Le parole che uccidono: una riflessione sullo stupro di Rimini

di Rossana Farini

“In principio era il Verbo”, è l’incipit del Vangelo di Giovanni, una pietra miliare della nostra cultura. Non possiamo che ripartire da qui per capire, per capirci. Le parole contano, pesano, possono schiacciare, ferire, addirittura uccidere.

Parto dall’attualità agghiacciante di questi giorni. Due fatti diversi, ma uniti da un terribile filo rosso. Lo stupro di Rimini e l’atto terroristico di Turko, nel quale è rimasta gravemente ferita la nostra giovane conterranea Lisa Biancucci.

Quando ci ritroviamo, nostro malgrado, a commentare un atto tanto esecrabile e bestiale, anzi no – gli animali non lo fanno – criminale, come lo stupro non siamo mai abbastanza indignati. Non lo siamo forse perché siamo ormai assuefatti alla violenza, forse perché le sorti dell’altro non ci interessano più, forse perché stiamo pericolosamente scivolando verso la barbarie… non so dare una risposta esaustiva.
Quella di Rimini è un’altra cosa. Non certo nel merito, ma nello strascico che ha lasciato, per le parole mancate, per la paura, per le strumentalizzazioni. In questo vuoto le considerazioni di Abid Jee, ex mediatore culturale che studia giurisprudenza a Bologna, sono state peggiori dello stupro, questa volta perpetrato ai danni di tutte le donne del mondo. In un italiano strampalato, ma fin troppo chiaro, ha scritto che: «Lo stupro è un atto peggio, ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale”.
Questo per dire che quando tutto tace, o quasi, a parlare sono questi omuncoli ai quali, però, abbiamo lasciato spazi importanti di parola e di azione se pensiamo alla sua funzione sociale, quella di mediatore tra due culture, appunto.
I quattro stupratori sono stati riconosciuti. Attendiamo sviluppi e ci affidiamo alla giustizia, sperando in una pena esemplare.
Ma nello stesso momento mi chiedo quale pena può essere data ad un uomo che si esprime come questo Abee Jee. Ma soprattutto mi interrogo sul perché la nostra società, la nostra cultura abbia lasciato spazi a questa parola che uccide, che offende che stupra ed umilia. Ho pensato tante volte, in questi giorni, alla ragazza polacca che ha subito il torto abominevole, ho sofferto per lei. Poi come tante, ho subito la violenza di un uomo che vede nelle donne non degli esseri umani, ma dei pezzi di carne che reagiscono a delle stimolazioni esterne indipendente dai sentimenti. Ci ha mercificato in modo indegno. Ci ha umiliato costringendoci al silenzio delle vittime. Lui ha parlato.
Vorrei sentire invece la voce di altri uomini, la voce di altre donne, la voce delle istituzioni di qualunque tipo. Questo perché prima dei fatti, ci sono sempre loro, le parole: parole che fanno vivere o morire, come in questo caso.
Ho apprezzato profondamente il commento del giornalista Massimo Gramellini sul Corriere delle Sera, i suoi termini duri, forti, indignati, onesti.
Mi piacerebbe, da donna, da madre di una piccola donna, che la vicenda di Rimini ed i suoi strascichi diventassero un punto di non ritorno, ma anche un punto di partenza per riflettere sul nostro presente, su una cultura che stiamo lasciando ai porci. L’ultima parola non può essere di nessun “cavernicolo” – come dice Gramellini – come Abee Jee.

A quanto pare non è l’unico “cavernicolo”. Nei giorni seguenti il ferimento di Lisa Biancucci, alcuni facinorosi (italiani) appartenenti a movimenti politici estremisti hanno scritto cose abominevoli. Il “Le sta bene” è stato di gran lunga superato da “Puttana, rossa, zecca”. Anche qui le parole… Lisa è stata ferita dall’Isis – che a Turku voleva colpire proprio le donne – ed è stata “uccisa” da questi esaltati che sempre nelle donne vedono un corpo di conquista politica. Anche loro hanno parlato.
Lisa, donna di cultura, di studio e di impegno, che lotta per la pace, è il simbolo di tutte noi, noi che cerchiamo di dare vita nuova a questo mondo ogni giorno.

La soluzione a tutto questo non sono le facili strumentalizzazioni del tipo “tutti a casa”. Qui quello che contano sono le parole, quelle vere, quelle che fanno vivere in ognuno l’anelito verso un mondo di giustizia e pace. Poi c’è l’azione, il fare, il lavorare tutti insieme affinchè nessuna parola possa mai più essere il mezzo e la giustificazione della violenza.