Guerra è sempre

Di Stanley Kubrick - A Clockwork Orange trailer, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61914139

Il segno più vivace dell’ignoranza è la fantasia.

La fantasia entra in campo quando si spengono i riflettori sul circondario e ci si volge, ad ali spiegate, verso l’ideale. L’ignoranza è una dimensione frequentata assiduamente dall’umano alla quale si sopperisce, di solito, con l’immaginazione: la fabbrica delle credenze. Per cogliere il significato di una congettura, di una credenza, basta seguirmi per un istante. Se vi chiedessi di completare una serie numerica che comincia con uno, due e tre, molti di voi si concluderebbero con quattro: lasciati a voi stessi, aggiungereste cinque, sei, sette e via così. Se poniamo che io sia l’autorità delle sequenze numeriche, vale a dire che io sia l’indiscutibile custode della Verità (ovviamente non lo sono affatto), potrei dirvi agevolmente che avete sbagliato: cosa segue il tre, nella sequenza, è il cinque. Poi viene il sette, l’undici ed il tredici: avete capito! Il territorio della sequenza non sono i numeri naturali ma i numeri primi. Sarà vero? Forse no, persistendo sempre una logica alternativa, ma è plausibile.

Ciò a dire che, con l’immaginazione, non è scontata la fuga dal labirinto della vita ma è possibile. Il mito di Icaro, in soldoni, intenderebbe questo: l’immaginazione, le ali di cera, sono un artifizio col quale sopperiamo alla radicale ignoranza. La perversione dell’artifizio, concepito per il volo planare, è l’ascesa verticale: foriera di sciagure. Così il mito ma il disagio intellettivo di fronte alla fantasia è ben più tangibile. Immaginate se, invece di cinque, avessi proposto, come soluzione alla nostra sequenza numerica, quarantadue: uno, due, tre … quarantadue! Non vi sentite a disagio?

Ecco: io mi sento spesso a disagio. Mi mettono a disagio i quotidiani, mi mette a disagio la televisione quanto provo disagio leggendo i vangeli, la Città di Dio, la Città del Sole, all’Oratio di Pico della Mirandola ma, soprattutto, l’Ode alla Gioia di Schiller. Ne vogliamo parlare?

L’Ode alla Gioia la conoscete benissimo anche voi; perché anima il IV movimento della Nona sinfonia di Beethoven: detta “corale” proprio per il cantato nell’ultimo movimento. Il testo, se non lo conoscete, è trasognante: sul modello del Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico. Insomma, una vera perversione, incomprensibile solo a menti torturate come il Burkhardt: che non ha mai notato come il Rinascimento fosse la farsa del medioevo. Così come le Guerre Napoleoniche sono state la farsa dell’Illuminismo ed il ‘900 la farsa del secolo “superbo e sciocco”. Per inciso, quando penso al grottesco del ‘900, sono sempre indeciso fra l’arbeit macht frei (“il lavoro ti rende libero”), appuntato sui cancelli di Aushwitz, e le peacekeeping operations, per esportare la democrazia. Quando penso al grottesco tout court mi viene in mente solo il IV movimento della Nona.

Le note della Nona sono solenni ed il testo di Schiller è un distillato di pace ed armonia. Peccato che sia così solo una minima parte del IV movimento: quello su cui indugiano tutti. Ma prima del coro, c’è un lungo interludio che raccorda il caos del II movimento con la sublime quiete del III: lo so, non v’interessa, ma era giusto dirvelo. Poi s’impone la melodia che sosterrà la voce in una maniera così superba che il testo, in tedesco, potrebbe dire qualsiasi cosa. Si arriva, così, intorno al decimo minuto; poi succede qualcosa di straordinario: l’orchestra provvede una cesoia. La musica riprende, Il testo di Schiller continua, indomito, col suo latte e miele ma la melodia declina al carnevalesco. Le voci s’affrettano e si sovrappongono in un effetto agghiacciante: è uno scherzo! Uno scherzo musicale, ben inteso: buono per accompagnare la danza! Il povero testo di Schiller, nelle mani di Beethoven, diventa osceno: nel senso che il coro continua a scandire parole solenni che, a questo punto, perdono di qualunque significato. Il genio di Beethoven è questo! Su quelle note, che smuovono gli affetti, si potrebbe dire qualunque cosa ed il risultato sarebbe trascinante. Al contempo, le stesse parole, accompagnate da uno scherzo musicale, sono imbarazzanti.

