In ricordo di Paolo Sabatini: uomo di radici, capace di volare

Paolo Sabatini

-Cosa ne pensi? È una cosa grossa?

-Sì, Paolo. Non è un impresa da poco.

Alcuni minuti di silenzio. Poi la tua riflessione.

“È una cosa grossa, sì. E io devo essere matto ad avventurami in questa impresa, a questa età. Ma nella vita se non coltivi un sogno, anche la vita stessa, allora, che senso ha…”

In quella considerazione, che non attese una risposta, e che rimase appesa nell’aria mentre scendevi le scale del mio studio, c’era davvero tutto.

Ebbi modo successivamente infatti di ricordare a me stessa molte volte quelle parole semplici, dette quasi con leggerezza, l’esigenza di coltivare un sogno, manifestata da un uomo che non faceva mistero delle proprie concrete origini contadine. Non ti conoscevo ancora benissimo, allora, ma sapevo un po’ la tua storia di imprenditore che si-era-fatto-da-solo, nel vero senso della parola. E, in quel momento, mi sembrò quasi di toccarle con mano la fatica e il lavoro della terra, che avevano accompagnato i tuoi passi di giovane uomo. E poi la pioggia, e il freddo, e le albe disordinate dei mercati ambulanti di te, giovane padre di famiglia, con Anna, inseparabile compagna di vita e di lavoro, che con pazienza montavi e rimontavi sul tuo banco, con le scatole delle scarpe, stanchezza, chilometri e infiniti caffè.

Ma vidi perfettamente in quel momento, soprattutto, ancora una grande energia; la capacità, sempre e nonostante, di guardare oltre, di andare oltre. Un uomo realizzato, con indiscutibili successi commerciali alle spalle, non più giovanissimo, con ancora così tanta voglia di fare, di progettare, di costruire. Un attivismo non fine a se stesso, no. Piuttosto percepii l’esigenza innata e indomabile di crescere, di costruire ancora qualcosa di stabile, di duraturo, di mettere salde radici. E di coltivare una visione. La stessa che probabilmente ti aveva fatto muovere i primi passi nel centro commerciale del Casentino, che aveva ispirato le tue scelte, e guidato, con i tuoi, i passi di una famiglia che, questo lo capivo, rappresentava il tuo primo e fondamentale universo di valori. Anna, Silvia, Emanuela. Con loro, per loro, i tuoi-vostri successi commerciali, le tue-vostre piccole grandi conquiste.

“Se non coltivi un sogno, che senso ha la vita”

Quante volte negli anni, accompagnandoti nella sua costruzione ti ho osservato: Quata non era semplicemente un’impresa, l’ennesima. Quata era per te, prima di tutto, la tua terra. Una sorta di ritorno a casa, finalmente. Un ritorno alle origini; il luogo della contemplazione, il luogo al quale le tue mani esperte di uomo maturo giorno dopo giorno regalavano bellezza. E l’urgenza, la preoccupazione, la tensione con la quale affrontavi alcuni passaggi avevano poi, di contro il brillìo del tuo sguardo, che non riusciva a nascondere la soddisfazione. E in ogni scelta, in ogni piccolo passo in direzione dell’opera compiuta, percepivo che davvero quello che stavi costruendo non era il semplice agriturismo-e-vediamo-poi-come-va. Era piuttosto il tuo sogno di tutta una vita. Lo si capiva dai dettagli, dalla stessa amorevole cura che dedicavi alla scelta di una pietra, piuttosto che all’innesto di una pianta. Quata era divenuta un’esperienza di bellezza, e anche un po’ la tua oasi. Il luogo dove probabilmente il ritrovato contatto con la tua terra, che amavi tanto, si faceva più stringente, più intimo. Il luogo che contribuiva a restituirti un po’ delle infinite energie che ancora dispensavi nell’azienda familiare.

Poi è intervenuto il Tempo, variabile indipendente. Che non ha giocato a favore.

-Come vanno le cose su? ti ho chiesto tempo fa.

“Bene” mi hai risposto, e ti ho visto davvero contento.

Ma il Tempo, poi, improvvisamente e troppo velocemente ti ha portato il conto.

E oggi che il tuo sogno è una realtà concreta, che hai potuto accarezzare, ma non vivere pienamente, oggi che tu non sei più qui, mi piace pensare che forse la tua storia, Paolo, è in fondo un po’ la storia di tutti noi. Casentinesi caparbi, tenaci, ai quali questa terra ha donato una forza inusuale. Che pur lamentandosene, a volte, per quella sorta di pudore atavico che non lascia troppo spazio alla celebrazione di sè, delle proprie cose, la amano infinitamente. Che per lei ancora si spendono senza riserve.

E che sia proprio lei a regalare questa sensazione del tempo che c’è. E che ci sarà.

E mi piace anche pensare che anche questa terra, con la sua ruvida bellezza, con i suoi patrimoni di antichi valori, con le sue spigolose difficoltà, con la fatica quotidiana che richiede nel viverla e capirla, abbia un  po’ ispirato le tue scelte, rinnovando le tue energie di uomo maturo, coltivando e fertilizzando il tuo ottimismo. Sciogliendo le ultime resistenze della ragione e convincendoti che il tempo c’era. E ci sarebbe stato.

Ma, soprattutto, imprimendo forse nel tuo cuore e nella tua testa una convinzione, della quale faccio e facciamo tesoro, come un lascito prezioso: per volare, fosse anche per un solo momento, l’età anagrafica è, alla fine,  poco più di un dettaglio.

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Roberta Fabbrini
Roberta Fabbrini, nata a Bibbiena (AR), (ma cresciuta a Cetica ndr) vive e lavora in Casentino, dove fin dal 1996 svolge la libera professione di Architetto. Appassionata di Arte, Architettura e Paesaggio, e di Recupero del patrimonio storico, collabora stabilmente con Casentinopiù fin dal 2010, tenendo una sua rubrica dal titolo Architettura & dintorni. Appassionata verso tutto ciò che riguarda il Casentino e i casentinesi , scrittrice sempre per passione, si è scoperta da poco tempo anche amante dell'escursionismo naturalistico e del trekking. E della buona tavola. Ma questo da sempre. Tutti settori che rendono il Casentino la sua terra ideale.