L’ospite inquietante

L’ospite indesiderato di un party elegante è ebro e dissoluto. Vestito fuori luogo, l’ospite inquietante gira per la stanza ad importunare le ragazze e finisce, sempre, per dire qualcosa di sconveniente. Nell’opinione degli altri ospiti, quello inquietante è ubriaco: vale a dire è quello che ha bevuto come loro ma gli sta antipatico. La colpa dell’ospite inquietante è quella di svelare il gioco: al party, non so se l’avete mai notato, girano tutti col drink in mano!

Lo so, non l’avevate notato.
Letti i primi due periodi (“ebro”, “dissoluto”, “importunare”, “sconveniente”) e lasciati cullare nel valore del party (“elegante”), se non vi venivo in soccorso, l’ospite inquietante l’avreste messo subito all’uscio. Poi, naturalmente, diluiti fra gli ospiti avete assimilato che ad un party, dove bevono tutti, un ubriaco ci può scappare.
Chi è l’ubriaco?
Complice una qualche ebrezza, l’ubriaco è l’”incivile” che finisce per dire qualcosa di “sconveniente”. Per i palati buoni, l’ubriaco è il “colto” Tedesco (Nietzsche, Spengler, Mann, Heidegger, etc.) che s’oppone al “civile” Inglese (Hobbes, Bentham, Stuart Mill, Spencer, etc.); la stridente contrapposizione fra la verità che si dà (scientifica e metafisica) e quella che si costruisce (arte, diritto ed economia): una eterna e l’altra contingente, la prima “sacra” e la seconda “convenzionale”. Lasciando perdere le mie simpatie, la contemporaneità si gioca su un malinteso di fondo: la sacralità del diritto e dell’economia, mentre l’arte ce la siamo semplicemente giocata.
La questione, ai più, può sembrare di lana caprina ma non lo è affatto. Il fondamento della metafisica (credo ut intelligam, intelligo ut credam) quanto della scienza (il risultato delle operazioni di calcolo) è, lato senso, la razionalità: dietro al diritto ed all’economia respira la volontà. Intendiamoci, per adesso, lasciando da parte i sistemi filosofici. Il sistema tolemaico, quello copernicano, la fisica newtoniana, einsteiniana, quantistica od altro sono “vere” con riguardo all’osservabile: ciò a dire sono la conseguenza logica di un’osservazione. Se c’è un errore, questo riguarda il dato visibile: non il calcolo. Guardo il cielo ad occhio e tiro fuori Tolomeo, metto il cannocchiale e scappa Galileo, passo al telescopio e trovo Einstein, lo mando in orbita (il satellite Hubble) e ricomincio a grattarmi il capo (materia oscura ed energia oscura sono forme del verbo ignorare!). Per legalizzare la tortura, o l’uguaglianza di fronte alla legge, basta un tratto di penna: allo stesso modo si può decidere di premiare il lavoro o l’interesse. Niente di male, per carità, ma se è lecito decidere in un senso o nell’altro, è scriteriato invocare l’ananke: la necessità.
Economia e diritto, intese come spazio delle possibilità, rimandano ad una forma di volontà “storica” comunemente detta volontà politica. Politica, per brevità, da quando Aristotele c’ha informato che in noi insistono due sistemi normativi; quello che ci consente di vivere insieme (politika) e quello che ci permette d’esistere come individui (oikonomia): il primo contiguo all’etica (dal Greco ethos) ed il secondo alla morale (dal Latino mos). Naturalmente ci sarebbe anche l’ananke, quale sistema normativo, le cui redini, però, non sono nelle mani degli uomini.
Passato l’inciso, mi sembra scontato che diritto ed economia rimangono nella nostra disponibilità: determinate dalla nostra volontà e condizionate dai nostri eccessi. Cos’è la volontà? La realizzazione del desiderio. Qual è il limite? NON C’E’ LIMITE. Non mi credete? Quanto a lungo volete vivere? Quanto volete essere amati, rispettati, temuti, adorati, apprezzati? Quanti soldi sono abbastanza? Va bene: ho ragione io. Allora, quanto è lecito bere ad un party? Che domande! Ad un party, fintanto che mi servono da bere, bevo finché voglio. Poi, se non è illegale (ed in effetti un ubriaco, ad un party, non viola il diritto) ed è statisticamente lecito (ed in effetti l’ubriaco appartiene ad un’ampia casistica che rispetta il rapporto causa-effetto, ciò a dire che non viola nessuna regola “economica”), non vale a niente mettersi a predicare!
Dopo tutto, se vogliamo essere ragionevoli, quel che è logicamente inconsistente è proprio la predica all’ubriaco! Pensateci: predichereste accidenti alla mela che, seguendo la legge di gravità, v’è caduta in testa? In effetti sì, lo fate, e tuttavia la mela continuerà imperterrita a cadere. Se la cosa non v’aggrada, allontanatevi dall’albero per Dio! E voglio dire di più: anche gli appelli alla cultura, le lettere aperte da sottoscrivere, i comitati etici, i probiviri ed ogni altra menata del caso sono stantii e completamente fuori luogo. Si può ottenere l’allontanamento dell’ubriaco di turno ma guai a bandire l’alchool dal party perché s’arrabbierebbero tutti gli invitati: quelli, comunque, col drink in mano. Coloro che, ad ogni modo, parlano sotto i fumi dell’alchool anche se bevono con moderazione.
Se il generatore valoriale del party è l’alchool, se la struttura subatomica della società “civile” è il denaro, l’unico ospite veramente inquietante è il dolore. Non ha caso vi ho risparmiato dalla domanda cruciale che rovescia il tavolo: cosa fareste per sfuggire al dolore? Riccardo III venderebbe un regno intero, Winston sacrificherebbe il suo amore, altri, la vita: voi vi dannate l’anima.
