LA SIGNORA DELL’ULIVO

Correva l’anno 2004 p.e.v. anche in Italia.
Mark Zuckerberg fondava Facebook mentre Sanremo incoronava Marco Masini ed il rapporto deficit /PIL veleggiava sul 3,4%: il tutto senza che nessuno si risentisse. L’anno successivo avrebbe palmato il primo Cancellierato Merkel. Le ombre della crisi finanziaria non erano neppure all’orizzonte e la signora Tedesca non aveva innescato la crisi dei debiti sovrani; per un ammanco di pochi spiccioli nella contabilità della Provincia di Padova: tale il peso, in PIL ma non in cultura, della Grecia innanzi alla Comunità Europea.
In Italia, nel 2004, si svolgevano le elezioni Europee; una contesa fra gli Uniti nell’Ulivo, denigrato a “listone” in memoria della Lista Nazionale di Mussolini, e la Casa delle Libertà, caricatura della House of Freedom di Eleanor Roosevelt: tanto per chiarire quanto ogni traduzione sia un tradimento e che la storia si ripete sempre due volte. L’ulivo si affermava per un incollata: la stessa che avrebbe portato Prodi a Palazzo Chigi, nel 2006. Berlusconi non aveva ancora preso a “far girare la patonza” (NDR: corsivo dello stesso Berlusconi intercettato al Telefono di Tarantini).
La comunicazione politica continuava a scorrere in televisione e s’imprimeva sui muri. A sostegno del muro dedicato all’Ulivo, oggi largamente dimenticato, apparve un insolito manifesto. Sull’affiche, arancio allarmante, una sagoma femminile che invita a speculare: chi è la signora della locandina?
La signora a cui l’Ulivo si rivolge, facilitandone il rispecchiamento, è nel pieno dell’età matura. I capelli si alzano sulle spalle, ché la cute di mezz’età fatica a sostenere la lunghezza col colore. La brillantezza che fu della chioma, adesso, procede vigorosa sul tacco misurato, né vertiginoso né pesante: la signora ha trovato la sua misura. L’equilibro della signora si articola su 3 fondamentali ed un implicito.
Prima di tutto, la signora, è in abiti da lavoro. Segnatamente indossa un tailleur, il corrispettivo simbolico dell’abito da uomo, icona dell’emancipazione nel denaro: quello degli affari e non dell’opificio. La signora non fuma e non lascia intravedere il rossetto: se si trova sul ciglio della strada è per fare la spesa. Il secondo fondamentale della signora è la famiglia che, a guardare le buste della spesa, presuppone qualcosa in più della coppia. L’immagine raffigura la quotidianità per cui, con quel carico giornaliero, la signora ed il signore sarebbero ipertrofici: la silhouette della signora conferma che le cose non stanno così. L’ultimo esplicito della sagoma, attesta che la signora si sostiene da sola: vale a dire che non è un imbecille (NDR: imbecille sta per “privo di sostegno” nel corrispettivo Latino che accenna al bastone). Di più: la signora è un sostegno per gli altri di cui si cura.
L’implicito del manifesto, invece, è che tutto questo non è presente. La signora è ritratta sospesa fra un gradino ed un altro, ché solo così la punta del piede sinistro sfumerebbe sotto il manifesto mentre il tacco del destro si alza. La signora è colta nel vuoto, fra un lavoro che non è già più ed una casa che deve ancora venire. In questo velato nichilismo in discesa, la signora guarda un abisso che a sua volta l’osserva e pone la domanda: “ARRIVI A FINE MESE?”.
La signora non si sta giocando la vita: se fosse malata saprebbe cosa rispondere. La signora non sostiene una farsa esistenziale, altrimenti correrebbe da un prete, un santone od uno psicologo, senza votare l’Ulivo. La mise della signora deve tutto al capitale ed è per questo che afferra subito a chi rivolgersi: gli Uniti nell’Ulivo sono quell’”Italia che sta con te”. Quell’Italia che mai, e poi mai, farà del male al capitale. “Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione” (Karl Marx nel Capitale).
La signora dell’Ulivo non ci pensa nemmeno a frenare il capitale. Con questo non intendo dire che le suggestioni di Marx valgano moneta sonante ma che, nel secolo scorso, hanno egregiamente funzionato nel sostenere le coscienze (gli scrupoli, il daimon, l’anima) e la misericordia (l’equitas, la pietas, l’imperativo categorico) contro l’interesse. La signora dell’Ulivo, rimasta sola, finisce per seguire le orme di Thomas Buddenbrook nell’affaire Von Maiboom (parte ottava, quinto capitolo, dell’omonimo romanzo di Mann): magari leggetelo che male non fa.
Non intendo dire che, lì, si trovi in calce il nome della signora dell’Ulivo: per quello ci penso io!
La signora, a cui il “partito degli assessori” si rivolge, è Daniela Santanchè: peccato che non abbia mai sostenuto un ulivo. Certo è che, visti i tempi che corrono, il caso Verdini e l’esiguo spessore d’un manifesto, se dovesse ritirarsi Elena Boschi, accanto a Calenda e Renzi, si potrebbe aprire un varco anche per lei: francamente me lo auguro. Intanto l’Italia proletaria è andata per altra direzione: forse perché a fine mese non c’arriva più da anni e non ottiene credito neppure dai “cravattai”.

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Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.