La cosa più eccitante del mondo

Correva l’anno 2012. Fra le “idee che vale la pena diffondere”, vale a dire all’interno di un TED Talk, si presenta un certo Bas Lansdorp con un’impresa stravagante: non è la prima.

Non è la prima idea stravagante di sempre, questo è ovvio, ma partorirne due, a distanza di appena un paio d’anni, non è da tutti. Nel 2010, sempre all’interno di un TED Talk, il sedicente imprenditore Lansdorp si presenta al pubblico con la sua visione: un aquilone ancorato ad una dinamo; il primo per aria, la seconda a terra. L’idea, date le premesse, sarebbe quella di produrre energia eolica ad un tasso d’efficienza superiore ai comuni mulini a vento: ciò a dire “più economica”. Sull’efficacia, vale a dire su quante volte è lecito attendersi questo risultato, neanche una parola. Lasciate che provveda io.

La trovata di mandare in aria un aquilone per fini energetici, è vecchia di 250 anni e porta il nome di Benjamin Franklin. Secondo i principi di Franklin, oggi, si costruiscono i parafulmini: quelle cose che dissipano a terra l’energia prodotta in aria. In 250 anni, a nessuno è mai venuto in mente di regimentare il fulmine: a nessuno se non a Mary Shelley! La storia la sapete già: Igor manda in aria un aquilone e così il dottor Frankenstein trova l’energia per ri-animare la Creatura. In effetti, lasciando perdere chi abbia inventato l’elettrostimolazione, la cosa più probabile che ti possa capitare, volteggiando un aquilone nei cieli tenebrosi d’Olanda, è beccare un fulmine: con buona pace dell’aquilone, della dinamo a terra e dello sprovveduto che si trovi nelle vicinanze. In due parole, la prima, grandiosa, idea di Bas Lansdorp è riconducibile ad un costoso parafulmine. Il mondo non se n’è reso conto ed Ampyx Power, proprietaria dei diritti sul parafulmine, continua a sfornare prototipi sostenuti dall’università e finanziati dalla Comunità Europea: al netto di Lansdorp (che ha liquidato la sua quota) ma non senza quest’ultimi.

Due anni dopo, Bas Lansdorp ci riprova. Questa volta, però, aggiusta meglio lo storytelling. Il palcoscenico è sempre un TED Talk: la fattibilità, il solito delirio. Prima di tutto, però, sparisce il prototipo. Nel 2010, Bas, aveva portato l’aquilone in bella vista, come se dovesse mostrare il Cristo risorto e non narrarne la resurrezione: nel 2012 s’adegua. Cambia l’outfit: dal completo incravattato, che subodorava di business man rivestito alla Standa, svolta verso il jeans alla Steve Jobs. Si radicalizza la prospettiva, si dilatano i tempi di realizzazione e, soprattutto, si lascia da parte l’idea d’impresa in favore del “sogno”: come il nostrano Briatore nella parodia di Crozza. Si stravolgono i riferimenti culturali che consentono la decifrazione della storia e, alla fine, è proprio questo lo stratagemma che coglie il segno: anche se io non l’imparerò mai, me ne rendo conto. Il primo Lansdorp, al netto di grafici ed istogrammi, usati come lo farebbe Kandinsky, si era presentato circondato da stampe d’epoca che nessuno conosceva né aveva mai intravisto. Nel 2012, i riferimenti culturali di Bas sono solo ed unicamente televisivi.

Capito che, nel 2010, Bas Lansdorp voleva mandare un aquilone a 400 metri d’altezza, vi starete chiedendo cosa volesse fare nel 2012: dopo 5 capoversi è giusto accontentarvi. Bars Lansdorp, nel 2012, voleva andare su Marte e non fare ritorno. Se giudicate la cosa del tutto irrilevante, e non vi sentite paghi dell’epifania, v’invito a seguirmi: alla parca promessa che ne varrà la pena.

