L’uomo Del Monte ha detto sì

Una Bentley si fa largo nella penombra dell’alba: sullo sfondo, una torre d’osservazione modello Auschwitz. L’auto si ferma e la musica suggerisce che si tratti dell’Infernale Quinlan: non è così. Scende un cappello Panama, posato sulla testa canuta d’un uomo vestito di bianco. Prende il coltello, affetta un ananas e fa un gesto alla torre: “l’uomo Del Monte ha detto sì”.

Il quadro si anima. La guardia carceraria comunica l’assenso e parte il macchinario. Nessuno carica il calibratore o guida i camion: l’ananas atterra sulla tavola dell’uomo Del Monte da sola! Un domestico senza volto, rigorosamente in controluce, si prostra ai piedi d’un tavolino troppo basso per il pasto del padrone che, infatti, è costretto a piegarsi per acciuffare la ciotola. È solo un attimo: accettabile per apprezzare la genuflessione a cui è costretto il servo. Poi, l’uomo Del Monte, è solo un primo piano a spalle dritte e testa alta che si gusta la sua macedonia. “Del Monte sceglie il meglio per te”, suggerisce la chiosa d’un commerciale che ha fatto storia: la pubblicità televisiva dell’ananas Del Monte.

L’ironia, l’avete capito, è tutta dello scrivente: ché i pubblicitari sono più proni ai bassi istinti che all’intelligenza. Eppure, dico io, nelle viscere dell’uomo ci dev’essere una giusta parte di sadismo finalizzata alla costruzione di un “Io negriero”: non si spiega altrimenti il solletico che l’uomo Del Monte suscita alla pletora di telespettatori. Fatto sta che l’uomo Del Monte, uscito dalla televisione degli anni ’80, ha una storia che vale la pena raccontare.

La storia della frutta esotica, che assiste le nostre tavole ed il mio giardino, comincia nel 1870 con un marinaio: futuro imprenditore. Il capitano Lorenzo Dow Bake, nel 1870, sbarcò in Jamaica su commissione. Passeggiando fra i mercati dell’isola, fu affascinato da un frutto esotico per il Massachusetts: la banana. Visto che non aveva nient’altro da riportare nel viaggio di ritorno, si convinse a caricare 160 caschi di banane a proprie spese; con l’intenzione di venderle ai suoi connazionali: andarono a ruba. Nel 1899, l’idea di Dow Bake si era già istituita a multinazionale: la United Fruit Company di Boston.

Non fraintendete. La ragione sociale di una multinazionale non è l’istituzione di un “Io negriero”. Lo scopo di una multinazionale è banale quanto legittimo: generare profitti da distribuire ai soci di Boston. Sono le condizioni al contorno che determinano l’istituzione di una “repubblica delle banane”: in cui s’impone il modello antropologico dell’uomo Del Monte. La ricetta per il cocktail Del Monte, vedrete, è piuttosto semplice.

L’ingrediente fondamentale del cocktail è la redditività dell’impresa: i capitali non si muovono perché non sanno cosa fare. Il sistema di produzione capitalistico vive di scompensi fra domanda ed offerta: per questo va di fretta (in Inglese, rush). C’è stata una Gold Rush, un’Oil Rush ed ovviamente una Banana Rush di cui andiamo favoleggiando. Questo boom economico, di solito, dura il tempo di ri-bilanciamento del mercato ma, intanto, genera ingenti fortune che restano. Scusatemi se mi sono permesso di chiamarle “ingenti fortune”: espressione che non rende l’idea delle cose. Nel nostro caso, quello del mercato bananiero, la rendita fondiaria del passaggio dalla jungla alla coltivazione intensiva di banane è stata dell’ordine di uno a venticinque. Vale a dire che, comprata la jungla ad un dollaro, dopo averla debitamente disboscata e coltivata, ha reso venticinque volte il prezzo d’acquisto: ad ogni raccolto. In soldoni, scommettere un dollaro in un mercato che paga venticinque volte la posta, equivale a beccare il numero secco alla roulette, che paga trentasei volte la puntata, ad ogni ciclo economico. Questo è l’ordine delle “ingenti fortune”.

Se vi sembra molto, tenete presente che la rendita fondiaria dell’attività mineraria (zolfo, inerti, torba, petrolio, gas, terre rare, etc.) rientra nell’ordine delle centinaia. Per questo, ad esempio, si è sviluppata una branca intera del diritto, il diritto minerario, i cui caposaldi sono l’interesse pubblico, la limitazione del diritto di proprietà e la concessione. Questo per l’industria estrattiva, mentre il c.d. primario non conosce un equivalente. Pensate che prima del Banana Rush c’è stato un Lemon Rush che ha pagato quarantanove volte la posta: indovinate dov’è successo e chi ne ha approfittato. Voi ricordatelo che io ne parlerò negli articoli a seguire.

