piacere: guai a farvi sentire impreparati, come la scuola, o sciocchi, come il familiare, o limitati, come insisto a fare io. L’autismo cerebrale che fa sentire tutti illimitati, oggi ingegneri, ieri sismologi e domani chissà, è l’abitudine alla compiacenza del messaggio pubblicitario; tutto il resto è fastidio: da “bannare”, condannare, silenziare od escludere. Così s’è provveduto alla sostituzione della realtà con una sua versione di comodo.
Versione di comodo che, appoggiata sul pregiudizio, vale per il cliente Tedesco ma non per quello Italiano, per quello Francese ma non per lo Statunitense. Prendete i tabloids dei rispettivi paesi e provate a non sentirvi, vicendevolmente, offesi. Non è “nazionalismo”, non c’entra il “populismo” è solo un prodotto confezionato per clienti specifici, intrisi di luoghi comuni: ad ognuno il proprio pregiudizio. Così, grazie all’accuratezza del messaggio pubblicitario, ci siamo giocati qualunque possibile “cattolicesimo”: valido sempre, per tutti ed ovunque.
Donald Trump ha chiosato il NYT come “nemico del popolo” (in un twitt datato 17 febbraio 2017), neanche fosse sulla Piazza Rossa. Luigi Di Maio vuole “la statizzazione di tutte le imprese associate (trusts) esistenti”, come recita il punto 13 del Programma del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi redatto in 25 capisaldi, di suo pugno, da Adolf Hitler nel 1920. Renzi vedeva bene Casini su un pedalò, prima di candidarlo a Bologna. Se credete che Trump sia Comunista, Di Maio Nazionalsocialista e Renzi qualcosa, vi sbagliate di grosso: il messaggio pubblicitario non veicola contenuti. Oggi questo, domani quest’altro, l’importante è soddisfare l’isteria del cliente che oggi si sente così e domani chissà: chi se ne frega! Acquistare è un istante, anche se ti carichi di cambiali: che durano oltre l’attimo. Così ci siamo giocati i contenuti: perché è Inutile cercare di raccordare un messaggio pubblicitario a qualcosa d’ulteriore dall’acquisto ad ogni costo.
Persi i contenuti, è ridicolo criticare (valutare la predicabilità di qualcosa): le opinioni possono mutare, i sentimenti no. Dietro alla stupidaggine imperante, chiamata empatia, c’è l’assunto del più misero concierge: quando si toccano le emozioni, si lascia un ricordo indelebile che rimane con il cliente durante tutto il suo percorso. Solo così, Goebbels, poteva suggerire la guerra totale ai Tedeschi e riceverne l’applauso; chiosando, nel suo diario, che quella, a suo vedere, era “l’ora dell’imbecillità”: “se avessi detto loro di gettarsi dal Columbus House, lo avrebbero fatto”. Trump, di sé stesso, ha avuto modo di rilevare la stessa cosa ma non fa eccezione il Papa (da Giovanni Paolo II in poi, con la parentesi Ratzinger ché voleva fare il filosofo!) quanto l’ultimo youtuber. L’apatia emotiva che qualcuno segnala (ad esempio Galimberti) non è tale: le esperienze emotive sono state, semplicemente, lasciate al consumo ed entro questo si registrano.
Va da sé che qualunque comunicazione superiore allo spot, vale a dire qualunque comunicazione “elitaria” (come questa, a titolo d’esempio), è relegata alla platea d’una conventicola: per questo assistiamo alla consunzione del sapere. Una volta ancora: il Nazionalsocialismo, il Comunismo, il “populismo” ed ogni altro “ismo”non c’entrano niente. È per tutto questo che i fatti contribuiscono meno, degli appelli emotivi e delle credenze personali, alla formazione di quella che, una volta, veniva chiamata opinione pubblica. Alla comunicazione commerciale delle agenzie di socializzazione si deve se le sorti politiche degli stati seguono il barometro dell’emozione, più della prospettiva. Se, in questo contesto, Adolf Hitler merita la citazione è quando confessa, nei suoi colloqui con Rauschning (CFR: Hermann Rauschning – Colloqui con Hitler), che “noi socializziamo gli esseri umani”.
A questo punto spero d’aver chiarito chi sono Loro (intendendo il modesto film) che, ahimè, siamo diventati noi: …
presente escluso, ci mancherebbe altro!