Abbiamo deciso di dedicare una rubrica a voi casentinesi; a chi ama questa vallata così tanto da dedicarle una storia, una poesia, un racconto. Brevi o lunghi testi che inseriremo tra i nostri articoli online (o nella rivista) e che contribuiranno a elogiarne la bellezza, così come la cultura, la storia e le figure importanti che l’hanno vissuta e che la vivono ancora. Nomi, luoghi, aneddoti, storie vere o inventate che coloreranno le nostre pagine e doneranno un qualcosa in più alla nostra valle. Scriveteci, dunque, fateci leggere e apprezzare le vostre parole e noi saremo contenti di pubblicarle.

Oggi, riportiamo un racconto personale di un altro nostro esperto collaboratore…

La mia Panda

Di Marco Taddei

La mia Panda: dove approfitto dell’occasione, anche se non c’entra niente con tutto il resto, per rendere un sentito e doveroso omaggio, con la forma di un tema scolastico zeppo come al solito di digressioni, a quella specie di vecchio e caro mulo che è la mia Panda, prima che tiri definitivamente le cuoia. (Le digressioni, per non far perdere il filo del discorso a chi legge e attenuare la sua sensazione di essere di fronte ai discorsi di un ubriaco, sono debitamente segnalate)

Svolgimento

Io vivo a Lonnano, una ridente frazione del Comune di Pratovecchio Stia a circa 700 mt di altitudine, in Alto Casentino. Lonnano, i cui abitanti, detto per inciso, si chiamano Lonnanini e non Lonnanesi come si potrebbe pensare, è collegata a Pratovecchio, il capoluogo, un altrettanto ridente borgo che si trova nel fondovalle, da una strada provinciale lunga circa 5 Km. (Digressioni: 1 – anche gli abitanti di Pratovecchio si chiamano Pratovecchini e non Pratovecchiesi, mentre gli abitanti di Stia non si chiamano Stiini, ma Stiani, quelli di Poppi, Poppesi e non Poppini, quelli di Bibbiena, Bibbienesi e non Bibbienini e poi ci sono gli abitanti di Raggiolo che fanno razza a parte in quanto Raggiolani; 2 – ha una forma interrogativa, ovvero non capisco proprio perché si dica “ridente paese”: chi è che ride? Detto così sembra il paese, ma si è mai visto un paese ridere? Sono gli abitanti che ridono? Tutti, tutti insieme, sempre; ci sarà anche qualcuno a cui, almeno in un momento, girano i coglioni. E poi ridere perché, per che cosa? Che c’è da ridere? Il ridente paese sembra un posto abitato da una massa di cretini, capaci costantemente di riprodursi, che ridono senza motivo).
Naturalmente la suddetta strada, se la si percorre da Lonnano a Pratovecchio, è tutta in discesa essendo Pratovecchio a poco più di 400 mt di altitudine. (Digressione: avendola fatta molte volte in bici posso personalmente garantire che si deve pedalare solo per un breve tratto nei pressi di Pratovecchio; per il resto è tutto un tirar freni se si vuol evitare, date le numerose curve (e tornanti) di trovarsi abbracciati a qualche albero sul ciglio della strada o al guard-rail o, dove questo s’interrompe, distesi giù per qualche scarpata o, ancora, sul cofano di un auto che procede nella direzione opposta. Il percorso in senso opposto sempre in bici, in salita da Pratovecchio a Lonnano, soprattutto nel tratto dal bivio di Valiana in poi, è perciò ampiamente sconsigliabile agli appartenenti a una o più delle seguenti categorie: gente non allenata, ciccioni, cardiopatici, anziani e vecchi e a chi, specie sotto il sole estivo, ha una certa familiarità con visioni, apparizioni, epifanie, miraggi tipo Fatamorgana, e deliri di vario genere. Fino a qualche anno fa c’era un pullmino che ti portava da Lonnano a Pratovecchio la mattina e ti riportava indietro dopo mezzogiorno. (Digressione: all’andata il pullmino scendeva fino all’ormai famoso bivio di Valiana e risaliva verso Casalino, poi tornava indietro e, ripassato il bivio, si avviava verso Pratovecchio; al ritorno prima saliva fino a Casalino, poi tornava indietro, scendeva fino al bivio e risaliva verso Lonnano. Specialmente d’estate, quando spesso scendevo a Pratovecchio a piedi lo prendevo per tornare a casa e mi ricordo che ero quasi sempre l’unico passeggero: forse sarà per questo che la Regione Toscana ha deciso di sopprimerlo).
Quindi, adesso per spostarmi da Lonnano non c’è rimasto altro che la mia auto, la mia Panda.
La mia Panda stimo che abbia (non ho voglia di andare a guardare il libretto di circolazione) più di trent’anni, è quasi un’auto d’epoca.

