Voci dal Casentino “Il racconto – sfogo di Monica”

Il racconto – sfogo di Monica

Monica Paoli e la sua storia dolorosa, ma anche di “rinascita”.

Al di là del tavolo c’era Monica, donna determinata ed estremamente intelligente, che ficcava i suoi occhi scuri nei miei facendo attenzione a tutte le mie vibrazioni, perché devo ammettere che ce ne sono state diverse, accompagnate da brividi, più o meno composti.

Sicuramente, questa intervista non è stata facile perché facile non è, stare ad ascoltare l’intensità di un dolore così devastante, e raccoglierne la densità della paura ancor meno, ma con la sua tranquillità, siamo riuscite nell’intento, che era quello di sintetizzare una sorta di racconto – sfogo, con la speranza che possa essere utile a qualcuno.

-Credo di non aver dato vita facile a quello che pensavo essere un “papilloma”. Quando l’ho scoperto erano i primi di gennaio del 2020 e a dire la verità, quando a settembre del 2019 ho fatto la mammografia con ago aspirato, già avvertivo che qualcosa non andava bene, e da diverso tempo oramai.

Trovavo sovente il reggiseno bagnato, ma dai vari controlli fatti non risultava niente, almeno a detta dei medici. A un certo punto però, il seno mi si era gonfiato, come se avessi avuto una “mastite” e in quell’occasione mi dissero che sicuramente si trattava di una infiammazione dei condotti mammari. Ma io sentivo che c’era dell’altro, e ricordo che feci una cura antibiotica molto forte per tentare di sfiammare il seno, ma questa però non bastava, non mi sentivo affatto serena, era come se avvertissi che dovevo fare di più, assolutamente di più rispetto a una semplice cura sfiammante.

Dopo questa cura antibiotica mi fecero di nuovo una mammografia con ecografia, ma anche da questi due esami non risultò assolutamente niente. Nel frattempo però nel seno mi era venuta come una rientranza, era come se da dentro qualcuno tirasse con un filo invisibile, facendo inesorabilmente cambiare il mio seno.

Susseguentemente mi venne fatto ancora un ago aspirato da cui questa volta risultò la presenza di un “papilloma”, ritenuto un tumore benigno.

Chiaramente quando arrivarono i risultati, mi invitarono ad andare dal chirurgo, in quanto, anche se il tumore risultava benigno, avrebbe potuto trasformarsi. Da questo ennesimo medico avrei dovuto fare altri tre aghi aspirati, ma non me la sentii, perché questo esame specifico è davvero molto invasivo e altrettanto doloroso, per cui decidemmo di fare un intervento di biopsie.

Quando arrivarono i risultati dopo le festività natalizie, mi trovarono abbastanza tranquilla, il chirurgo era stato bravo a tranquillizzarmi precedentemente, avevo persino pensato di fare una grande festa per i cinquant’anni che avrei compiuto a febbraio, ma quando mi chiamarono l’otto di gennaio, capii che la sentenza questa volta era diversa. Finalmente e purtroppo, erano arrivate le risposte delle biopsie.

Il chirurgo quel giorno non era da solo, ma con altri due medici, e insieme, mi riferirono che non c’erano buone notizie, ma che ero comunque fortunata perché, nonostante avessi un “carcinoma”, questo risultava essere di 3°, e, raccontato col loro termine scientifico; (In situ) che significa; è lì, è localizzato.

Era chiaro che dovevano operarmi il prima possibile e tutto cominciò a traballare dentro di me. Il pensiero dei miei figli aveva la priorità, e mi chiedevo come fare a comunicarglielo, mi chiedevo quale potesse essere la chiave più lieve per dirgli che la loro madre, avrebbe dovuto cominciare a combattere un mostro largamente più grande di lei. Ricordo che anche tutti i miei progetti, la voglia che avevo di organizzare la mia festa dei cinquant’anni, se ne rimaneva adesso nei meandri del vivere, come dire; normale, ma adesso di normale non mi rimaneva più niente. Ora dovevo capire, dovevo ascoltare il chirurgo e la mia voce interna, dovevo decidere dove operarmi, ora c’era la possibilità che il tumore avesse radicato.

Ricordo il dolore che provai quando il medico mi consigliò di togliere tutto il seno, e quel dolore non era riferito soltanto a una questione di estetica, quella sarebbe arrivata ben dopo, ma era una questione di “mutilazione”, quella che provavo, che una parte di me doveva staccarsi dal mio corpo, per Dio!

Il 23 di gennaio, mi sono operata e stranamente ero tranquilla, ma non incosciente, ero disposta a fare tutto quello che si richiedeva di fare, pur di garantirmi del tempo da donare ancora ai miei figli e alla mia ancora piuttosto giovane età, ma lo scoglio più grande, quello più doloroso era stato doverlo dire alle mie creature, averli dovuti mettere in guardia su ogni probabile evenienza.

L’operazione è durata circa sei ore e durante l’intervento, mi hanno inserito anche la protesi. Quel giorno ho vomitato costantemente a causa della morfina, ma la mia positività era comunque presente. Quando poi mi hanno dimessa le raccomandazioni sono state molteplici, ma io ero assolutamente determinata a farcela, a riprendere in mano la mia vita “normale” e continuavo a pensare alla mia festa per i 50 anni. Sono stata incosciente? Ebbene, ringrazio di esserlo stata!

L’intervento era riuscito e la mia grande festa era stata fatta ed assaporata, senza alcun risparmio di energie e di emozioni, e devo dire che quella sera mi sentivo bellissima, avvolta nel mio vestito nuovo, e circondata da chi mi voleva bene.

Dopo soltanto otto giorni da quella sera meravigliosa, piena di amici e di musica e di magia, è arrivato il Look down e il mio seno ha cominciato ad annunciare il suo “stronzissimo” rigetto.

Per ben due mesi sono andata avanti ad antibiotici, ma non bastava perché la ferita si stava ormai riaprendo. Nei primi di maggio mi sono operata di nuovo e in quell’occasione mi hanno tolto la protesi rigettante e inserito un espansore utile a tenere la pelle pronta a ricevere una protesi nuova. Il Covid naturalmente ha rimandato il tutto e la mia impazienza si faceva sentire in quel periodo, perché allora operavano soltanto donne con i tumori e non quelle con rigetto, e ormai, anche l’espansore cominciava ad infettarsi.

Ogni mattina andavo a disinfettare il tutto e a fare siringamenti di quei liquidi che era meglio non fossero lì. Poi, a giugno 2021 mi hanno inserito la protesi definitiva e oggi posso dire di essere di nuovo felice.

Durante tutto questo periodo non ho mai smesso di progettare, di pensare al meglio, di guardare avanti e di vedere le cose belle, che il mondo ne è pieno. E oggi alle mie colleghe donne voglio lanciare un messaggio, che è quello di sorridere sempre che dentro ad ognuna di noi, esiste un mare di forza, in fondo, anche se quello che mi è capitato è stato allucinante, mi ha dato comunque qualcosa; ha fatto sì che io mi guardassi bene allo specchio, che mi riconoscessi, che mi amassi, ma soprattutto che mi desse una nuova chiave di lettura, quella che senza di me, avrei perso principalmente me, per cui si è trattato sì di un tempo doloroso, ma anche di una vera e propria rinascita! –

Gli occhi di Monica ora si sono staccati dai miei, mi rendo conto però che sono i miei ad essere inondati e colmi e ammirati, e dopo questa intervista – sfogo, anche i miei occhi guardano oltre, e oltre c’è il tutto, quello stesso tutto che avrebbe potuto essere niente!

Grazie Monica, donna meravigliosa