Il secondo ingrediente del cocktail Del Monte è il sottosviluppo. Il sottosviluppo è declinabile in molti modi e gli stati caraibici, in cui la UFC si trovò ad operare, potevano considerarsi sottosviluppati in ogni senso. Dal punto vi vista economico erano sprovvisti di capitali, infrastrutture ed una qualsivoglia manifattura. Primeggiava il latifondo estensivo legato ad un sistema produttivo prossimo al feudalesimo: tipico della metropoli d’appartenenza che ha regnato anche il sud Italia. Acquistare un pueblo, un fondo, equivaleva a farsi carico anche di chi lo popolava: da qui la locuzione spagnola. In termini di sviluppo sociale non esistevano corpi intermedi, rappresentanze di categoria né politiche: l’analfabetismo era attestato su livelli stellari. La suddivisione del lavoro, legata all’agricoltura, non prevedeva nessuna professionalità ulteriore al bracciante (campesino) ed al latifondista. Il regime politico istituzionale oscillava fra l’oligarchia corrotta (proprietaria dei fondi a tempo pieno e legislatrice a perdita tempo) e la leadership autoritaria: sprovvista di qualunque senso dello stato.

Digiuni di una qualsivoglia struttura statuale a tutela di un qualunque interesse pubblico, nei paesi in cui la UFC decise (o fu esplicitamente pregata dai governi) di operare costituì uno stato nello stato. Prendiamo il caso del Guatemala come archetipico e descriviamolo. Alla fine degli anni quaranta la UFC era direttamente proprietaria della metà delle aree coltivabili nel paese oltre a tutte le strutture ferroviarie, alla compagnia elettrica ed all’unico porto atlantico della nazione; il tutto, ovviamente, asservito all’interesse privato piuttosto di quello pubblico: senza nemmeno faticare ad imporre la privatizzazione dell’esistente! Scuole, ospedali e strutture residenziali dedicate, solo ed esclusivamente, ai funzionari UFC: naturalmente tutti cittadini statunitensi. Ai braccianti locali, spesso, in luogo del salario era distribuita una tessera alimentare spendibile nei negozi riferibili alla stessa UFC: naturalmente non esisteva contrattazione collettiva né diritto sindacale. Per altro, era vigente l’arresto per debiti e la condanna ai lavori forzati. La compagnia, a tutela del latifondo, disponeva di una milizia privata con competenze esclusive sui fondi: superiore, per numero e professionalità, alle forze di polizia locale.

Un breve appunto. Questo vizio della milizia privata a tutela del fondo (pozzo petrolifero, piantagione di banane od agrumeto) finisce per imporre un “diritto” che, nel caso della UFC, è quello dei paesi schiavisti rimaneggiato sul modello far west. In altri casi, ed altre esperienze assimilabili in cui i picciotti sono locali, si finisce per imporre codici di condotta ancestrali sostenuti dalla brutalità delle armi e da una qualche derivazione mitica: osso malosso e carcagnosso od un qualche delirio mistico-religioso.

Non ci vuole un genio per capire che una repubblica sottoposta ad una sovranità limitata (in cui le Leggi non sono effettive e vincolanti erga omnes) è solo una repubblica formale: i cui centri di potere sono reperibili altrove rispetto a quelli istituzionali. Con questo, ovviamente, non intendo dire che le repubbliche delle banane sono sprovviste di parlamenti, governi o tribunali: assolutamente no! I parlamenti, semplicemente, legiferano su materie residuali, i governi si curano dell’ordinaria amministrazione ed i tribunali garantiscono l’impunità. Quando eccedono le rispettive competenze guardano all’interesse di chi ne limita la sovranità piuttosto del popolo: tutto qui. Se, tornando all’esempio guatemalteco, la UFC fosse chiamata in tribunale per estese attività corruttive non ne uscirebbe come corruttrice ma come concussa: non rea ma vittima! Se, parlando sempre del Guatemala, la milizia privata si facesse largo a fucilate e fosse erroneamente condannata, troverebbe una Corte di Cassazione capace di provvedere l’impunità. Se la UFC pretendesse delle garanzie reali sui prestiti allo Stato od abbisognasse di una qualche leggina o riforma costituzionale per meglio operare, una repubblica delle banane non terrebbe in minimo conto la ragion di stato: provvedendo senza indugio quanto richiesto. Ovviamente in Guatemala!

