Adama Denso, il ragazzo annegato nel fiume Archiano

Prima di tutto, Adama era un ragazzo.
Veniva dal Gambia, ma abitava a Partina, e come tanti ragazzi di Partina, d’estate, faceva il bagno nell’Archiano. Mi piace pensare che il torrente gli ricordasse il fiume africano in cui raccontava di aver giocato da bambino. Solo che, alla fine, il fiume se l’è portato via.
Molti avranno scoperto della sua esistenza soltanto ora che non c’è più; molti lo ricorderanno vagamente come “il rifugiato che ha perso la vita tuffandosi dalla cascata”, ed è un peccato, perché Adama era davvero il tipo di persona che augurerei a chiunque di incontrare e conoscere. Animato da una vivace intelligenza, si impegnava in tutto. Parlava e scriveva in un buon italiano, condito con pochi difetti di grafia o di pronuncia che, di solito, aggiungevano un tocco di fascino e di verità alle sue parole. A volte – raramente – gli sfuggivano dei casentinismi che suonavano divertentissimi alle mie orecchie. L’ho visto recitare, leggendo e a memoria, l’ho visto ballare, l’ho sentito cantare, ogni volta vincendo l’imbarazzo del palcoscenico con la determinazione a mettersi in gioco e condividere.
C’era una luce di saggezza, nella sua espressione, probabilmente inculcata a forza dalla vita, ma non aveva perso la leggerezza dei suoi venti anni e poco più. Gli piaceva sorridere, si lasciava abbracciare e, quando chiedeva “Come stai?”, capivi subito che ci teneva davvero. Aveva una storia difficile, di quelle che mettono curiosità e un po’ di soggezione, ma a stare insieme a lui si finiva quasi per dimenticarsene: la sua compagnia faceva stare bene. Perché Adama era un bravo ragazzo, prima di tutto.

… un amico