Per questo, Stanley Kubrick, ripropone il Metodo Ludovico nella ri-educazione di Alex: perché funziona! Funziona tanto bene che la Nona che accompagna i drughi al Korova, mentre osservano la vita della classe dirigente, è quella gioia di cui fantastica Schiller: la quota “carnevalesca” della sinfonia (fra l’altro proposta in una versione elettrificata ed ancora più sgradevole) s’impone nelle scene in cui Alex, come in un cartone animato, vive la propria esistenza. Alex finirà per mettere a disposizione delle autorità la sua carica emotiva; perché la “cura” Ludovico serve a questo: ad indirizzare l’aggressività verso fini trascendenti. Pensate, ad esempio, all’immane lavoro storico del cattolicesimo (dai trovatori al ciclo bretone e carolingio) che ha indirizzato la violenza brutale dei facinorosi verso draghi, pulzelle e “difesa” sociale. Non solo ha funzionato ma qualcuno ci crede ancora.

Questo effetto grottesco primigenio, entro il quale l’umano si comporta come un carillon, è il colpo di genio di Beethoven. Per questo l’Inno alla Gioia, con le sue note trionfanti e gloriose, è diventata il contenitore ideale di tutto e del suo contrario. I nazisti c’andavano matti e così Mao Tse Dong. Ma il culmine del farsesco, che accompagna l’Inno alla Gioia, è stato registrato durante le olimpiadi. Dal 1958 al 1964, la Germania variamente occupata, partecipava la manifestazione sportiva con tre squadre distinte che, nel caso avessero raggiunto il podio, vedevano sventolare lo stendardo pangermanico (la bandiera tedesca per come la conosciamo) con inscritti i cinque cerchi. L’inno pagliaccesco per tutti era l’Inno alla Gioia! Liberata la Saar, le due Germanie uscite dalla guerra si onoreranno di un inno nazionale solo nel 1968: nel 1972, l’Inno alla Gioia, epurato del testo, è diventato l’inno della Comunità Economica Europea!

Ora, capite bene perché considero gli idealisti dei cinici in erba! La Nona è per certo il testamento di Beethoven: da sempre spacciato per militante idealista. Ebbene, sul viale del tramonto, non credo che l’Inno alla Gioia sia il manifesto di Ventotene: semmai l’abiura. Proiettare l’Arcadia oltre i confini del lecito, vale a dire il derma, è un esercizio di fantasia: buono per ogni occasione. Conoscete qualcuno che, non chiamandosi Riccardo, non disprezzi la guerra? Conoscete qualcuno che disprezza l’amore? Credete che i parcheggi siano troppi e le tasse troppo morigerate? Proiettare l’idillio come aspirazione sacrosanta, giustifica una sola posizione legittima: quella della vittima! Tornando ad Arancia Meccanica, è chiaro a tutti i normo dotati, che frequentano più le scuole delle curve calcistiche, che Alex è solo una vittima: anche se non lo fosse, così si presenta.

Credere, come io credo, che “guerra è sempre”, che la società è stasis, che il polemòs è “il padre di tutte le cose” e che “la storia dell’umanità è stata l’istoria della lotta (…) fra oppressori ed oppressi” comporta delle cosette essenziali. Intanto che se io vedo la sequenza dei numeri primi e, voi, quella dei numeri reali, abbiamo entrambi delle buone ragioni. Se perseguo il mio interesse (del tipo che non mi trombino la moglie, sequestrino la casa o manomettano la figlia) non contravvengo nessuna legge di ordine superiore e, per come la vedo io, faccio benissimo a dirigere le mie energie psichiche e la mia innata aggressività in quella direzione e non altrove. Visto che mi riconosco interessato, sono pronto a riconoscere l’interesse altrui senza, per forza, cortocircuitare l’avversario in nemico. Di conseguenza credo che la filosofia prima, posto che esista, si svolge nel saper gestire il conflitto: affinché non sfoci nella guerra aperta. Naturalmente non credo di salvarmi mai, né che ci sia un progetto intelligente: né per me né per nessun altro. Rebus sic stantibus, considero escluso il ruolo della vittima: destinata a chissà quale grandezza non pervenuta, per difetto proprio od altrui. …

L’unica posizione consentita in quel d’Arcadia.

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Andrea Pancini è un pettegolezzo che qualcuno ha messo in giro. I ben informati sostengono si tratti d’uno scrittore, in concorso al Premio Campiello 2017. Sembra s’interessi a quello che la gente dimentica: vane speranze, amori desolati, eroi vigliacchi, dolori addominali e varia umanità. C’è chi dice che, prima, sia stato qualcos’altro ma che, d’allora, vaghi la notte al chiarore d’una sigaretta: sempre l’ultima. Ignorato dai più, di lui si sa poco se non l’eco di buone letture: Chanel, Versace, Armani. Ad oggi, si sussurra, viva spiaggiato sullo Stretto di Scilla.