L’uomo Del Monte, che decide quando deve partire la musica con un “sì” e che “sceglie il meglio per te”, è la conseguenza ovvia di chi si pone al di sopra delle istituzioni cittadine (NDR: politeia è spesso tradotto con “politica” ma non è quello che intendeva il filosofo), direbbe Aristotele: che è, alternativamente, “od una bestia od un Dio”; od entrambe le cose, mi verrebbe da chiosare. In questo senso, la “bestia bionda” in salsa chilli che viene rappresentata dalla pubblicità per l’ananas Del Monte è un archetipo vecchio di migliaia d’anni. Non è un caso se, al netto di uno sgherro teleguidato e di un servitore in penombra, all’uomo Del Monte non serve nessuno d’umano per mandare avanti la baracca: neppure un familiare né una discendenza. In questo senso, l’uomo Del Monte, non è solo un uomo a-politicos (apolitico) ma anche a-oikonomos (amorale): vestito di bianco e canuto proprio perché è un Dio, al di là del bene e del male.

Ebbene. Un Dio, nelle istituzioni cittadine, non ci può stare!

In Guatemala, nel 1952, provarono a ricondurre l’uomo Del Monte al ragionevole; vale a dire nello spazio sublunare: andò malissimo!

A differenza dei paesi che lo circondano, il Guatemala del 1950 non è una dittatura ma una repubblica. Nelle repubbliche, anche in quelle delle banane, ogni tanto s’indicono elezioni. Nel 1950 Vince le elezioni il partito socialdemocratico, che candida alla presidenza un generale, e politico moderato, di lungo corso: Jacobo Arbenz Guzmán. Il programma elettorale prevedeva la riforma agraria ed il presidente Arbenz provvide senza indugio. In Italia, tanto per darvi le coordinate del tempo, il Partito Social Democratico Italiano (PSDI) era, “curiosamente” (NDR: perdonate l’ironia), chiamato “il partito C.I.A.” e la riforma agraria fu varata nel 1950 ai danni del latifondo meridionale: dopo la lotta frontale che aveva opposto la mafia (?) di Salvatore Giuliano al movimento contadino di Portella della Ginestra nel 1947. Altra storia che è meglio chiudere qui.

La riforma agraria guatemalteca fu avviata nel 1952 e prevedeva l’esproprio, con indennizzo, delle terre incolte. La terra espropriata fu ridistribuita ai braccianti che, così, venivano riscattati dalla servitù della gleba e trasformati in piccoli produttori-contribuenti: quelli che, nella Russia zarista, venivano chiamati kulaki. Un intento, capite bene, finalizzato all’aumento e differenziazione della produzione con annesso incremento del gettito fiscale: non certo la sovietizzazione dell’economia guatemalteca! La UFC, che disponeva della metà della terra del Guatemala, venne indennizzata per un controvalore di 600.000 dollari: la redditività dei fondi incolti dichiarata dalla compagnia, nella fiscalità dello stesso anno. Ciò non di meno, la piovra (NDR: nell’area caraibica, la UFC, era simpaticamente chiamata el pulpo, la piovra), non ritenne sufficiente l’indennizzo proposto e si decise altrimenti.

Nel 1954, i maggiori azionisti della UFC erano John Foster Dulles, Segretario di Stato nell’amministrazione Eisenhower, e Allen Welsh Dulles, direttore della CIA: casualmente fratelli. Non si capisce bene se a titolo personale, come funzionari pubblici od azionisti di maggioranza della UFC, i fratelli Dulles ingaggiarono l’amministrazione americana, la C.I.A. e la stessa UFC in un’operazione congiunta, e coperta, denominata col criptonimo Operation PBFortune. I documenti relativi all’operazione sono stati desegretati il 23 maggio del 1997, oggi disponibili all’indirizzo https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB4/, riferibile alla G. Washington University del Virginia State. Per economia giornalistica rimando alla fonte per approfondimenti. Il dato veramente interessante è quello riferibile alle attività di Edward Louis Bernays, a cui fu affidato l’incarico di portare avanti la guerra psicologica. Non è un caso se i documenti ufficiali dell’operazione sono stati pubblicati nel 1997: Edward Louis Bernays è morto il 9 marzo del 1995. Se non fosse trapassato, documenti alla mano, tanto lui quanto il direttore Allen Welsh Dulles (venuto meno già nel 1969) sarebbero stati incriminati: la guerra psicologica di Bernays fu condotta nel territorio degli Stati Uniti, cosa che l’Agenzia sarebbe impedita dal fare. Gli Stati Uniti, ovviamente, non sono un paese a sovranità limitata.