Stavamo dicendo che i riferimenti culturali della prima missione umana su Marte (Mars One), così come Lansdorp ce l’ha raccontata, ribollono nel brodo televisivo. Vediamo se è così. “Lasciate che vi faccia una domanda”, comincia Bas Lansdorp, “qual è la cosa più eccitante che capita nel mondo, oggi?”. La domanda è retorica, per cui il narratore si risponde da solo: “mi dispiace ammetterlo, ma sono qualche guerra e la crisi economica”. In effetti, stando ai notiziari, la cronaca del mondo nel 2012 poteva ridursi così: quanto oggi si chiude sul Covid-19. Si potrebbe obiettare che questi sono solo i telegiornali e che il palinsesto dell’intrattenimento televisivo non si ferma lì! In effetti, in televisione c’è la partita di calcio, ci sono i talent shows, i talk shows, le series, i films ed i documentari. A guardar bene, la televisione trasmette anche le olimpiadi e, naturalmente, i reality shows. Bene: Bas Lansdorp li prende a caposaldo del project financing per la missione. “Mandare il primo uomo su Marte costa 6 miliardi di dollari”, sostiene Lansdorp, “le olimpiadi di Londra hanno generato 3,6 miliardi di dollari”: la metà del viaggio lo pagheranno i diritti televisivi, i gadgets e le magliette. Per racimolare il resto, lo spin off della missione spaziale sarà un reality show. Gli spettatori selezioneranno l’equipaggio, osserveranno i preparativi e seguiranno i passi degli sventurati interpreti sul suolo marziano: con una semplice applicazione da installare sul telefonino.

Il tutto, naturalmente, nello spazio d’una decade. La decade, come time project, è significativa. “Entro il prossimo decennio, andremo sulla Luna”, sosteneva J.F. Kennedy in un celeberrimo discorso televisivo, “non perché sia facile ma perché è difficile”. Il discorso alla Rice University sarebbe da incorniciare ma i media, di solito, rappresentano solo il climax (“we will go to the Moon”) ed il senso dell’inevitabile: “because it’s there!” (perché è là). In mezzo, fra l’andare sulla Luna ed il perché così D-E-V-E essere, si stendono tecnologie ancora sconosciute e, soprattutto, una linea narrativa che non conosce ostacoli. Come un tratto di penna sul mare, ad unire inevitabilmente un punto ad un altro. Questo tipo di discorsi si chiamano, volgarmente, inspirational speech e, se li cercate, sulle piattaforme multimediali ne trovate una vagonata. Bas Lansdorp, pedissequamente, ha pensato bene di andare su Marte.

Chiaramente l’ha solo pensato. Icto oculi, Lansdorp non è Kennedy, non fa il Presidente degli Stati Uniti d’America e non dispone della NASA. Segnatamente, Bas Lansdorp presiedeva Mars One Ventures (società di capitali di diritto svizzero) che ha occupato 10 dipendenti con un budget di 25.000 euro: la NASA, ai tempi d’oro, contava 400.000 dipendenti (oggi 17.000) ed un bilancio virtualmente illimitato (oggi 22 miliardi di dollari all’anno). Mars One Ventures, si diceva, ha occupato 10 dipendenti perché, nel 2019, è fallita.

La storia di Mars One, narrata come se un discorso pubblico fosse il Mein Kampf, si aprirebbe ad ulteriori ironie ma non è questo il caso: quella già profusa, almeno a me, basta. Bas Lansdorp, intervistato da un programma satirico Americano (The Daily Show), è già stato imputato di condotta fraudolenta e, magari, se lo merita anche. Lui s’è difeso così: “Mars One non è una truffa: basta dare un’occhiata al website”. Richiesto sul numero e qualifiche dei 10 occupati; incalzato se questi fossero scienziati, ha risposto così: “3 dipendenti sono ingegneri e gli altri 7 si occupano dello storytelling”. Allora la corrispondente bionda del Daily Show, la “iena” Desi Lydic, ha sferrato il colpo finale: “se io volessi investire in Mars One, starei investendo in un programma spaziale od in un programma televisivo?”. La risposta di Bas Lansdorp non lascia dubbi: “gli investitori, stanno speculando in una media company che vende una storia”. Mars One, quindi, è stata una presentazione commerciale, spacciata come notizia.