Il dolore non ha valore, il dolore “travalica” la logica dello scambio per cui nessuno vorrebbe berne il calice: il dolore è sempre il “mio” dolore e non lo potete condividere. Ma l’alchool, od il denaro se avete capito la metafora, è proprio il rimedio al dolore. A tutti i dolori? Certo che no! Per quelli fisiologici c’è la medicina, se si dispone abbastanza denaro, per quelli psicologici c’è lo shopping, se il portafogli lo consente. Capite bene che un concetto così elementare l’intende anche l’ultimo degli imbecilli: che può notare l’eccesso dell’ubriaco, certo, ma non il proprio vizio. Elementare quanto si vuole ma questo è un principio sempre valido, ovunque e per tutti: chiamatela metafisica o scienza, per me non fa differenza. La morte di Dio e dell’umanità da questi creata, alla quale Nietzsche ha presenziato, è stata solo un passaggio di consegne che ha portato, quale rimedio al dolore, il Denaro al posto di Dio ed I miracoli della tecnica al livello di Gesù: il mezzo di salvezza!
Del resto è inutile discutere. Quando la critica di un paradigma segnala l’aporia, non fa altro che svilupparlo! Se chiedete al mercato d’essere più umano non fate che stimolare una risposta: i prodotti empatici, ecosolidali, ad esempio. Se gli chiedete di rispettare la vita, vi propone la soia transgenica! Se gli segnalate di adeguarsi alla vostra miseria, abbatte i costi di produzione in Cina! Se scioperate, gli consentite di trasferire l’unità produttiva altrove ovvero di farsi finanziare dalle vostre stesse tasse! Qualunque sia l’impegno che vi aggrada, al vostro impegno seguirà lo sviluppo di un prodotto per il quale vi dannerete l’anima inutilmente e l’avrete voluto voi. Passando dal particolare (personale) all’universale, il rimedio al dolore affina la teodicea. La questione ecologica? Il business di domani. La questione animalista? Il vostro gatto si merita Whiskas. L’emancipazione dallo stato di minorità del genere umano? Della donna dall’uomo e dei bambini dai genitori. La fame nel mondo? Riflettiamoci insieme all’expo di Milano. La miseria? Sbattuta fuori dalle mura cittadine. Il processo democratico? “Molti dei processi di risanamento continueranno ad andare avanti con il pilota automatico” (Mario Draghi all’indomani della vittoria “populista” alle politiche 2018). Non andrò oltre, credo che basti.
In massima sintesi, l’economia (ed il diritto inteso come articolazione politica del paradigma) è una weltanschauung: una visione del mondo. Il cuore caldo di questa visione sono le proprietà taumaturgiche del Denaro: il denaro come rimedio al dolore. L’assunto che lo sostiene, la forza che lo vivifica, è il fatto ovvio che nessun senziente desideri soffrire. Date le premesse, le risposte paradigmatiche sono consequenziali anche se mi sono divertito ad incensarle di ridicolo, come ho fatto e svelato in apertura di questo articolo. Escluso il dolore dal party è svanita l’umanità. Punto.
Pausa.
Volete uscirne?
SOSTENETE L’ORRORE e mettete alla prova il vostro libero arbitrio per il fatto ovvio che non siete solo un giocattolo condizionato da un programma di stimolo-risposta. Seguitemi un secondo: vi chiederò solo un minimo di logica formale mentre guardate una scena dell’orrore. Perdonatemi di avervela proposta, ricordate che questo non è un party elegante e cominciamo.
Vostro padre e vostra madre, se non lo sono già, certamente moriranno. Voi morirete, prima o poi, ma moriranno anche i vostri figli. È molto probabile che non avrete una qualche discendenza (se non mi credete, fate utile riferimento al’”Eva mitocondriale” e capirete) e di voi non si ricorderanno neppure i vermi. Prendiamo, solo per semplicità, il fatto ovvio che morirà la donna che vi sta a fianco e vostra figlia. Mettiamo da parte chi vi accompagna, che vi avviserà, spero per voi, col trascorrere del tempo: voi, comunque, avviserete lei. Prendiamo che vada male la scommessa che ha retto il vostro desiderio di paternità: poniamo che sarete lì, vivi e vegeti, alla morte di vostra figlia. Poniamo che, con tutto l’impegno del mondo, voi non la possiate evitare per il fatto ovvio che, un mortale, prima o poi viene meno.
Ora immaginate che, un qualche segnale dal futuro, vi indichi il giorno, l’ora e le circostanze relative alla morte di vostra figlia. Immaginate che siate ancora in tempo a non concepirla ma che, allo stesso tempo, l’abbiate già vista vagire, camminare, innamorarsi, sorridere. Immaginate il dolore, il vostro dolore, nel vederla morire. Pensate, in altre parole, al di là del succedersi dei fatti: pensate in termini di eternità.
Volete ancora vostra figlia? Di più: volete ancora esser nati?
….
IO SÌ! Io sì, io sì, io … sì.
Io che ho vissuto, come voi, la mia vita satura di dolore, non c’avrei rinunciato per niente al mondo. Quando fuggite il dolore fuggite la vita: osate amare, nel vostro piccolo spazio di luce, e tenetelo sempre presente.

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Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.