Edward Bernays si occupò di far passare il colpo di stato in Guatemala come una rivolta popolare e spontanea che aveva rovesciato un governo comunista e filosovietico insediatosi a 300 km dalla Florida: i bombardieri della US Air Force che offrirono il supporto aereo, semmai, gli avevano dato una mano. Nella narrazione di Bernays, lo stesso Arbenz sarebbe stato un agente del KGB invece del nazionalista che era. I nazionalisti, meglio conosciuti oggi come “sovranisti”, hanno tanti difetti ed un pregio: non accettano che il proprio paese sia sottoposto ad una sovranità limitata. Magari hanno ragione anche loro: un Dio che non deve obbedienza (alla legge) non può avere cittadinanza … od almeno così la insegna quel pericoloso comunista di Thomas Hobbes.

Resta inteso che per 40 anni, dal 1954 al 1994, l’uomo Del Monte si è impegnato nella lotta al comunismo. Di contro, anche le repubbliche delle banane hanno tratto una lezione dall’esperienza guatemalteca: meglio fare una rivoluzione comunista, ed appoggiarsi all’altra parte del cielo, che portare avanti una causa nazionale, trovarsi isolati, e finire coi peli del culo bruciati. Almeno così deve averla pensata Fidel Castro: notando come, al netto del supporto aereo, l’Invasione della Baia dei Porci somigliasse tremendamente all’operazione successo. Ma questa è, ancora, un’altra storia.

Ora, però, gettiamo la maschera.

È chiaro che scrivo Guatemala ma la mente è rivolta “al paese che amo”: la Mesopotamia! Ebbene: la Mesopotamia è stata una repubblica delle banane? La pubblicistica alla quale ho avuto accesso ai tempi dell’università, era concorde nel ritenere la Repubblica Italiana uno stato a sovranità limitata: ma non ha mai parlato di uomini Del Monte. Un noto avvocato, politico a perditempo ed imprenditore, fu richiesto da un giornalista di prendere posizione al riguardo ed io me lo ricordo bene (godo di memoria formidabile, in effetti, come tutte le organizzazioni serie). Giovanni Agnelli, a domanda, rispose: “L’Italia è il paese dei fichi d’india”. Gianni Agnelli poteva dire qualsiasi cosa, anche che l’Italia era il paese della Fiat, e non avrebbe sbagliato di troppo: di getto si decise per un frutto del meridione. Ma cosa intendeva Agnelli?

Beh, bisognerebbe chiederlo a lui, ma io m’immagino che la prima repubblica sia stata una repubblica dei fichi d’india: intendendo il frutto come una variante sul tema della banana. Una repubblica a sovranità limitata dal patto atlantico e dalle basi militari, certo: ma non un regime di Salazar, di Franco o dei colonnelli. Una repubblica che conteneva “stati” nello stato: ma ben più di uno! Una repubblica che non aderiva compiutamente al dettato costituzionale ma che si era declinata a partitocrazia. Ecco. Fra gli stati nello stato, i più autorevoli erano proprio i partiti politici: le cui segreterie contavano immensamente di più della presidenza del consiglio, della repubblica o delle camere. Per questo la repubblica dei fichi d’india può essere comodamente rubricata fra le nazioni in cui opera un’entità statale depotenziata. Depotenziata, sì, ma comunque capace di esprimere una ragion di stato ed un interesse pubblico (o nazionale). Non a caso, la prima fabbrica occidentale sbarcata a Leningrado era passata per le Botteghe Oscure ed era di proprietà del noto avvocato. Non per nulla, Andreotti, si poteva permettere una sposa americana ed un’amante araba: e L’ENI era competitiva nel mondo. Ci siamo anche presi il lusso di fare lo sgambetto alla Francia in Algeria (debitamente ricambiati, molti anni dopo, in Libia) e portare il metano da lì a qui. Non dico che il Mediterraneo fosse un mare nostrum ma, di certo, non era il limes che è ora. Abbiamo, tutti ed indistintamente, creduto nell’economia mista e nell’aiuto di stato: e su questo credo abbiamo alimentato il boom e mantenuto una certa pace sociale.

Non sono state solo rose e fiori: no davvero! Ma in qualche oscuro modo ha funzionato: aumentando la ciotola del cittadino senza riguardi alla congiuntura economica, al quadro internazionale, all’Europa od una qualunque altra cazzata esimente della responsabilità direzionale (in questo caso politica). Ci siamo, anche, permessi di dire di no all’uomo Del Monte a Sigonella: ma non certo per gli euromissili! Si poteva fare di meglio? Certo che sì! Ma è altrettanto vero che si poteva fare anche molto, ma molto, peggio.

La cronaca del peggio, qui in Mesopotamia, è volgarmente nota come seconda repubblica.

Andrea Pancini
Andrea Pancini
Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.

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