Passino pure i TED Talks ed il sito web. Passino i campus in Brasile, India, Inghilterra ed altrove dove s’è spacciato di tutto: persino un accordo commerciale con la Lockheed Martin! Passi l’adesione d’illustri scienziati (dei quali preferisco tacere i nomi) ed un’analisi del progetto, per altro sfavorevole, pubblicata dal MIT. Passi la partnership offerta dalle Istituzioni (politiche) Indiane e Brasiliane: ma il quarto potere dov’era? Voglio dire: media company come il Time, National Geographic, Fox, CNN e molti, molti altri, che cosa stavano facendo? Davano fuoco alle polveri!

Mars One poteva essere agevolmente trattata come il Legendary Stardust Cowboy dell’informazione; ed invece s’è provveduto l’esatto contrario. Bas Lansdorp e la sua visione distopica è stata spinta, alimentata, foraggiata. La storia di Mars One, senza mai riconoscerle un centesimo, è stata ampiamente sfruttata dai media: gonfiandola fino a farla subodorare di verità. Poi, spolpata la storia, si è gettato le ossa in pasto al pubblico, lo stesso, attraverso bidoni della spazzatura (contenitori) sul modello Striscia la Notizia o Le Iene. Programmi che, qui da noi, sono blasonati per il giornalismo d’inchiesta (sic!).

A questo punto c’è una sola domanda che valga la pena: perché?

Bas Lansdorp ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità e qualche spicciolo. Le vere media companies, quelle organizzate con qualcosina più di 10 dipendenti e qualcosina meno di 3 ingegneri, hanno sfruttato l’idea senza rischiare la frode né sborsare un centesimo. Il pubblico, in fin dei conti, ha avuto la cosa più eccitante del mondo: per almeno un lustro. Adesso, com’è giusto che sia, è venuto il momento di cambiare canale. Guardate Beppe Grillo, guardate Renzi, guardate Salvini senza il favore dei media e fatevene una ragione. Guardate Di Pietro, Colombo e Davigo, fuori dai palinsesti e chiedetevi se abbiano ancora qualcosa da dire: l’inchiesta di Mani Pulite è finita così, mentre i miasmi del paese sono decuplicati.

Il progetto di mandare qualcuno su Marte, già sulla carta, era fallito per pochi assunti insindacabili. Il primo è l’analisi dei costi, rigida come il batacchio d’un toro al cospetto d’una vacca: 6 miliardi di euro, né uno di più, né uno di meno; oggi, domani e per sempre. Il secondo è la “privatizzazione” dell’impresa pubblica, adagio caro all’imprenditoria stracciona e parassitaria, che preferisce sfruttare un mercato legalizzato piuttosto che giocarsi la fortuna a dadi. Il terzo è la facilità alla noia del pubblico televisivo. Bas Lansdorp lo dà per scontato nell’incipit del suo discorso (“Lasciate che vi faccia una domanda: qual è la cosa più eccitante che capita nel mondo, oggi?”) ma non ne trae le dovute conseguenze.

Pensate, per un istante, che la Mars One Ventures avesse dato seguito al suo proposito. Immaginate che, a fronte d’uno sfavore di 22 a 43 (tanti i fallimenti delle missioni su Marte, in termini reali), avesse effettivamente piantato qualcuno su Marte. Provate a considerare che questi potessero sopravvivere oltre i due mesi: inteso come tempo limite stabilito dall’analisi del MIT. Ora guardate il business plan di Lansdorp. Per sostenere la colonia marziana, sarebbero necessarie missioni di supporto ogni due anni: ad infinitum; ovvero, nella migliore dell’ipotesi, finché i marziani respirano senza riprodursi. Il tutto finanziato dai diritti televisivi, ponderati sul numero di spettatori!

Lo spettatore televisivo è facile alla noia: l’aveva già capito Andy Kaufman che, alla fine, ha preferito morire ch’essere abbandonato dal pubblico. I media, intanto, l’avevano già mollato ma non importa: l’avevano mollato sulla Terra. Il prossimo clown promette mirabilie perché, anche per il discorso alla Rice University, l’allunaggio doveva rappresentare una tappa e non l’approdo. Nel 1962 vendeva Venere, oggi si preferisce Marte: quisquiglie. Il fine ultimo sono le stelle e lì bisogna guardare. Dimenticatevi dei pellegrini su Marte, cari lettori di Casentino Più, vi porto io la buona novella: …

siamo già in corsa per Alpha Centauri!

 

 

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Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.