La mia Panda è una “7 e 50”, è bianca, è ticchiolata di ruggine, ma poi nemmeno tanto.
La mia Panda, se così si può dire, è vissuta in diversi posti: viene da Rho, comune dell’hinterland milanese, ed era del nonno Vincenzo (Digressione: Vincenzo non era mio nonno ma il nonno di alcuni miei soci di lavoro nonché il padre di Maria, mamma dei suddetti soci, anche lei comunque, come i figli, mia socia e che ha un ruolo in questa storia. Tra l’altro non so se il nonno Vincenzo l’avesse comprata nuova oppure usata). Dopo Rho la mia Panda si è fatta anche un periodo a Roma fino a che Salvatore, marito di Maria, padre dei più volte sunnominati soci e anch’egli, a sua volta, mio socio di lavoro – per chiarire la faccenda forse è meglio dire che, escluso il nonno Vincenzo, ogni membro di quella famiglia è mio socio di lavoro e, visto che “essere socio” è una relazione che gode della proprietà simmetrica (se A è socio di B vuol dire che anche B è socio di A), vale anche il contrario – Salvatore, dicevo, ha deciso di portarla a Lonnano. Qui è rimasta ferma per diversi anni, parcheggiata lungo la stradina che porta a casa mia. (Digressione: in questo periodo, visto che le portiere non si chiudevano più a chiave, come d’altronde succede anche adesso, alcuni bambini han pensato che il suo abitacolo poteva diventare il luogo ideale per far partorire una gatta incinta). Comunque, quando abbiamo deciso di portarla dal meccanico per rimetterla un po’ in sesto e farle passare la revisione è ripartita al primo colpo. Peccato che, una volta in officina, ci siamo accorti che si era sfondato il radiatore.
La mia Panda mi piace perché è sobria, essenziale, spartana, direi quasi austera: sembra una delle nostre pievi romaniche su quattro ruote. C’è solo lamiera, stoffa e plastica. Nessun congegno elettronico, è tutto meccanico. Una sola chiave per metterla in moto e per chiudere, si fa per dire, le due portiere e il portellone posteriore. Una volta con quella chiave ci ho aperto anche la porta di casa. Qualcuno esprime gli stessi concetti di prima sull’essenzialità dicendo che, all’infuori dello stretto necessario, nella/sulla mia Panda praticamente non c’è un cazzo (l’espressione non è proprio da tema scolastico ma non è colpa mia, riferisco solo quello che dicono gli altri), se naturalmente non si fa caso a quella specie di mercato levantino che io riesco spontaneamente a realizzare al suo interno: libri, riviste, maglioni, giubbotti, bottiglie d’acqua, piene, vuote o semivuote, scarpe, ciabatte, zaini, etc..
La mia Panda, specialmente negli ultimi tempi, sta dimostrando tutti gli anni che ha, anche perché è in mano ad un cialtrone come me. La marmitta da qualche parte si deve essere sfondata o dissaldata e adesso la macchina fa un rumore da auto da rally, con tanto di “risucchio” in discesa: quando sono per le strade di Pratovecchio un po’ mi vergogno e cerco di tirare le marce il meno possibile. Il motore perde più olio del vecchio Hudson che Tom Joad e la sua famiglia usano per emigrare dall’Oklahoma alla California nel romanzo di Steinbeck (Furore). (Digressione: mi piace da morire The Ghost of Tom Joad di Bruce Spristeeng e ancora di più la versione dei Rage Against The Machine). Un giorno dell’inverno scorso poi, mentre tornavo a Lonnano sotto una forte nevicata si è staccato il tergicristallo (la mia Panda ne ha in dotazione uno solo) e non l’ho più ritrovato. A casa, non so come però, ci sono arrivato lo stesso.
Quando ero bambino a Firenze per descrivere la mia Panda si sarebbe usato un termine che poi è caduto totalmente in disuso, quello di “trosky”. Si sarebbe detto che la mia Panda era un trosky. Che non vuol dire che è .un catorcio. C’è una sfumatura semantica difficilmente definibile nel termine “trosky” che non lo rende assimilabile a quello di “catorcio”: un trosky è un trosky e un catorcio è un catorcio. (Digressione: l’etimologia del termine trosky mi è del tutto sconosciuta così come la sua strana vicinanza con lo pseudonimo di Lev Davidovic Bronstejn, ovvero Lev Trotsky, bolscevico e protagonista di primo piano della rivoluzione russa, ucciso poi nel 1940 in Messico da un agente sovietico agli ordini di Stalin).
La mia Panda però non si ferma mai. Pioggia, neve, ghiaccio, sole o vento la mia Panda sale e scende su quei 5 Km da Lonnano a Pratovecchio, senza sbandare, senza esitazioni, come un vecchio, instancabile, adorabile mulo. Non so perché, ma quando nevica io devo tenere il finestrino un po’ abbassato anche a rischio di trasformare l’abitacolo in una specie di angolo dell’Antartide: ecco, però, quando la neve si ghiaccia sull’asfalto, io godo come un pinguino, non sentendo ma ascoltando, lo scricchiolio delle gomme sul ghiaccio, accompagnato dagli strani gemiti della carrozzeria della macchina che assomigliano molto a quelli del legno dei vecchi galeoni spagnoli, così come li sentivo al cinema quando mia mamma mi portava a vedere i film di pirati. Il giorno in cui dovrò definitivamente salutare la mia Panda, ammesso che non avvenga il contrario, sento che un po’ ci soffrirò; penso per una sorta di malinconica solidarietà e di tenero affetto tra anziani.
Alla fine devo confessare una cosa: la mia Panda in realtà non è mia, almeno non del tutto mia: è un po’ mia e un po’ tanto di Maria che doveva usarla nei periodi in cui è qui a Lonnano ma che poi non la usa perché dice di non sentirsi sicura a guidarla su queste strade.
I motivi che mi hanno spinto a rendere omaggio alla mia Panda (con la precisazione appena fatta) credo siano di natura psicoanalitica e quindi è meglio non indagare oltre. Spero infine che quanto scritto non si configuri come un atto di autodenuncia per contravvenzione alle norme della circolazione.

La Fiat Panda di Marco Taddei