“Non in questa acqua”. Una frase che non ci dimenticheremo facilmente. Sono le parole pronunciate dagli amici di Adama Danso, il ragazzo del Gambia che ha perso la vita nella pozza d’acqua di Partina in una calda giornata estiva, in un giorno normale, dove si sentiva al sicuro dopo tanta strada fatta nel deserto, dopo tante sofferenze e dopo aver scansato quella morte che ieri se lo è portato via.

Sembra un romanzo eppure è realtà, semplice, cruda. Adama, nel suo primo tentativo di raggiungere le coste italiane, era scampato al naufragio del gommone sul quale era partito dalla Libia.

Ieri a 22 anni non si è salvato dalle limpide acque del Casentino.

Questa morte ci ha lasciato in sospeso, come se ancora stessimo aspettando qualcuno riemergere dal nulla. Ci ha colpito al cuore con un fendente secco e preciso.

Perché in questa Italia schizofrenica, che sta andando a dare man forte al pensiero dominante di un’invasione da scongiurare, ci siamo resi conto che una vita è una vita. E vale. Una vita… è tutto. Che una giovane vita è tanto, troppo da perdere. E che quando questa viene meno, le lacrime si mischiano, si abbracciano e sono tutte uguali: bagnate e salate.

Quando i sommozzatori hanno riportato alla notte il corpo di Adama, è come se qualcosa si fosse incrinato nelle nostre convinzioni.

Oggi sappiamo di aver perduto un ragazzo, un giovane che poco tempo fa, come molti casentinesi, e’ riuscito a prendere la licenza media; un adolescente che amava il teatro e che aveva fatto molti spettacoli con gli ospiti del centro diurno ai quali si era affezionato e legato. Un ventiduenne preparato, che voleva lavorare ed impegnarsi e stava per iniziare un tirocinio con Giovani Sì.

Ho conosciuto Adama qualche tempo fa, in occasione delle riprese per un documentario realizzato da un regista canadese sui migranti. In quel contesto faceva “il giornalista”, intervistava i sindaci. Le domande che propose mi colpirono molto. Era interessato a come noi italiani vedessimo “loro”, i migranti.

Lo sguardo è carico di strutture di senso molto complesse. Guardandosi in faccia cadono le maschere, le paure ed i pregiudizi.

L’amico di Adama ha tentato invano e in un gesto di estremo coraggio di salvare il suo amico, nonostante non sapesse nuotare.

Mi chiedo: gli occhi di Adama salveranno noi dai nostri fantasmi?

Difficile dirlo. Difficile perché ogni volta che parliamo degli “altri” ci fa comodo costruire muri e tacciare di retorica ogni tentativo di ragionevolezza.

In quelle acque, di certo, abbiamo perso ciò che eravamo.

La diga in cui è morto Adama viene chiamata dagli abitanti di Partina “diga del poro Adamo”, perché tanto tempo fa le acque si sono inghiottite un uomo che aveva quel nome.

Ci fa paura l’altro ma ancora di più come il destino tesse la sua tela e come gli uomini, ugualmente fragili di fronte al Tutto, si perdano negli stessi modi e con gli stessi nomi. In questo piccolo mondo tutto si intreccia come in una grande leggenda colorata e appassionata…

Nota: Domenica sera dalle ore 17,30 al teatro Dovizi amici e conoscenti si ritroveranno per un momento di commemorazione e ricordo di Adama, stringendosi intorno ad uno dei fratelli che oggi è arrivato in Casentino dall’Inghilterra. Intanto vi segnaliamo il link del documentario, che ha fatto il giro del mondo, in cui Adama è stato uno dei protagonisti. https://www.youtube.com/watch?v=ENYjghxz8mE

Il nostro abbraccio carico di umana tenerezza va alla madre lontana, ai tanti fratelli di Adama, ma anche a Melina e alle ragazze e ai ragazzi dell’Associazione Tahomà, la sua nuova grande famiglia italiana.

Rossana Farini